Paolo Isotta.

LA VIRT DELL'ELEFANTE.

Parte 2.

La musica, i libri, gli amici e San Gennaro.

2014 Marsilio Editori, Venezia.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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CAPITOLO 8.

'O Cummendatore. Guido Pannain. Dallapiccola, il dodecafonico dei miserrimi. Jettatori del Nord. Gabriele Santini. Anita Cerquetti. Sas. Ugo Rapalo. Giovanni Salviucci. Rubino Profeta.
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Un personaggio leggendario era Pasquale Di Costanzo, 'o Cummendatore, soprintendente del San Carlo. Di Costanzo era un tappezziere del Rettifilo (cos a Napoli chiamiamo il corso Umberto, costruito nel cosiddetto Risanamento su modello delle parigine Avenues) che aveva conservato il negozio e l'attivit: prima della guerra faceva l'apparatore di feste di piazza e gli Americani lo nominarono soprintendente. Era un genio, per cui quelli che ne rilevavano la scarsa cultura non comprendevano il nocciolo della questione. Gest prestigiosissimamente il San Carlo e del tutto disinteressatamente: non so nemmeno se percepisse un emolumento. Sotto di lui dopo il maestro Siciliani direttore artistico era il maestro Guido Pannain, non il pi grande, ch i pi grandi sono Hermann Abert e Friedrich Blume, s il pi geniale musicologo del Novecento.

Autore di fondamentali opere su Wagner e su Verdi, di una Storia della musica in collaborazione con Andrea Della Corte, che gli era di molto inferiore, di tanti altri libri, scopritore (negli anni Trenta gli si deve la scoperta della musica sacra di Carlo Gesualdo, fra le pi importanti della storia), trascrittore e revisore di musica antica, Pannain era anche un notevole compositore: per il teatro ha scritto un'Intrusa, una Beatrice Cenci e una Madame Bovary. I testi provengono rispettivamente da Maeterlinck, Stendhal e Flaubert. Con quella capacit ineguagliabile di sfottere se stessi propria dei napoletani, diceva: Agg' fatt' a sintesi d'a letteratura francese!. Gli si debbono anche un Concerto per pianoforte e orchestra, un Requiem e uno Stabat mater.

A Roma esisteva un certo Giacinto Scelsi del quale alcuni cultori, come i soldati giapponesi nelle foreste filippine, sopravvivono ancora. Costui si spacciava per compositore, e ovviamente compositore d'Avanguardia (credo, se non ricordo male, di musica aleatoria), ma non era in condizione materiale di vergare una partitura. Cos il maestro Vieri Tosatti veniva da lui pagato per stendergli le composizioni. La cosa era un segreto di Pulcinella. Una volta presentarono Tosatti al maestro Pannain: Ah, Tosatti! Voi siete il Milite Ignoto!.

Come tutti sanno, la prima esecuzione italiana del Wozzeck di Alban Berg avvenne all'Opera di Roma nel 1942 sotto la direzione di Tullio Serafin. Era stato benissimo accolto giacch al pubblico romano furono subito presenti le parentele del capolavoro con le Opere del cosiddetto Verismo (ad esempio il Prologo dei Pagliacci di Leoncavallo), parentela percepibile, seppur ovviamente trascesa, da qualunque storico della musica che solo la critica ignorante schierata con la cosiddetta Avanguardia non sa vedere. Ma il maestro Pannain ne fece fare al San Carlo nel 1949 (quindi alla Scala arriv dopo) una prestigiosissima, in tedesco, diretta da Karl Bhm: e parlava della sua come della prima italiana. All'obbiezione di un taluno, esservi stata precedentemente quella di Serafin, rispose: Ma chillo era nu Wozzecchiello accuss! (Ma quello era un Wozzeck piccolo piccolo!). A domanda su come andassero le cose all'Accademia di Santa Cecilia, rispose: Siamo in piena Operetta!. Il maestro Vitale gli chiese se amasse il Balletto: Vita', nun me parlate 'e chilli quattro ricchiun' c'aizan' 'e ccosce! (Vitale, non mi parlate di quei quattro ricchioni che alzano le cosce!). Quando il maestro Vitale fece l'esame di storia della musica, Pannain che l'esaminava, gli domand del sistema tleion della musica greca antica. Vitale rispose che si chiamava cos essendo completo, invece di perfetto. Pannain disse: E che d'era, nu tram?. Altra sua battuta che Riccardo Muti cita sempre  questa: Abbiamo dato conto di noi e avimm' ancora  luv 'a mmerda  cul'  ccriature! (... eppure dobbiamo ancora togliere la merda dal culo degli infanti!).

Durante la guerra il maestro Siciliani, che ricopriva la carica, creata dal fascismo e poi stupidamente abolita, di allievo soprintendente, viveva a Napoli in camera ammobiliata. La sua stanza aveva una porta col riquadro di vetro smaltato per cui la signora Ambra doveva appendere degli asciugamani che filtrassero la luce, altrimenti il Maestro si sarebbe svegliato. Una mattina stavano dormendo ancora quando dal corridoio arrivano urla: poi la porta viene violentemente scossa. Ambra, quel porco di Guido!. Era la signora Pannain accorsa trafelata alla pensione. Aveva finto di uscire di casa e si era nascosta in un armadio. Il Maestro concupiva la giovane cameriera e aveva approfittato dell'assenza della moglie per fare un buon passo avanti. La signora l'aveva sorpreso nella stanzetta della servit, seduto a sponda di letto mentre cantava alla ragazza la Romanza di Orsino dalla sua Beatrice Cenci. E pensa che diceva di averla scritta per me!.

Un'altra donna il maestro Pannain desiderava e desider invano per tutta la vita: la moglie del fine compositore Jacopo Napoli, figlio del maestro Gennaro Napoli, sui testi del quale tutti i musicisti italiani, o almeno napoletani, si sono formati. La signora Napoli era di una bellezza eccezionale e statuaria; d'altronde anche il maestro Jacopo era uomo di non comune bellezza. Ora, bisogna sapere che la signora Pannain era cafona, ossia non napoletana ma paesana, ed era proprietaria terriera. Durante la guerra v'erano, come tutti sanno, restrizioni alimentari, ma nella famiglia Pannain v'era ogni ben di Dio che arrivava dalla campagna: tanto che la signora, mi faceva capire Siciliani, esercitava anche un po' di borsa nera. Ella segu il Maestro che andava in Conservatorio e lo sorprese nell'atto di consegnare alla signora Napoli una bottiglia d'olio sottratta al suo deposito e nascosta nella cartella: prese il marito a ombrellate in testa davanti a tutti.

Paolo Cappabianca mi ha fatto avere l'informazione precisa: il paese della signora Pannain era Paduli, in provincia di Benevento, una bella contrada ricca di ulivi di collina e d'un mulino.

A Pannain si deve la pi bella recensione mai scritta in tutta la storia della critica musicale. Eccola: Domenica sera, all'Accademia di Santa Cecilia, il maestro Fernando Previtali ha diretto le Variazioni per orchestra del maestro Luigi Dallapiccola. (a capo) Parce sepulto. (a capo) Guido Pannain.

Le stroncature le chiamava 'e ssunat' 'e bicchiere (le sonate di bicchieri).

Il grande pianista e ottimo compositore Sandro Fuga, che da direttore del Conservatorio di Torino mi trattava con una enorme tenerezza, mi raccont che Dallapiccola non arrivava a toccare i pedali del pianoforte e aveva a casa un seggiolino costruito apposta per lui. Era convinto di essere il pi grande compositore di tutti i tempi. Mediocre, la Scala, dopo la prima a Berlino nel 1968, gli mise in scena un'Opera monstre, una sorta di grand-Opra dodecafonico, l'Ulisse, e ci fu un battage propagandistico incredibile: noi stiamo ancora al battage che Meyerbeer organizzava secondo Berlioz quando c'era una sua prima. Era morto, l'Ulisse, e non bast il terrorismo ideologico a farlo vivere nemmeno per un minuto. Dallapiccola era un volontario della composizione seriale, a differenza dei chiamati. Ma gi volontario era stato Stravinskij: di modo che se lo Stravinskij seriale potrebbe fregiarsi del nomignolo di Schnberg dei poveri, Dallapiccola anche come volontario lo era di secondo grado, onde potrebb'essere definito il dodecafonico dei miserrimi.

Mi raccont Luigi Baldacci che una volta era stato costretto da Gavazzeni, il quale si trovava a Firenze, ad andare a colazione coi coniugi Dallapiccola. Gavazzeni si sottoponeva al tormento perch, col suo bovarismo bergamasco, riteneva che una persona importante, quale si reputava, dovesse per onor di firma frequentare le altre persone importanti, e credeva che Dallapiccola lo fosse. La moglie era orrenda quanto il marito: era anche un'ebrea col complesso dell'ebraicit. Nel corso dell'incontro i due parlarono con odio dell'intero humanum genus. Dopo Baldacci disse: Ma questi non conoscono la piet!. Half the harm that is done in this world / Is due to people who want to feel important. Cos Eliot in The Coktail Party: Met del male fatto nel mondo lo si deve a persone che vogliono sentirsi importanti.

Dallapiccola aveva uno zelatore fiorentino, zelatore anche dei Maestri Wolfgang Sawallisch, Claudio Abbado (sul Lohengrin diretto dal quale alla Scala esiste in rete un tetro articolo di costui ove si afferma che questo direttore  un wagneriano per definizione) e Giuseppe Sinopoli, il quale Sinopoli gli mor in mano: costui era dieci volte pi jettatore. Una volta era a Brescia, a casa di Michele Campanella, che prima di abbandonare moglie e famiglia abitava l. Casa solidamente borghese del dopoguerra. V'era un corridoio che terminava con una vetrata; il sinopoliano disse: Questa vetrata non mi piace!. Qualche giorno dopo una delle figlie del pianista, allora bimba, giuocava a palla nel corridoio: scivol, pigli uno sciulejamazzo, una scivolata, lungo tutto il corridoio e and a infrangere la vetrata; se  viva  perch qualche Santo potentissimo volle allora interporsi tra lei e la morte. Lo jettatore apparteneva alla categoria sibi suisque, ossia di coloro i quali portano disgrazia a se stessi e a coloro che sono loro pi cari: guai se hanno per voi una horribilis benevolentia! Cos port sventura a se stesso: sebbene Sinopoli lo facesse arrivare ad alti onori, ebbe un primo ictus; poi il secondo ci ha privato della gioia di frequentarlo: era ancor giovane.

Coll'occasione ricordo, ma senza nominarlo, uno jettatore milanese. Era costui un professore di Diritto penale a Pavia, antifascista; veniva fatto collaborare, per sempre in spaz secondar, al Corriere della Sera. Tirapiedi di un certo Virginio Rognoni, che fu ministro degli Interni, tutta la vita desider spasmodicamente di entrare alla Corte Costituzionale o anche solo al CSM; e non ci riusc: anche perch l'appoggio di Antonio Di Pietro , a prescindere dai congiuntivi, un altro caso di bacio del lebbroso. Mi ricordo di una sua intervista televisiva nella quale, da professionista dell'antimafia, accusava Corrado Carnevale di aver fatto un errore materiale nel calcolare certi termini di prescrizione. Tutti avevano paura di nominarlo: quando urge il periglio anche a Milano si svegliano. Il penalista (che non svolgeva attivit forense, ed  un peccato, perch avremmo visto magistrati e avvocati falciati da certificati medici come non mai!)  morto; Carnevale, che errori materiali non fa,  ancora in Cassazione.

Un altro jettatore era il titolare della importante camiceria milanese Corbella. Costui pareva la caricatura dell'ebreo siccome raffigurato dalla propaganda nazista. Servile, gli occhi strabici ti fissavano con supplichevole odio; e godeva a raccontare al cliente il fatto ch'era cornuto. Voluttuosamente narrava della dichiarazione della moglie: stavano vedendo alla televisione il film Pretty woman ed ella glielo disse; a seguito, aggiungeva il cornuto, di uno shock genetico.  roba di trent'anni fa. Come camiciaio era un ciarlatano.

Del nord ve n' un altro incredibilmente ancora vivo pur se adesso la sua attivit si  sensibilmente ridotta.  un pianista fallito il quale, in seguito al suo fallimento (riusciva in pubblico a eseguire a stento qualche Sonatina settecentesca)  diventato un didatta di pianoforte diffusissimo e giurato autorevolissimo nei concorsi: a dimostrazione del fatto ch'esiste anche lo jettatore suis tantum. Quando i Conservator erano ancora tali, il maestro Vitale dovette fargli l'esame di conferma quale insegnante e gli attribu tale conferma per una piet che forse lass gli sar stata delicatamente contestata. Costui, essendo sin dagli anni Settanta membro del PCI,  stato cooptato quale direttore artistico in quasi tutti i teatri italiani. All'epoca (per fortuna non lo vedo da decenn) aveva connotati tipici spaventosi fra i quali un paio di lenti spesse come solo quelle del compianto onorevole DC Mauro Bubbico, che peraltro jettatore non era, e dell'ancor pi compianto grande dell'avanspettacolo e del cinema Gigi Reder durante i suoi gags: ma erano anche scurissime. A Catania una serata inaugurale da lui programmata si ferm a met perch un pipistrello s'era introdotto in sala e le signore notoriamente hanno dell'inoffensivo mammifero un terrore folle. A Genova un'altra serata inaugurale si ferm a met e per sempre perch il soprano Cristina Deutekom rinunci a cantare, forse credendosi la Callas. In quell'occasione egli comunic la notizia in un'improvvisata conferenza stampa, il volto sconvolto da un indomabile rictus. Lo scrissi e fu una delle cose alle quali i partigiani di Degrada al mio posto si appigliavano per far capire a Paolo Mieli che io ero inadatto a ricoprirlo: Scherza sui difetti fisici delle persone!. Se cos fosse stato, avrebbero avuto ragione: ma io non scherzavo, io segnalavo un fatto, come dice Ciampa al secondo atto, per mettere in guardia il prossimo dal pericolo.

Pi sopra ho parlato del cattivo compositore che si credeva un Padreterno. Debbo invece citarne uno che mor a soli ventinove anni nel 1937, e Siciliani diceva che se fosse vissuto sarebbe stato uno dei pi grandi. Si tratta di Giovanni Salviucci, romano; le poche opere che ha lasciate sono eloquenti; e io vorrei che, non essendoci pi il generoso Gavazzeni che lo eseguiva sempre, il suo culto trascorresse a qualche altro direttore d'orchestra importante; almeno il frammento drammatico Alcesti (denominato episodio) per coro e orchestra varrebbe a sorprendere tutti:  un capolavoro all'altezza della Salamine di Maurice mmanuel, e a essa arcanamente affine; l'epoca  la medesima, almeno per ci che concerne la prima esecuzione di mmanuel; lo stile trova importanti punti di convergenza (straordinaria  la combinazione di modalismo e cromatismo), la ricerca del mondo antico siccome s'esprime nel Dramma  interesse supremo dei due artisti: e il Fato possentemente rappresentato sovrasta le due opere. Alcesti mette in musica la Parodo e il primo Episodio della Tragedia di Euripide nel testo italiano siccome tradotto dal compositore; la declamazione corale, quasi sempre polifonica, s'alterna a luoghi fugati in un contrappunto fortemente dissonante. Sar pure frutto di uno stile neoclassico, ma il limite del cosiddetto neoclassicismo novecentesco  l'esser antiwagneriano; mentre Salviucci cita l'inizio del primo atto della Walchiria (i violini della tempesta) e soprattutto il Preludio atto III del Parsifal. Quali orrore e mistero della morte nel frammeno corale!

La figlia del Maestro, Giovanna Marini, ha fatto realizzare un disco contenente le principali composizioni del padre: vi manca solo la Sinfonia italiana. La Sinfonia da camera per 17 strumenti (1933) e la Serenata per nove strumenti (1937) mostrano quanto il gusto cosiddetto neoclassico possa accoppiarsi colla rifinitura compositiva; l'Introduzione, Passacaglia e Finale  uno dei pi bei Poemi sinfonici del Novecento. Le disperate e solenni parti lente paiono uno di quegli sterminati Adagi sinfonici inventati da Mahler ma lo stile musicale  rigoroso e dissonante, qualcosa che, come l'Alcesti, diresti stare tra Schnberg e Dukas; la parte veloce anticipa straordinariamente un Maestro che in Italia allora non era conosciuto, ostakovic, come peraltro vi si avvicina la Sinfonia di Gino Marinuzzi. Come nell'Alcesti vedi la visione compositiva esser sovranamente contrappuntistica.

Di Costanzo gestiva il San Carlo insieme col fratello Salvatore, detto Sas, 'O Cavaliere, intelligentissimo, che non aveva alcuna carica ufficiale in teatro ma responsabilit grandi. I fratelli vivevano patriarcalmente. A una certa ora il Commendatore incaricava l'usciere Umberto di andare a fare la spesa per la loro colazione. Il marchese Lucio Parisi, uomo meraviglioso e amico tra i pi cari, discendente del Colonnello primo comandante del Collegio Militare borbonico detto 'A Nunziatella, che faceva funzioni di segretario artistico, mi ha raccontato tutto. Saglie 'o primmo vic' d'e Quartier'! Ce sta na puteca e accatta cientocinquanta gramme 'e alice salate! Ripeti appriess' a mme chill' c'  f! (Sali al primo vicolo dei Quartieri! L c' una salumeria e compra centocinquanta grammi di alici salate! Ripetimi quello che devi fare!). Etc. per ogni pietanza: e questo ogni giorno. Mi ricorda il mio pap: una volta ch'era a letto mi disse: Fai il corridoio. Alla fine trovi un bagno con le piastrelle verdi. Sopra il lavabo, a fianco dello specchio, c' un armadietto bianco e nero. Aprilo: troverai tre ripiani. Sul primo c' un medicinale chiamato A-spi-ri-na. Ripeti!. E questo in casa mia.

I due fratelli facevano spazio sulla scrivania neoclassica della Soprintendenza e mangiavano all'orientale; la corte degli impiegati assisteva; il Commendatore e il Cavaliere passavano ai membri bocconcini da assaggiare. C'era un poverino ammalato di fegato, si chiamava Ferrucci, che era l'avvisatore teatrale e la vittima favorita: Ferr, saggiate stu morzill' c' 'a nzogna, nun me dicite ca no! (Ferrucci, assaggiate questo bocconcino colla sugna, non ditemi di no!).

Dopo, una corista magra magra saliva e, senza dire una parola, faceva nu bucchine ai fratelli i quali poi si toglievano le scarpe e si buttavano a dormire sui divani del salone.

Nel 1974 ascoltai la prima Messa di Requiem di Verdi diretta da Riccardo Muti al San Carlo. Il direttore napoletano era particolarmente esigente. Il marchese Parisi mi disse: Me pare mill'ann' ca fernesce sta cazz' 'e Messa! (Mi sembrano mille anni - cio, il tempo non passa mai prima - che finisca questa cazzo di Messa!). Quando gliel'ho raccontato, Muti s' divertito moltissimo. L'ultima sua Messa alla quale ho assistito  stato il 10 ottobre 2013, l'anniversario della nascita di Verdi, a Chicago, come racconter pi avanti.

Un direttore d'orchestra coglione che per faceva anche il fesso mi raccont che dopo un'opera da lui diretta al San Carlo il Commendatore gli aveva detto: Maestro, Vuje avit' a fa 'o sinfonico! (Maestro, Voi dovete dirigere la musica sinfonica!); quando, dopo un suo concerto sinfonico, gli aveva detto: Maestro, Vuje avit' a fa 'a lirica! (Voi dovete fare la lirica!) e credeva che fosse rimbambito, non avendo compreso che cos gli diceva di togliersi di torno.

Di Costanzo aveva reso il San Carlo rivale della Scala, oltretutto con una scelta intelligentissima di repertorio e direttori d'orchestra e soprattutto grazie alla decisione di affidarsi al maestro Siciliani. Finch questi rest direttore artistico il San Carlo fu superiore alla Scala; e anche dopo continu a esserlo. Negli anni Cinquanta primazia aveva Gabriele Santini, un vero genio. Perugino, gi stato assistente di Toscanini e direttore del Coln di Buenos Aires, Santini era il direttore, dopo Karajan, pi stimato dal maestro Siciliani il quale mi disse che egli non brigava per la carriera essendo oltre tutto ricco, proprietario terriero a Perugia. Aveva diretto prime italiane: di Britten (Peter Grimes, Firenze, 5 maggio 1961: Britten lo abbracci!) e Milhaud. Mais o avez-vous trouv ce grand chef d'orchestre? domand Milhaud a Siciliani dopo la prima italiana del Cristoforo Colombo. Ma, quanto a musica francese, nel 1932 aveva diretto alla Scala la prima italiana de L'heure espagnole di Ravel. Mi disse il maestro Siciliani che l'ultima cosa fatta alla Scala da Santini fu uno straordinario Barbiere accolto dall'indifferenza generale. Per fortuna ce ne resta un'incisione che parla da sola. Ricordo che la stessa fine capit al Barbiere diretto da uno Schippers ormai morente: e che infamia scrisse Courir sulla sua Nona Sinfonia! A lui piaceva quella di Giulini e una pessima diretta da Karl Bhm il quale, evidentemente, alla Scala se ne fotteva di fare il grande direttore e anche solo il buon direttore. Di Bhm ricordo un Idomeneo a Salisburgo tanto rifinito quanto pieno di vita, con la bella regia di Sellner ove, al posto dell'Aria di Elettra D'Oreste, d'Ajace, Bhm aveva inserito il meraviglioso e superdrammatico Recitativo sostitutivo di Richard Strauss il quale aveva rivelato il capolavoro al mondo moderno; e, sempre a Salisburgo, di Strauss una Donna senz'ombra da farti rimanere senza fiato. Purtroppo il cofanetto delle sue esecuzioni straussiane dal vivo mostra che talora egli era un routinier: l'esatto contrario di uno dei pi grandi direttori di tutti i tempi, Joseph Keilberth, tra l'altro titolare dei leggendar Bamberger Symphoniker, nome sotto il quale dopo la guerra sopravvisse l'Orchestra tedesca di Praga. Il cuore di Keilberth si spezz a Monaco di Baviera il 20 luglio del 1968 durante il II atto del Tristano per il festival. Keilberth non  solo sommo wagneriano: ha diretto meravigliosamente Mozart (ricorder solo un'edizione della Clemenza di Tito del 1955 alla WDR di Colonia con Nicolai Gedda!) Strauss, Pfitzner, Reger e tanta musica contemporanea.

Debbo dire che su Bhm io ripeto per il mio giudizio di quarant'anni fa quando era un secondo essendoci Karajan e Jochum e Wand e Tennstedt; e fin che c'era Keilberth era addirittura un terzo. Per, pure lui, quale padreterno! In rete si pu vedere la sua concertazione coi Filarmonici di Vienna del Don Juan di Strauss: oggi, fatta salva la pace di pochissimi, chi sa altrettanto e lavora cos?

Santini ha lasciato tra l'altro una Traviata (il baritono  un grandissimo ch'era mio intimo amico e che non fece la carriera che meritava per aver il vizio del giuoco, Ugo Savarese): con Maria Callas; secondo me  la pi bella Traviata della storia del disco, e la Callas  da lui meravigliosamente guidata e tenuta a freno. E ha lasciato due Don Carlo, uno in quattro atti con l'Opera di Roma, un altro in cinque colla Scala che  il pi bello mai fattosi in disco insieme con quello diretto da Karajan. Un Simon Boccanegra, un Cortez di Spontini, una Norma con la pi grande Norma dal dopoguerra a oggi, Anita Cerquetti, un Lohengrin di cui esiste la testimonianza della recita del San Carlo di Napoli con Renata Tebaldi, Gino Penno, Elena Nicolai, Giulio Neri, meravigliosissimo, una Gioconda, un Tannhuser, insuperati. Il Lohengrin  in italiano ma mi pare superiore persino a quelli di Keilberth e Karajan e incredibile  vedere a quali livelli Santini portasse allora l'orchestra sancarliana e il coro diretto dal grande Michele Lauro, le prestazioni del quale ascoltai ma che non conobbi personalmente. Alla Scala Santini diresse anche la Semiramide di Rossini con Joan Sutherland e fu la sola volta, insieme con quella della Scala per gli Ugonotti di Meyerbeer diretti da Gianandrea Gavazzeni e con quella della Fenice nella quale sul podio era Nello Santi, che la Diva venne tenuta in riga: nella sua incisione del capolavoro diretta dal marito ella, a fianco di cose sublimi, fa cose efferate. Invece la Semiramide diretta da Santini  un modello di arte interpretativa anche solo come lezione su che cosa sia il cosiddetto crescendo rossiniano; modello che andrebbe seguito dai disgraziati esponenti della cosiddetta Rossini renaissance esprimentisi soprattutto al festival rossiniano di Pesaro, il quale porta il ridicolo nome di Rossini Opera festival da tutte le recchie di codesto festival adepte chiamato il Rof. Alla Scala Santini mise la Sutherland a posto immediatamente. Infatti gi alla prima prova al pianoforte quando ella incominci ad aprire la bocca col suo famoso mento prominente che in napoletano si dice 'a sguessa (per antonomasia quella di Tot,  ovvio), il Maestro: Signora, ma canta o fa pompini?. Nella tourne del San Carlo a Parigi Santini guidava Renata Tebaldi nella Giovanna d'Arco di Verdi. La Tebaldi dal San Carlo si contrapponeva alla Callas della Scala ed era anche l'amante del Commendatore. Invece oggi mi convinco che la cosa migliore in assoluto fatta dalla Sutherland, l'idolo dell'ignorante sedicenne che ero, sia un cofanetto discografico intitolato Romantic French Arias e il Concerto per soprano di coloratura e orchestra di Reinhold Glire.

A proposito della Norma va osservato che Santini adotta, invece dell'edizione Ricordi allora corrente, l'edizione di Gino Marinuzzi, del quale era stato assistente; edizione che contiene differenze notevoli rispetto alla Ricordi, e fra esse la seconda parte del coro Guerra, guerra. Usc presso la Ricordi una sedicente edizione critica revocante nel nulla le prescrizioni di Marinuzzi, e questa venne adottata da Riccardo Muti a Ravenna, il che fu causa di uno dei nostri dissid: Muti era stato ultroneo nello studio avendo consultato l'autografo della partitura, pubblicato da Gabriele d'Annunzio nella sua collana Il Vittoriale degli Italiani; e aveva fatto caso che la seconda parte di Guerra, guerra  su di un fascicolo staccato inserito nella piega del verso della rilegatura. Questa osservazione  di zelo giacch nella Sinfonia della Norma la seconda parte del coro ha un ruolo fondamentale: e Marinuzzi era partito dalla constatazione che, la Sinfonia essendo autografa, il tema non pu non far parte dell'opera. Una seconda, e questa volta autentica, edizione critica, or sortita, assevera perfettamente la tesi del direttore palermitano.

Anita Cerquetti  insuperabile in tutti i ruoli affrontati; per esempio, una delle pi grandi Norme della storia, Gina Cigna, le  inferiore perch, pur essendo meravigliosa nei pezzi chiusi, nei recitativi - (Sediziose voci) e negli Ariosi (In mia mano alfin tu sei), da questi, non da Casta diva, stabilendosi se un soprano pu essere una buona Norma) - mette un sovrappi espressivo, un eccesso d'accentuazione, che la rende lievemente ridicola. Anita  dunque insuperabile anche come Aida; Leontyne Price a paragone  poca cosa. Ma qui debbo raccontare di un'Aida della quale ella  la protagonista svoltasi al San Carlo nel 1954.

Ne possediamo un'antologia dal vivo: sul podio Gabriele Santini. Or il pubblico napoletano interrompe la recita per cinque minuti interi con fischi e proteste perch al terzo atto il grande Giangiacomo Guelfi canta, con timbro, intonazione e fiati meravigliosi, il Sol bemolle e il Re bemolle di Farani e Tu si la schiava troppo prolungandoli. In altre parole, interrompe una recita non per una questione d'insufficienza vocale, alla quale tutti potrebbero arrivare, per una questione di gusto, avendo perfettamente ragione. Se si paragona quest'episodio coll'attuale pubblico della Scala, e l'accoglienza fatta al Ballo in maschera di giugno 2013, tutto esso accettando, si vedono due cose: la prima  che la reazione del pubblico napoletano del 1954 testimonia d'una civilt musicale del tutto scomparsa; la seconda  che il pubblico della Scala  davvero il peggiore del mondo. Se nel 1954 sul podio sancarliano vi fosse stato un direttore di minor carattere e autorit di Santini, che so, un Gavazzeni, un Molinari Pradelli, la recita si sarebbe conclusa qui.

I tempi adottati da Santini in quest'Aida sono differenti da quelli di qualsiasi altro: onde possiamo ipotizzare derivino da qualche insegnamento di Marinuzzi del quale non abbiamo alcun documento.

Debbo aggiungere sulla Cerquetti che, se non si fosse dovuta ritirare, inevitabilmente sarebbe arrivata a Wagner: e non per fare, come Renata Tebaldi, Elsa ed Elisabetta, bens per interpretare Senta, Isolda, Brunilde e Kundry, la quale ultima  difficillima giacch ha da essere due personaggi diversi, l'uno nel primo, l'altro nel secondo atto del Parsifal: e allora sarebbe stata superiore ad Astrid Varnay e a Jessye Norman.

Tra parentesi, Boris Christoff  un Ramfis colossale, ben superiore a Nicolai Ghiaurov;  stato anche il pi grande Boris che abbia mai visto e nella scena della follia si faceva cadere sul coro da qualche metro senza guardarlo, onde se questo non fosse stato capace di acchiapparlo sarebbe morto.

Un altro grande basso  stato Nicola Rossi-Lemeni: troppo leggero per Mos seppur di grandissima sottigliezza psicologica (obiter voglio ricordare di essere stato il primo a descrivere musicologicamente e criticamente la differenza fra i due Mos di Rossini, il napoletano Mos in Egitto e il parigino Mise et Pharaon, quello che in italiano sarebbe divenuto il Mos universalmente conosciuto). Rossi-Lemeni nei Racconti di Hoffmann di Offenbach (in realt si dovrebbe dire di Ernest Guiraud: i veri Contes d'Hoffmann di Offenbach vennero rivelati negli anni Settanta in un'esecuzione fiorentina diretta da Antonio de Almeida che avrebbe dovuto essere capeggiata da Riccardo Muti se questi non avesse avuto perplessit sull'opera siccome rivelata dall'edizione critica: e sono una composizione pompire e accademica, quasi Offenbach scrivendo questa sorta di Cantate de concours avesse voluto farsi accettare da quel Conservatorio che non aveva mai frequentato essendo il genio che ) faceva tutti i ruoli di basso ed era in ogni atto un cantante diverso!

Santini era cos iracondo che una volta per causa sua si dovette riconsacrare una basilica romana: si eseguiva una Messa di Requiem di Verdi e lui aveva dato della puttana a Maria Caniglia e bestemmiato. Provava la Lucia al San Carlo. Avevamo un grande arpista, il professor Sannino: questi preludiava il solo della Pazzia. Santini gli disse: Abbiamo finito di calare i mobili dal quinto piano?. Un'altra volta leggeva qualcosa con l'orchestra al San Carlo. A un certo punto, andato su tutte le furie, proffer una collezione di parolacce irriferibili davvero unica. Quelli della buca si alzarono come un sol uomo e uscirono. Il giorno dopo Santini era pentito per aver offeso l'orchestra e pensava che avrebbe dovuto scusarsi. Sul leggio trov una colossale scatola di cioccolatini. L'orchestra s'era precipitata fuori non perch sdegnata ma perch i professori, napoletani, essendo sabato, erano corsi a giuocare i numeri tratti dalle incredibili male parole del Maestro: e i numeri erano usciti.

Mi raccont il maestro Siciliani che Ghiringhelli, il soprintendente della Scala, domand al direttore d'orchestra come passasse le vacanze, abituato a De Sabata che stava con le Regine, quando si abbassava erano Principesse: Me ne sto a Ponte Pattoli in garage, smonto una macchina e poi la rimonto, ecco il mio passatempo!. Ghiringhelli, industriale di scarpe che osava mettere becco e si permise di contraddire sui suoi costumi il gigante Piero Tosi, che me l'ha raccontato, non arrivava a capire che il Maestro lo sfotteva.

Piero Tosi s'era ritirato ma per Il matrimonio segreto di Cimarosa del 29 giugno 2013 con la regia di Quirino Conti ha realizzato abiti che narrano la gloria di Dio, tanto sono belli; al festival del 2014 Carla Fendi ha organizzato una mostra di suoi lavori (nel catalogo vi sono anche bozzetti) che mostrano Tosi il pi grande pittore di costumi almeno dal 1960 a oggi. Vi sono la Traviata, la Manon Lescaut di Puccini (regia di Luchino Visconti), lo stesso Matrimonio segreto e il celebre Macbeth di Verdi che fu diretto da Schippers con un costume di Lady e della sua accompagnatrice che d i brividi.

A proposito del Boccanegra debbo ricordare che, prima dell'edizione suprema diretta da Riccardo Muti, la migliore da me ascoltata dal vivo non fu quella, ottima, diretta da Abbado alla Scala, ma quella diretta al San Carlo da Ugo Rapalo: un grande concertatore che 'o Cummendatore teneva quale maestro domestico, senza attribuirgli la giusta importanza. Rapalo diresse anche, meravigliosamente, l'Isabeau di Mascagni ed Elisa e Claudio di Mercadante. Insegnava in Conservatorio lettura della partitura e in quanto insegnante aveva coniato, con napoletana praticit, un metodo per la decifrazione delle trasposizioni che Riccardo Muti e io ricordiamo ammirati e grati. Una volta uscii dal San Carlo in compagnia di Rapalo dopo la prova generale di una Salome di Strauss: si avvicin un servile comprimario che aveva fatto il Quarto Ebreo e salut il Maestro. Questi: Troisi, alla tale battuta del Quintetto Fa diesis, non Fa!. Si trattava del Quintetto degli Ebrei, uno dei pezzi pi cacofonici che siano mai stati scritti: come faceva l'orecchio di Rapalo a districarvisi?

All'inizio degli anni Settanta Salvatore mor. Il Commendatore non fu pi lo stesso. Ci furono esequie grandiosissime nella chiesa di San Ferdinando, poi trigesimo e poi ricorrenze mensili. Il personale era precettato. Il maestro Rubino Profeta, che lavorava nella Direzione artistica, si lament con me di non aver potuto celebrare un proprio defunto perch obbligato nello stesso giorno a onorare Sas: d'altronde, sebbene Profeta avesse qualit grandissime e fosse uno scopritore di opere dimenticate di Donizetti e Verdi (l'Alzira), il Commendatore lo trattava senza riguardi: Maestro Profeta, chiudite 'a porta! (chiudete la porta!). Il Commendatore fece fare un busto del fratello che colloc nel foyer (sciocchi e, peggio, privi di pietas, in primo luogo verso se stessi, venuti dopo, l'hanno rimosso: e dico privi di pietas anche verso se stessi perch amovere il ricordo d'un morto  terribile nefas) e appese in Soprintendenza una foto del defunto che interrogava facendola vaticinare. Se Sas rideva, ossia se interpretando l'espressione che aveva sulla foto apparisse ridente, significava s. Se non rideva non c'era niente da fare.

Una sera, dopo una recita diretta dal maestro Gavazzeni, si trovava con lui al ristorante. Maestro, Vuje 'a bacchetta nun 'a sapete ten' mmano! (Voi la bacchetta non sapete tenerla in mano!). E impugn una forchetta facendo la perfetta imitazione del gesto infelice del direttore bergamasco.

Wolfgang Sawallisch, ottimo pianista e direttore, era stato creato dal maestro Siciliani che lo trasform da burocrate mozartiano, wagneriano e straussiano in Maestro atto pure, in qualche misura, all'opera italiana. Questo lo dico pi volte: adesso racconter solo due cose. La prima  che Buscaroli s'era innamorato di lui: lo invit a cena all'hotel Vier Jahreszeiten di Monaco e, quando Sawallisch arriv con la moglie Mechtild, gli fece il saluto romano urlando Sieg heil! Il direttore e la moglie presero una tale fuga che probabilmente stanno ancora scappando. La seconda  che nel 1977 egli mi chiese il parere su quale direttore chiamare per portare avanti al Nationaltheater l'Opera italiana. Io gli dissi Patan; ed egli chiam Gavazzeni che l'orchestra non grad affatto. Io fui cretino: Patan mica si poteva chiamare per portare avanti qualcosa, superiore com'era a Sawallisch e a quasi tutti gli altri anche in Mozart (a San Francisco aveva insegnato a Horst Stein i tempi giusti per il Don Giovanni), Wagner e Strauss. Durante la gestione Sawallisch venne invece fatto fuori il bravissimo direttore Kurt Eichhorn (1908-1994), seguace di Orff, al quale si deve, fra l'altro, l'unica incisione esistente dell'Ifigenia in Aulide di Gluck in tedesco nella versione di Wagner.

Torno a Rubino Profeta per spiegare come, nelle revisioni di opere dell'Ottocento, egli seguisse criter d'intelligenza pratica oggi del tutto accantonati a causa d'un culto superstizioso per un presunto testo originale. Era molto colorito ed efficace nell'addurre le sue ragioni: Paul, tu capisci, chill' Donizzetti sta facenn' nu' criscenn', le servon 'e strument' a ffiato, no, nunn 'e ppo' mettere pecch 'a musica modula e chilli cristiani, c'e fiati naturali, nun ponno modula'! E io 'e ffacc' modul', va bbuon? Chill' po' ncopp' 'o cchi bell' nun putevan' sun cchi pecch tenevan' 'e ritorti a 'int', avevan' a cacci 'a sputazz'!. Traduco ad uso di musicisti e musicologi: Paoluccio, capisci, Donizetti sta facendo un crescendo, gli servono gli strumenti a fiato, e no, non li pu mettere perch la musica modula e quei poveretti, cogli strumenti a fiato naturali, non possono modulare! E allora io li faccio modulare, va bene? (N.B.: con la moderna tecnica dei pistoni ci  possibile). Poi, quelli sul pi bello non potevano pi suonare perch avevano i ritorti e allora dovevano capovolgere e scuotere lo strumento per espellere tutta la saliva mista a muco (la sputazza) che s'era accumulata all'interno!.

Rubino venne a trovarmi a casa per pregarmi d'interessarmi delle sue revisioni e delle sue composizioni. Aveva scritto un pezzo per orchestra con voce recitante, Il brutto anatroccolo, da Andersen, e non si pu immaginare la delicatezza e la sensibilit messe da un napoletano nell'interpretare la fiaba scandinava; e un Oratorio, La crocifissione. Era il 24 agosto 1979. Me lo ricordo perch Mamm agonizzava anche se con tale dolcezza che non ce n'eravamo accorti: sarebbe morta il giorno dopo. Dal suo letto ci divideva solo una parete. Rubino perorava con argomenti che, ripeto, sono di cultura, ma nel napoletano stretto che ho riportato, e dopo aver perorato mi disse: Quanno farrann' 'o piezz' mio, a doppo ce jamm'  pigli' nu bicchier' 'e vino!, con la sua deliziosa semplicit. Voleva dire che dopo che avessero eseguito il suo pezzo saremmo andati a cena insieme: lui adoper la metafora popolana un bicchiere di vino. Mamm sentiva tutto. Fu l'ultima volta in vita sua che rise. Rubino non poteva sapere la gratitudine che gli portavo. Fumava talmente che si accendeva la sigaretta col mozzone della precedente, fumava talmente che non riusciva a stare nel palco al San Carlo perch ogni cinque minuti doveva uscire a fumare: ci successe persino durante Il brutto anatroccolo, che forse Rubino non ha ascoltato per intero. Quando mangiava, prendeva un boccone e una boccata. Smise di colpo di fumare: e, naturalmente, mor. Ne ebbi un grande dolore.

Prima di Rubino Profeta e dopo Pannain il direttore artistico era il maestro Carlo Jachino, stato anche direttore del Conservatorio. Questi era dottissimo e ottimo compositore; ma un giorno di tanti anni prima s'era illuso di aver trovato il sistema per vincere alla roulette: e tanto n'era sicuro che diede le dimissioni da tutti i posti che occupava e se ne part per il Sudamerica per sbancare i casin. Riusc, come s' visto, a tornare a Napoli; ricordato da Gabriele d'Annunzio come un insigne wagneriano, ci ha lasciato, tra l'altro, per orchestra la Fantasia del rosso e nero e Trente et quarante.
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CAPITOLO 9.
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Franco Alfano. Alexander von Zemlinsky. Massimo Biscardi. Ernest Chausson. George Enescu. Othmar Schoeck. Roman e Alessio Vlad. Claudio Abbado e il colpo di piatti. Nino Rota. Renata Tebaldi. Federico II, lo stupor mundi.
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Il pi grande compositore italiano del Novecento, pi ancora di Puccini, quanto Respighi e forse pi,  il napoletano-posillipino Franco Alfano. Era cos intelligente che, pochi mesi dopo che fu uscita la traduzione tedesca di Resurrezione di Tolstoj (il russo non lo leggeva), aveva gi pronta la partitura del Dramma musicale scritto sull'argomento del romanzo. Ha composto un meraviglioso Cyrano de Bergerac sul testo medesimo di Rostand, senza l'intermediazione di un Libretto da, Lieder su poesie di Rabindranath Tagore, musica strumentale, ma il suo capolavoro  un'opera orientale risalente al 1917, Sakuntala, dall'antico romanzo indiano di Kalidasa, della quale somma interprete  stata Magda Olivero. Per trovare qualcosa di orchestrato con pari arte bisogna pensare a Schnberg, e in effetti le rassomiglianze della partitura di Alfano con i Gurrelieder sono enormi, non solo in fatto di orchestrazione ma anche di armonia e melodia: sotto il profilo dell'invenzione ritmica Alfano  superiore a Schnberg. L'assimilazione da parte di Alfano dei sistemi musicali dell'India vedica  cos approfondita che si pu affermare Messiaen aver apportato rispetto a lui non moltissimo di nuovo; e l'altra partitura, insieme con quella di Schnberg, alla quale va assimilata la Sakuntala  l'estrema e raffinatissima propaggine dell'esotismo musicale europeo, la Padmvat di Albert Roussel. Io sono convinto che se in concerto sinfonico venisse eseguita la Danza dell'ape, piccolo interludio sinfonico che fa parte di quest'Opera, colle sue armonie intossicate, senza dirne l'autore, la gran parte degli ascoltatori, e non dico di quei quattro cani morti che fanno gli ascoltatori di professione, rimarrebbe interdetta senza saperne indicare l'autore o facendo i pi stravaganti equivoci novecenteschi. Diciamo senza ambagi che la Sakuntala  il capolavoro del Novecento italiano (anche del Duemila, nulla essendo pervenuto allo scrivente che l'equivalga) e uno dei capolavori del Novecento mondiale.

Alfano, da vero napoletano, era anche scherzoso e spiritosissimo: al maestro Siciliani, che lo frequentava a Torino, lui militare di leva, il Maestro direttore del Conservatorio disse: Vedi se nella partitura trovi un buco! Quando tutto manca vi ho messo le bacchette!. Da Diliberto, durante la guerra, Alfano si trov di fronte a uno splendido Monte Bianco: il pap di Pietro era medico e quando vide il Maestro tagliarsene una fettona gli ricord che, se da padrone di casa doveva essere ospitale, da medico era costretto a ricordargli il suo diabete. E il Maestro: E Vuje facite sulamente ll'ospite! (E Voi fate solo l'ospite!).

Sul destino di Alfano incombe un paradosso che a rimuovere ho giurato impiegare finch avr vita le mie forze. Egli  ricordato per una cosa che, in fondo, non ha fatta. Puccini lasci incompiuta la Turandot non perch fosse morto prima di finirla ma perch la morte sopraggiunse quando lui era da tempo fermo non riuscendo a scrivere il finale del capolavoro. La principessa di gelo dovrebbe sgelarsi, dovrebbe accedere all'amore di Calaf e, divenuta donna, da questo farsi redimere. Ora, ce lo vedi tu Puccini alle prese con un amore che non finisce con la morte? mi diceva il maestro Siciliani commentando il caso. Infatti La fanciulla del West  un'eccezione; il Gianni Schicchi  un'opera comica; La Rondine finisce peggio che con la morte, con la morte delle illusioni.

Cos Toscanini commission ad Alfano il finale della Turandot da redigersi alla stregua degli appunti lasciati dall'autore. A decifrare questi sgorb Alfano quasi perse la vista ma il sacrificio fu inutile atteso il loro carattere provvisorio, di veri e propr abbozzi disorganici e incerti. Sicch il compositore napoletano, soccorso da un'adamantina coscienza artistica, apport il contributo del suo genio e della sua dottrina e scrisse un finale compositivamente elaborato. Toscanini odiava Puccini e odiava Alfano: un cos sommo artista venne in quest'occasione acciecato dal risentimento e, forse, da presupposti artistici errati. Onde respinse il finale di Alfano accusandolo di non attenersi agli abbozzi. Ebbe un bel difendersi Alfano: la forza di Toscanini, sorretto da un prestigio artistico ineguagliabile, era molto maggiore della sua. Ecco un altro caso di un fascista che nell'Italia fascista viene perseguitato da un antifascista.

Toscanini costrinse Alfano a scrivere un finale corto e schematico e a sua volta lo tagli riducendolo a poco pi che un moncherino.  quello che viene conosciuto quasi da cent'anni come il finale-Alfano. Beffa ulteriore fu che la sera della prima Toscanini non l'esegu nemmeno, interrompendo la recita al Mi bemolle dell'ottavino alla morte di Li, l'ultima nota scritta in effetti da Puccini, e volto alla sala disse: A questo punto il Maestro  morto!.

Alfano non tent mai di difendersi, nemmeno quando Toscanini and negli Stati Uniti. I Diari di Umberto Giordano, dei quali nel 2013 la Fondazione Banca del Monte di Foggia ha pubblicato il primo volume e nel 2014 il secondo, mostrano tangibilmente lo spezzarsi dell'egemonia di Toscanini a seguito della crisi politica da lui incontrata per l'incidente bolognese, il famoso schiaffo dopo il rifiuto del Maestro di dirigere la Marcia Reale e Giovinezza in occasione della commemorazione bolognese di Martucci. Improvvisamente il fascismo, con un enorme errore politico, lo proclam nemico. Tuttavia da qualche anno la Ricordi, editrice della partitura, ha fatto riemergere dal proprio caveau la partitura originale di Alfano e l'ha anche pubblicata. Si tratta di un esempio supremo d'arte e invenzione, con i motivi di Puccini che vengono trattati alla stregua di Motivi-Guida wagneriani come avviene nella sovrapposizione loro nelle ultime battute; ci rappresenta anche, dal punto di vista del simbolismo musicale, la geniale soluzione all'enigma del disgelo: una metamorfosi tematica alla quale Puccini non sarebbe arrivato. Ovviamente, la lotta per imporre il vero finale  improba. Bisogna in primo luogo contrastare alla pigrizia di cantanti e direttori d'orchestra che conoscono il finale-Toscanini e non vogliono perdere tempo a studiarne uno nuovo. Poi occorre affrontare la ben maggiore difficolt della partitura di Alfano, il ben maggiore impegno vocale richiesto e la sua stessa lunghezza. Infine, c' la paura che il pubblico non sia all'altezza di musica cos complessa. Ma occorre lottare, perch solo col vero finale-Alfano la Turandot pu considerarsi un capolavoro in ogni sua parte.

O forse in ogni sua parte tranne una. Le tre Maschere sono un'intenzione non riuscita: certo Puccini ci sarebbe tornato su nel rifinire l'intuizione geniale di mescolare la musica leggera a quella del suo linguaggio. Una volta chiesi al maestro Siciliani che cosa pensasse delle Maschere e lui: Versilia!.

Gina Cigna  stata l'interprete suprema. Ne resta un'incisione fatta nel 1937 all'EIAR che l'odierna casa editrice chiama RAI: Magda Olivero  un'inarrivabile Li. La Cigna  stata anche una grande Norma: e ne ho gi parlato.

Una delle volte che sono riuscito a far eseguire la Turandot col finale-Alfano  stato a Cagliari, sotto la direzione del bravissimo Karl Martin, un direttore svizzero residente in Italia da una vita che parla benissimo il napoletano e il palermitano ed  stato molti anni a Palermo giacch Pietro Diliberto lo stima. Racconter un episodio che lo riguarda. La sera c'era la prima, e prima esecuzione italiana, di un capolavoro di Alexander von Zemlinsky, l'opera Der Traumgrge, che vuol significare Giorgio dai sogni, dai sogni essendo un appellativo, come a dire, che so, dai bei capelli, dalle belle mani. Zemlinsky, cognato e insegnante di composizione di Schnberg, di Alma Mahler e Erich Wolfgang Korgold,  uno dei grandi compositori del Novecento. Ha scritto, fra l'altro, la meravigliosa Sinfonia lirica, su versi di Rabindranath Tagore, quindi in questo ha un contatto con Alfano, alla stregua della quale Berg compose la Suite lirica, Sinfonia che esiste in una perfetta interpretazione di Gabriele Ferro con l'orchestra della BBC, e, fra i var, due altri capolavori per la scena, Una tragedia fiorentina e Il nano, da Oscar Wilde. Diresse la prima esecuzione assoluta del Pellas et Mlisande di Arnold Schnberg e nello stesso concerto v'era quella del suo meraviglioso Poema sinfonico Die Seejungfrau (La sirenetta). Rimase talmente schiacciato dalla grandezza del Pellas et Mlisande da non far pi eseguire La sirenetta. Una parentesi su Gabriele Ferro: per la bacchetta di questo grande direttore ascoltai tra l'altro all'Opera di Roma il Tancredi di Rossini nella versione di Ferrara con finale tragico, interprete la grande Marilyn Horne.

A Palermo l'orchestra, evento rarissimo perch quando comandava il Dottor Diliberto la parola sciopero non esisteva, si blocc proprio per il giorno della prima. Diliberto reag in questo modo. Innanzitutto proib che si dicesse che c'era blocco della recita. La sera gli abbonati arrivavano alla spicciolata. Una signora domanda a una maschera se c' la protesta. La maschera guarda in aria e risponde: Me scianizza (Mi stranizza, ossia Mi meraviglia), picch di sciopero mai intesi parlare!. Poi, attraverso suoi emissar, divise il fronte dei protestatar, cos da riuscire ad avere un buon numero di orchestrali che si rifiutarono di aderire e scesero in buca. A questo punto Diliberto diede ordine che l'opera andasse regolarmente in scena. Karl Martin, dando cos una prova di bravura che non so quanti altri suoi colleghi sarebbero in condizione di prestare, sal sul podio dirigendo una partitura della quale mancavano alcune voci essenziali. Fu magnifico: Alla fine della recita, andai in camerino e vomitai, tanta era la tensione nervosa. Anche il Dottor Diliberto non vomit ma ci and vicino.

Il musicologo Mario Bortolotto scrisse una recensione nella quale metteva in rilievo che l'esecuzione si era svolta a ranghi incompleti per far vedere che lui la partitura la conosceva e a lui non la si faceva. Io preferii tacere per solidariet.

Chi organizz la Turandot a Cagliari col finale-Alfano fu il maestro Massimo Biscardi, allora direttore artistico. Poi le cose a Cagliari per lui si misero male, cos lasci il posto. Fu la sua fortuna perch venne nominato direttore artistico di una ricchissima Fondazione londinese, The United Kingdom Foundation of Arts, che ha per fine quello di investire in sovvenzioni a chi merita; poi dell'orchestra Mozart (quella di Claudio Abbado); poi del Sultano dell'Oman, che ha fatto costruire un enorme e, pare, bellissimo teatro. Il caso di Biscardi  il raro nel quale a un fortissimo talento corrisponde una grande fortuna. Detto Monopoli (anch'egli  pugliese, precisamente della citt posta in esergo),  una delle persone pi simpatiche e spiritose che abbia incontrate nella mia vita ma al tempo stesso un musicista ferratissimo e severissimo col quale condivido una visione generale della musica e mille visioni particolari.

A Cagliari Biscardi lavorava magnificamente e tra l'altro faceva capolavori fuori repertorio che recuperava. Adesso che provo a farne l'elenco mi accorgo ch' impressionante, il giovane Biscardi  un piccolo Siciliani! Cos ebbimo, per dire, Gli stivaletti e la Iolanta di Cajkovskij; l'Edipo di George Enescu; La leggenda della citt invisibile di Kite di Rimskij-Korsakov; A village Romeo and Juliet di Delius (un capolavoro assoluto, ma ci voleva coraggio per riproporlo: Delius  difficile, ha una prosodia d'una sottigliezza incredibile e poi quei quattro ignoranti che fanno i critici non capiscono niente); una cosa che a me era cara in modo speciale, Chrubin dell'adorato Massenet; un'opera contemporanea di grandissimo valore, Gli uccelli, da Aristofane, di Walter Braunfels; Alfonso ed Estella di Schubert; Le fate di Wagner...

Enescu  stato uno dei pi grandi violinisti del Novecento, uno straordinario virtuoso, fra l'altro maestro di Yehudi Menuhin. Ma non tutti sanno ch' stato un compositore dei pi grandi del secolo: pensando a Enescu compositore tutti immagineranno che abbia scritto pezzi per violino del genere dei Capricci e cos via. Nulla di tutto ci. Io per fortuna ero preparato: avevo ascoltato per radio una sua Sinfonia, un capolavoro assoluto che io, facendo il solito giuoco attribuzionista che consiste nello spegnere la radio quando c' l'annuncio, dissi a me stesso che doveva essere qualche pezzo a me sconosciuto di Schnberg o Berg. Biscardi mise in cartellone l'impegnativo, superimpegnativo Edipo e io incominciai a prepararmi. Mi aveva spedito la partitura e anche un'incisione. Passai mesi a studiare, ma dopo mesi non riuscivo a farmela piacere, c'era qualche ostacolo. Il Dottore delle Orecchie ascolt una volta la registrazione senza tante superfetazioni culturali e disse subito trattarsi di musica bellissima. Finalmente ce la feci; l'ostacolo forse era nel fatto che il linguaggio di Enescu  piano e apparentemente semplice. Poi, rappresentato, l'Edipo fece un'impressione potentissima: non persi una recita.

Io speravo di far eseguire nella citt sarda due capolavori: Le roi Arthus di Ernest Chausson che avevano fatto al festival d'Olanda sotto la direzione del bravissimo Edo de Waart; e la Penthesilea di Othmar Schoeck. Col Roi Arthus eravamo quasi in dirittura d'arrivo: poi la crisi economica lo imped ma nello stesso tempo tolse il posto a Biscardi. Chausson, morto prematuramente per essere caduto dalla bicicletta,  l'autore della pi bella Sinfonia francese; di un Concerto per violino, pianoforte e quartetto d'archi, ch' uno dei capolavori della forma di Sonata della seconda met dell'Ottocento insieme con il Siegfried-Idyll di Wagner (ossia l'Idillio dal Siegfried) e il primo tempo del Sestetto in Sol maggiore per archi di Brahms; del meraviglioso Poema sinfonico Jour de fte; del Pome de l'amour et de la mer per soprano e orchestra che, insieme con le Nuits d't di Berlioz e i Chants d'Auvergne di Joseph Canteloube,  il pi bel ciclo di Lieder francese. La Penthesilea si era fatta al Maggio Musicale Fiorentino sotto la direzione dell'ottimo Gerd Albrecht. L'autore  un compositore svizzero del Novecento pi grande dello stesso grandissimo Frank Martin, il quale stava a cuore al maestro Siciliani che fece allestire spesso Le vin herb (Il vino affatturato), un'opera in forma di Oratorio e da eseguirsi tassativamente nella forma oratoriale che osa, riuscendovi, mettere in musica le fonti alto-medioevali e provenzali da Wagner rielaborate ex uno per preparare il testo del Tristan und Isolde.

Di Schoeck, invece, col maestro Siciliani non avevo parlato mai; forse  l'unico grande compositore insieme con Maurice mmanuel del quale col Maestro non si sia parlato. Era svizzero-tedesco e nel suo catalogo figurano, tra l'altro, meravigliosi Lieder che Pietro Diliberto aveva fatti eseguire. La Penthesilea, uno dei capolavori assoluti dell'intero teatro musicale,  dedicata alle vicende dell'Amazzone regina che duell contro Achille e da lui venne ferita a morte, solo allora ammettendo d'essere, a onta del suo stato e del suo sangue, perdutamente innamorata di lui. V' una lunghissima, farraginosissima e perdutamente bella, bella da far piangere, Tragedia di Kleist dedicata alla vergine guerriera e Schoeck la mise in musica direttamente, senza far ricavarne un cosiddetto Libretto. Solo che la Penthesilea di Kleist , come ho detto, di sesquipedale lunghezza, cosa che ha costituito ostacolo al suo diffondersi in allestimenti perch distrugge le interpreti e il pubblico non ha sufficiente cultura per seguire i meravigliosi versi tedeschi neoclassici. I quali, come nel caso di Boito (IV atto del Mefistofele, monologo di Elena che, Notte cupa, truce, senza fine funebre,  un meraviglioso condensato poetico del II libro dell'Eneide), di Carducci e di Pascoli, riescono a ricreare gli antichi Metri greci. Ora, un testo musicato pu durare anche il doppio o il triplo d'un testo pronunciato. Ecco la terribile situazione nella quale si trov Schoeck all'atto di musicare la Tragedia di Kleist.

Fu costretto a tagliarla moltissimo. I versi di Kleist posseggono una delle caratteristiche che il famoso Anonimo Del Sublime o Pseudo-Longino, autore del trattato omonimo in greco alessandrino, dice necessarie per giungere a quest'altezza poetica, lo studiato disordine; possiede anche la caratteristica della sublime oscurit. Proviamo a immaginarci quando lo studiato disordine e la sublime oscurit vengono accorciati quasi della met. Se si legge il testo di Kleist siccome risulta dall'adattamento di Schoeck non si capisce nulla: non si sa dove s'incomincia e dove si arriva. Siccome questa partitura mi era ed  carissima, volli preparare il pubblico all'esecuzione fiorentina e quindi scrissi due articoli della durata ciascuno di una pagina. Il primo era dedicato alla Penthesilea di Kleist, il secondo al testo letterario della Penthesilea di Schoeck: per tentare di farlo capire a chi leggeva e si apprestasse ad ascoltare la musica; e illustravo la partitura.

Qui faccio una parentesi per dire di una battaglia che ho definitivamente persa. Gli spettatori, specie quelli della Scala, vanno a teatro spesso addirittura ignorando che cosa siano per ascoltare. Fedele d'Amico mi raccont questa, che una signora seduta vicino a lui ai Troiani di Berlioz domanda all'amica: Cosa danno stasera?, e l'amica risponde: Le Troiane, dalla Commedia greca. Io non faccio che raccomandare, ogni volta che scrivo un articolo di presentazione di qualche Opera di rara esecuzione, come pu essere, per dire, La fiamma di Respighi, o Il Profeta di Meyerbeer, e ho la santa pazienza di farlo sempre (Je chante pour moi-mme, mi ha insegnato il maestro Siciliani): Studiatevi almeno il testo letterario prima, cos avrete un'idea di che cosa succede in scena e di che cosa stanno dicendo i personaggi. Poi leggetevi il mio articolo che altro non  che una guida per aiutare a godere di pi. Se avrete fatto questo, il vostro sforzo, specie con Wagner, vi sar ricompensato al mille per dieci. Conto sulle dita di una mano i casi nei quali qualcuno sia venuto da me e mi abbia detto: 'O ssai ch'avevi ragione?. Je chante pour moi-mme lo dice Carmen: il significato stretto  ovviamente diverso, ella canta non per s ma per far esplodere don Jos.

L'esecuzione fiorentina fu di straordinario valore. La partitura  un unicum giacch l'orchestra ha solo quattro violini, un numero sterminato di clarinetti, poi viole e ottoni. Il canto, che rispetta la metrica dei versi di Kleist, , insieme con quelli del Pierrot lunaire di Schnberg, del Wozzeck e della Lulu di Berg, di Capriccio di Strauss (e non cito Il cavaliere della rosa e l'Arianna a Nasso), alla Bernauerin di Orff, il pi bel Recitativo tedesco che sia stato coniato nel Novecento. Esco un momento dal seminato per raccontare la seguente cosa. Venne il centenario di Bchner, l'autore del Wozzeck dal quale Berg ricav il testo per la sua opera. Gli Istituti Goethe in Italia organizzarono la proiezione del film del Dramma di Bchner con a protagonista il grande Klaus Kinski. All'ascolto io m'infastidii moltissimo e incominciai in cuor mio a trattare Bchner da ciarlatano e da abusivo. Nella mia mente il Wozzeck di Berg s'era a tal punto inciso che la sua declamazione del testo tedesco mi pareva, com' adesso, l'unica possibile. Ed  anche l'unica inarrivabile.

Debbo per dire che un altro e distintissimo compositore, Manfred Gurlitt, ha messo in musica anche lui un Woyzek.  un Dramma musicale antiretorico e di una finezza straordinaria. Quando l'ho ascoltato non ho provato il senso di fastidio da me avvertito all'ascolto del testo di Bchner in prosa. Questo testimonia che Gurlitt ha scritto qualcosa di notevolissimo il quale, se non ci fosse Berg, sarebbe un capolavoro assoluto.

Quindi, Schoeck d vita a un Recitativo mobilissimo, cangiante, pieno di squarci lirici, che sta a Kleist come Berg sta a Bchner. Ma poi c' il resto. In apparenza abbastanza eccentrico rispetto alla tonalit, ma con un linguaggio che da solo dovrebb'essere materia di studio nei Conservator e nelle Facolt di Musicologia all'Universit, un linguaggio, alla fine, saldamente tonale e tardo-Romantico, Schoeck osa. Osa, come Richard Strauss, scrivere vere e proprie Arie che non sono, come in Strauss sovente, un richiamo alla forma storica dell'Aria, bens il naturale rapprendersi di una Melodia che si fa forma chiusa come da s; allo stesso modo che avviene nella preparazione inconscia, processo che non vediamo, avendone noi solo l'effetto, dei Lieder di Schumann. E queste Arie sono di una bellezza sconvolgente. Come sarebbe espediente che qualche teatro riprendesse la sublime partitura, facendo precedere l'esecuzione da conferenze esplicative sul modello dei miei articoli alle quali il pubblico fosse obbligato ad assistere, come accadeva nella Russia di Stalin!

Un altro re della Direzione artistica  Alessio Vlad. Figlio del celebre compositore e musicologo Roman,  uomo bellissimo ed elegantissimo, con molto sangue napoletano nelle vene, ed  compositore di prima sfera. Roman  stato uno dei grandi della musica del Novecento: amico di Stravinskij, fece conoscere da noi anche Schnberg. Conferenziere straordinario, autore di trasmissioni radio e televisive che a me hanno insegnato moltissimo,  stato quello che, come direttore artistico del Maggio Musicale Fiorentino rivel al giovanissimo Riccardo Muti L'africana di Meyerbeer, un capolavoro di un sommo compositore che, mi ripeto, ancora non ha trovato la giusta collocazione storica. Come direttore artistico Alessio  uno di quelli che sanno tutto; e infatti non a caso  stato anch'egli un seguace del maestro Siciliani ed  un ammiratore del Dottor Diliberto. Una deliziosa ragazza, Irene Velasco, madrilena che abita a Roma, mi ha detto che  bellissimo assistere alle conversazioni mie con Alessio perch  come vedere due pulegge ingranate dello stesso organismo. Irene  diventata mia amicissima in poche settimane. Ci siamo conosciuti per caso, solo perch sedevo al suo fianco il 7 dicembre 2012 al famigerato Lohengrin inaugurale della stagione della Scala.

Un altro Lohengrin inaugur una stagione della Scala, il 7 dicembre 1981, debutto wagneriano di Claudio Abbado, questo con la meravigliosa regia di Strehler sulle scene altrettanto belle di Ezio Frigerio. Io ero in sonno come critico musicale, onde m'accadde di seguire la recita, nella mia qualit di ospite di seconda categoria, in quello ch'era il luogo ove venivano collocati i disgraziati ed era invece il mio posto favorito, il palco detto di barcaccia sopra l'orchestra, cos da poter guardare il direttore di fronte e non da dietro. Quante cose ho imparato seguendo dalla barcaccia le recite di Giuseppe Patan! Il Preludio al primo atto del Lohengrin  costituito da una melodia tematica la quale a grado a grado viene enunciata da una sezione orchestrale. Quando giunge il turno degli ottoni v' un possentissimo crescendo che culmina sopra il primo dei quattro colpi di piatti meglio assestati di tutta la storia della musica. I buoni direttori, lo dice Richard Strauss, non danno mai gli attacchi alla percussione, superflui nei casi migliori, dannosi negli altri. Abbado incominci a guardare con sguardo terribile, da Ortruda, l'omiciattolo che aveva i piatti in mano, quattro battute prima del colpo. Lo sventurato, vedendosi guatato in modo siffatto, si spavent a morte e credette di aver sbagliato; e cos diede il colpo per panico, una battuta prima del momento giusto. Fu una cosa atroce insieme e ridicola; ma non se ne accorse nessuno. Scrissero che con Abbado era giunto finalmente il direttore wagneriano, il redentore di Wagner. E non era ancora stato il caso del Tristano e Isolda a Salisburgo, nel quale Abbado, siccome gli avevano spiegato che col Tristano l'armonia tonale entra in crisi (sciocchezza lungamente ripetuta e che a lui non poteva non piacere), tentando di mettere massimamente in rilievo la dissonanza, aveva trasformato l'orchestra nel miagolio di cento gatti.

Era negato in tutto ma lo fu soprattutto in Bellini, in Donizetti (diresse un'infausta Lucia ma non sarebbe mai riuscito a fare il Don Pasquale), in Musorgski, del quale pure si riteneva uno specialista, in Bizet: che cosa fu quella Carmen inaugurale del 7 dicembre 1984 con una Shirley Verrett divenuta un fantasma e, ovviamente, con i parlati invece dei meravigliosi recitativi di Ernest Guiraud! Non diresse mai una nota di Puccini.

Racconto un pettegolezzo per dire quanto alterna sia la fortuna. Quindici anni fa c'era un compositore d'Avanguardia eseguitissimo e cocco dei Salotti. Costui, torinese, disse ad Alessio che trovava incredibile che Massimo Mila mi fosse stato amico, io indegno, date le mie posizioni in ordine alla medesima Avanguardia. Alessio gli rispose che gli consigliava di valutarmi meglio. Ci non  avvenuto; costui  semplicemente sparito: non  eseguito nemmeno nei festivals per parenti stretti. Vlad e io stiamo ancora qui: (Poffare il mondo! etc.): in grazia di Dio.

Un altro Mammasantissima della composizione che ho conosciuto  Nino Rota. Su di lui la Cultura alza le braccia essendo egli stato anche un grandissimo autore di colonne sonore. Gli  che Rota schifava, nella sua angelicit, l'Avanguardia, ed era restato tonale anche di fuori del cinema. Il maestro Siciliani la pensava diversamente: da lui ho imparato che Rota  anche uno straordinario compositore di opere classiche, sinfoniche, teatrali e sacre. Infatti Siciliani invit me ragazzino alla Sagra Musicale Umbra del 1970: e il 24 settembre assistetti alla prima esecuzione assoluta de La vita di Maria su testo di Vinci Verginelli, un erudito latinista, svoltasi sotto la sua direzione. In seguito stroncai la prima esecuzione assoluta dell'opera Napoli milionaria pi per la natura piccolo-borghese della Commedia di Eduardo De Filippo dalla quale  tratta che per la partitura in s. Ma Rota mi voleva molto bene; e mi fece un regalo preziosissimo ch' tra i tesori della mia biblioteca: i cinque volumi, riccamente rilegati, de Il mistero dell'amor platonico di Gabriele Rossetti. Rota fu direttore del Conservatorio di Bari quando addivenire a una carica siffatta implicava prove severissime sostenute sotto dei grandi compositori e in quella funzione, che lo assorbiva moltissimo, tanto che a Bari (per la precisione nella bella Torre a Mare) s'era trasferito, so che fu preclaro e preclaro professore di composizione. Andava solo quando poteva alla casa romana di via delle Coppelle.

Ho nominato Maria Callas quando ho parlato di Gabriele Santini, ma non posso discorrerne in via incidentale perch dovrei meno meno scrivere un altro capitolo. E non parlo di Enrico Caruso perch dovrei scrivere un intero libro: certo il pi grande tenore di tutti i tempi ma forse qualcosa di pi.

Qui desidero fare una piccola digressione sulla canzone napoletana perch anche di questa Caruso  interprete inarrivabile; e ci aiuta a ricordare che si tratta di un genere il quale, a partire dai capolavori di Donizetti, s'inserisce con grande agio nella musica classica e la rappresenta degnamente. Anche Tito Schipa ne  interprete elettissimo sebbene talora l'accento napoletano si mescoli in lui con un tanto di leccese. Ma sommi interpreti di essa sono stati anche altri non appartenenti al canto lirico-teatrale: a me piace ricordare Vittorio Parisi, che fu quasi un tenore lirico, e il pi soave cesellatore anche della mezza voce, Gennaro Pasquariello. Suo erede ai giorni nostri fu Robertino Murolo il quale ci era mezzo parente giacch sua madre Lia viveva a porta con zia Pierina e la chiamava Zia dandole il Voi. Ma a questo proposito debbo ricordare una persona meravigliosa che visse con zia Pierina l'intera vita: si chiamava Memina Monetti vedova Cavalli ed era toscana, delicata e fine persona; zia Pierina le era stata madrina di battesimo e Memina lungo i decenn la chiamava Madrina e le dava il Lei. Robertino, omosessuale, visse per tutta la vita colla madre finch questa camp; poi rest solo e negli ultimi tempi aveva una governante che lasci erede: e i nipoti, come sempre succede, le fecero causa. Penso che abbia lasciato gli occhi per piangere, povero Robertino.

Confermo che il pi grande soprano drammatico di coloratura  stata Anita Cerquetti. Adesso aggiungo un altro, anzi un'altra, Mammasantissima. Si tratta di Renata Tebaldi la quale, insieme con Magda Olivero, che pure mi onora della sua amicizia,  stata uno dei pi grandi soprani della storia, certo del Novecento. Su di lei ho scritto un libro composto d'un'intervista, ch' la pi completa e argomentata da lei rilasciata, con rivelazioni straordinarie: da A una certa et la natura va in pensione e se non soccorre la tecnica la carriera  finita a I cantanti che danno del Tu al direttore d'orchestra mi fanno schifo!. Figuriamoci oggi, che si fanno chiamare Maestro: cos Bruson, per esempio, e sappiamo quanto lo sia.  composto, il libro, anche da una seconda parte, un saggio sulla sua arte del canto e, desunta, sulla sua estetica: che io riporto ancora una volta alla eterna del Bello ideale, contrapponendola a quella di Maria Callas. La quale, peraltro,  stata infelicissima e sfortunata: tanto da non essere esattamente un porte-bonheur. Definita da Toscanini Voce d'angelo, la Tebaldi mi accoglieva nel suo bell'appartamento ove viveva con la sua amica, pi che governante, Tina Vigan, intelligentissima sua ammiratrice e innamorata nonch amministratrice artistica, e il barboncino New: quanto a lungo ci siamo visti per preparare quest'intervista ch'era in realt la sintesi di lunghissime conversazioni. Elisabetta ed Elsa, fu la grandissima Renata, oltre che eroina verdiana, Elena del Mefistofele, ruolo col quale debutt, e tanti altri. Ma v' una sua incisione straordinaria in che ella prende di petto parti da lei per tutta la vita, per un eccesso di modestia, non affrontate: quelle di soprano drammatico d'agilit. Cos ella si mostra anche una grande Norma e dobbiamo rimpiangere che l'abbia fatta, con brani isolati, solo in quest'incisione. Nata a Langhirano presso Parma ella era di famiglia marchigiana: le Marche che hanno generato alcuni dei pi grandi italiani, a cominciare da Federico II di Svevia e Raffaello e Bramante. Per ci che concerne i cantanti, Beniamino Gigli, Anita Cerquetti e Mario Del Monaco: sufficit.

Federico II fu lo stupor mundi; e Jesi, ove la gran Costanza lo partor in una tenda elevata sulla piazza, venne da lui ribattezzata Nova Bethlehem, giacch l'Imperatore si riteneva eguale (e in realt superiore) al Cristo. A mio parere nelle Marche si  rifugiata l'antica gentilezza italiana, che un tempo si trovava dappertutto. Conosco Pesaro, Ancona e Macerata, colla sua meravigliosa Arena Sferisterio; conosco i luoghi leopardiani. Ma Urbino, il mio pi recente incontro (per fortuna non  luogo di festivals musicali: onde mi ci sono recato al solo scopo di goderne la bellezza)  una delle pi belle citt del mondo, prodigio dell'architettura, aperta e riposata; se avesse il mare sarebbe, dopo Napoli, la pi bella citt del mondo. Il Duca, Federico di Montefeltro, credo sia fra i pi illuminati sovrani vissuti: non ci sono parole per descrivere il Palazzo ducale tutto percorso dall'aquila coronata e dalla sigla FE DUX. E nella pinacoteca vi sono dipinti straordinar fra i quali, di origine urbinate, i Federico Barocci, che da ragazzo pensavo pittore di vena mite e che invece, se si vede San Francesco che riceve le Stimmate,  drammatico di un gran teatro classico; e uno dei pi bei Gentileschi esistenti. Poi uno di quelli che possono partecipare alla gara per il pi bel quadro del mondo, la cosiddetta Citt ideale attribuita a Luciano Laurana; nello Studiolo del Duca le tarsie di Benedetto da Maiano, con strumenti musicali e due codici musicali perfettamente notati, vincono la gara delle pi belle tarsie lignee del mondo nonostante la sacrestia della napoletana Certosa, insieme con quelle del Botticelli nella porta verso la sala del trono del palazzo urbinate.

Papa Clemente XI Albani ha poi rifatto in un meraviglioso neoclassico il pronao della cattedrale della capitale del Ducato affidandolo al grande Giuseppe Valadier al quale si deve anche il restauro neoclassico del duomo di Spoleto con i suoi bei dipinti e il meraviglioso altare a mo' di sarcofago antico.

Ora Federico imperatore m'ha fatto una grazia: un nuovo amico d'un'intelligenza e d'un garbo straordinar; della cultura non parliamo nemmeno. Si tratta d'un cittadino del nobile Ariano Irpino stato pi volte presidente di Commissioni senatoriali e ministro:  Ortensio Zecchino. Egli presiede il Centro Europeo di Studi Normanni che dal punto di vista fridericiano  d'importanza mondiale. Di recente ha promosso l'edizione italiana (editore Salerno) del monumentale Federico II e l'apogeo dell'Impero di Wolfgang Strner, che degli stud fridericiani rappresenta un punto di svolta; ma si attende grazie a esso qualcosa d'importanza colossale, la prima edizione mai apprestata dell'Epistolario di Pier delle Vigne, colui che dice a Dante: Perch mi scerpi? e poich Dante ha spezzato il ramo della scheggia rotta usciva inseme / parole e sangue, omaggio all'impressionantissimo episodio di Polidoro nel III libro dell'Eneide. Egli tenne ambo le chiavi / del cor di Federigo. Quest'opera sar una radicale rifondazione degli stessi stud storici e, mi ha ricordato Zecchino, il Kantorowicz, l'autore della meravigliosa biografia di Federico e de I due corpi del Re, la assegn quale compito preminente al nuovo secolo. Quando questo libro sar apparso in libreria le 360 Epistulae saranno gi uscite.

Ma Zecchino si segnala per un'altra benemerenza, questa volta scientifica. Ad Ariano ha sede il Biogem, da lui presieduto, un istituto di ricerca genetica all'avanguardia mondiale: trentamila metri quadrati di Svizzera in una campagna aprica ove in primavera le sfumature di verde sono tante che farebbero impazzire Dante.

E nel piccolo museo della cittadina di memorie storiche normanne e aragonesi importantissime  conservato un pilum romano (Delle sicambri scuri / sono i pili romani ancor pi forti, declama Norma): a quel che mi dice Ortensio, uno dei pochi oggi esistenti.
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CAPITOLO 10.
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Francesco Siciliani. Il Ministero della Pubblica Istruzione gestito dai comunisti e dai cattocomunisti: la CGIL e la CISL. Carlo Maria Giulini. Monsignor Refice. Giulio Bertola. Dimitri Mitropoulos.
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Francesco Siciliani  stato l'uomo pi intelligente e colto che abbia mai conosciuto; e anche il pi grande musicista.  una di quelle personalit delle quali nascono due o tre in un secolo e per me queste pagine seguenti sono importantissime giacch il continuo citarlo nei miei articoli cade su di un terreno non dissodato a misura che vanno morendo coloro che lo hanno conosciuto. Anche qui si vede la mia straordinaria fortuna, avendo io potuto frequentarlo gi negli anni Settanta grazie alla mia precocit.

Siciliani era perugino come Santini. Era laureato in Legge e Scienze Politiche; si era occupato del grande esponente pacifista e non-violento Aldo Capitini. Capitini lo aveva nominato professore di storia della musica al prestigioso Ateneo da lui creato a Perugia: e uno dei pi grandi rimpianti della mia vita  stato il non aver potuto seguire le sue lezioni, ch quando lo conobbi aveva gi smesso di tenerne in pubblico. Per riuscii a fargli tenere una conferenza su Furtwngler in occasione dell'uscita di Suono e parola. Buscaroli non gliene fu grato giacch, ossessionato com'era dal Complotto, credeva che Siciliani prendesse tangenti dalle agenzie. Aveva una biblioteca musicale come quella di Patan, anzi di quella di Patan capostipite; ma una biblioteca di scienze umane, comprendendo in queste anche il Diritto, restata addirittura mitica. Io ci ho messo le mani; ora  andata alla Biblioteca Nazionale di Roma la quale le ha dedicato un libro che vorrei fosse letto da tutti gli amici dello Spirito: Un laboratorio per la musica. La Biblioteca di Francesco Siciliani.

Faccio ancora una parentesi buscaroliana. Il caro Piero odia Hermann Abert, forse il pi grande storico della musica di tutti i tempi:  l'autore di quel Mozart, pubblicato nel 1919 semplicemente quale aggiornamento della biografia di Otto Jahn (O gran bont dei cavalieri antiqui!), ch' il sublime monumento all'analisi musicale. Il caro Piero mi disse aver Abert scritto un manuale di analisi musicale per far odiare Mozart e Otto Jahn. Ricordo in questo 2014 che Abert  anche autore d'un grande libro su Jommelli quale operista (1908), che rivel il Cigno di Aversa alla nostra epoca.

Siciliani era stato un bimbo-prodigio, direttore d'orchestra a sei anni; l'ipersensibilit gli aveva troncato questa carriera. Aveva fatto gli stud di composizione con Vito Frazzi, un grande compositore oggi dimenticato, autore tra l'altro di meravigliosi Re Lear e Don Chisciotte. (Il pi esecrabile tra i compositori di tutta la storia della musica  Ernest Bloch. Ha scritto, Dio lo perdoni, un Macbeth. Il suo Concerto per violino , a parere anche di grandi musicisti da me sentiti, il pezzo pessimo mai composto: e si pensi che la prima esecuzione assoluta venne diretta per troppo fervore di apostolato a pro della musica contemporanea, fervore in questo caso mettente capo al vitando zelo, da Dimitri Mitropoulos. Anche un Aribert Riemann, compositore d'Avanguardia, ha osato comporre un Re Lear). Era stato compositore, ma aveva smesso di scrivere per il disgusto verso la piaggeria manifestata nei confronti di un direttore artistico che poteva fare e disfare le carriere; e perch gli riusciva troppo facile rifare gli stili degli altri. Mi raccont che subito dopo la guerra, quando stava al San Carlo, coristi gli si avvicinavano e con aria da cospiratori canticchiavano a voce bassissima temi delle sue composizioni.

Prima di lui i direttori artistici erano sempre esistiti ma lui, concentrando in quest'attivit le sue immense energie culturali e musicali, ne fece una professione unica, quasi si sentisse investito della sacra missione di rendere giustizia alla musica attraverso esecuzioni inarrivabili. Fu direttore artistico del San Carlo, del Maggio Musicale Fiorentino, due volte della Scala, della Fenice di Venezia. Reggeva poi un festival da lui potenziato, la Sagra musicale umbra, dedicato a tutta la musica che avesse, latissimo sensu, relazione con la spiritualit. Vi fece cos anche la Leonora di Beethoven nell'anno del centenario, una rivelazione. La Sagra era presieduta da un suo amico, Bruno Boccia, dirigente del Ministero della Pubblica Istruzione preposto all'Istruzione Artistica, un tipino antipatico e supponente che non fece nulla, se qualcosa fare si fosse potuto, per opporsi alla trasformazione dei Conservator in scuole di massa ove la selezione dei docenti, un tempo severissima, era stata praticamente abolita.

Il Ministero  stato sempre cogestito dai Sindacati della CGIL e della CISL in maniera clientelare ma soprattutto volta a distruggere, anzi a sradicare, dalla societ italiana, che dalla scuola si forma, ogni criterio di merito. Poi venne il Sessantotto ad apportare il colpo di grazia. Per i Conservator un momento chiave fu l'abolizione delle Commissioni preposte a valutare l'idoneit artistica dei docenti che chiedevano il trasferimento. Esisteva un meccanismo di selezione affine a quello della chiamata universitaria grazie al quale veniva accettato solo chi, pur gi docente, venisse ritenuto idoneo ad accedere nel tal luogo. L'abolizione di questo istituto ha reso i Conservator di Napoli, Roma, Milano, Firenze, Bologna, Venezia, Torino, Pesaro, Palermo, quelli classici, insomma, occupati da professoresse di pianoforte (le cattedre di pianoforte vennero moltiplicate a dismisura: ancor oggi sono la massima fucina di disoccupati e disadattati) nominate, e professori nominati, a Vibo Valentia, a Cuneo. Infatti ne venne aperto uno per provincia e con ci ogni criterio di valore si spense. Nei trasferimenti, grazie ai Sindacati, il metro valutativo diventava un punteggio automatico basato su parametri obbiettivi. Per esempio, io non potetti avere la cattedra a Napoli, dovetti andare a Torino, perch ero preceduto da una specie di minorata, una minus habens che non aveva scritto n composto nulla ma era nubile che intende ricongiungersi al proprio nucleo famigliare. Quando poi a Napoli arrivai, per questa signorina Giovanna incominci l'incubo: gli esami di storia della musica, da me presieduti, se li sognava di notte; le bocciavo tutti gli allievi e durante le sedute la facevo soffrire. Ricordati mi diceva il maestro Siciliani, pria le forme ordinarie... indi, ai miei cenni..., citando le parole di Scarpia che nel II atto della Tosca danno disposizioni sull'interrogatorio di Cavaradossi.

A Torino, ch' una delle pi belle citt del mondo, una vera capitale, e nei musei della quale sono di casa, a principiare dall'Egizio, feci per amicizie eccezionali. Dal libraio-editore Mario Fogola il quale, titolare della pi grande libreria torinese, durante le ore di spacco andava sugli spalti, come diceva lui, e si occupava della bancarella in piazza Carlo Felice, vicino all'Htel Ligure: quando vendeva un libro edito da lui diceva che all'acquirente l'aveva dag 'n man (messo in mano). Buscaroli lo trattava malissimo e ironizzava su di lui: dopo uno dei periodici litigi Mario gli scrisse una fiera lettera in risposta ai blateramenti dell'Imolese in ordine a un presunto non attaccamento di Fogola ai suoi libri secondo lui non adeguatamente promossi e rivendic i contestati spalti del Ligure. Il povero Mario aveva non solo edito di lui La stanza della musica ma anche costituito una collana intitolata La torre d'avorio ove Piero aveva raccolto una messe di titoli straordinar altrimenti introvabili.

Continuo con gli amici conosciuti a Torino. V'era la coppia di grandi scrittori Fruttero e Lucentini, che avrebbero poi visto finire ciascuno a suo modo terribilmente la loro vita. Chi l'avrebbe mai potuto immaginare, da come erano sereni ed epicurei? Lavoravano con un affiatamento incredibile e avevano la passione di leggere, ancora; e delle arti. La domenica la si passava a Maglione da Maurizio Corgnati, un gentiluomo colto quanto loro che aveva fatto il regista ed era stato il marito di Milva per poi ritirarsi colla dolcissima Letizia. Fruttero e Lucentini portavano un'immensa collezione di cartoline; proiettavano le immagini delle opere d'arte con la lanterna magica a cominciare dal primo millimetro e la gara era a chi sapesse, dal primo, o secondo, o terzo, identificare il quadro o la scultura.

Nominare Torino e citare Siciliani diventa un'altra volta obbligatorio. La figlia Francesca, che allora faceva la comunista, era regista e a Torino aveva fatto la regia di un Tristano con le scene di Burri. La mattina della prova generale la cantante che interpretava Isotta ebbe un infarto e occorse sostituirla. Non c'erano ancora i telefoni portatili. Siciliani era alla Scala in riunione, non raggiungibile. La figlia lasci un messaggio alla portineria del Continental che venne riferito cos al Maestro: Hanno chiamato da Torino, bisogna sostituire Isotta che ha avuto un infarto. E lui, abituato che si ricorreva a lui pure per trovare un portiere: Povero ragazzo! Non ha nemmeno ventisette anni!.

Era talmente pigro che non leggeva i giornali: se li faceva riassumere dalla signora Ambra.

Mi ricordo di un episodio avvenuto a Perugia sempre nel 1976. Siciliani aveva organizzato un'esecuzione della Missa solemnis di Beethoven fatta dai complessi della RAI di Roma diretti da Carlo Maria Giulini. Alto, ascetico, questi godette per un periodo di un prestigio tale che veniva anteposto allo stesso Karajan. Il principale turiferario era Fedele d'Amico, che pure era un genio. Aveva limiti tecnici e musicali enormi. Alla prova generale della Missa sedevo accanto al maestro Siciliani: alla quarta battuta Giulini si mangi met della pausa. Io ero intemperante: balzai in piedi: Maestro, Lei deve intervenire!. Lui mi guarda negli occhi di sotto in su, poi dice: Vuoi raddrizzare le gambe ai cani?. Peraltro, in linea generale, diceva: Stasera dirige il maestro Giulini. Lunga pausa. Prendiamoci un buon caff!.

Altra volta, a Milano, durante una delle nottate che trascorrevamo al suo albergo, prima il Continental poi, quando questo chiuse, il Milan (e il barman alle tre di notte ci preparava i vermicelli aglio e olio), mi parl dei Concerti di Beethoven, incisione, eseguiti da Benedetti Michelangeli accompagnato da Giulini: col cappello in mano.

Me lo ricordo, Giulini: negli anni Novanta lo incontravo sulla milanese via Cusani. In carriera, specie negli anni da miracolato, era stato esosissimo, demandando sovente il compito di fare il poliziotto cattivo alla moglie: quando s'era ritirato era cos avaro che continuava a portare i pantaloni a zampa d'elefante degli anni Settanta, di confezione e colla chiusura lampo; e un cappello a larghe tese come quello che Vittorio Caprioli porta nell'anticamera del Commendator Discordi in Tot a colori.

Per farla finita con Giulini, racconter un altro paio di episod. Dirigeva con gli occhi spesso chiusi, almeno durante i concerti sinfonici e biascicava tutto il tempo. Il grandissimo soprano Ilva Ligabue, moglie di Pietro Diliberto, una delle persone alle quali nella vita pi ho voluto bene, mi disse: Paolino, ho ancora davanti agli occhi il suo sguardo di terrore rivolto verso il palcoscenico quando aspettava da me l'attacco!. Pare a mala pena credibile che costui sia riuscito a dirigere il Falstaff portando la recita fino in fondo. Una volta provava all'Accademia di Santa Cecilia il Concerto funebre per Duccio Galimberti di Giorgio Federico Ghedini; era particolarmente ispirato; c'erano di mezzo pure la Resistenza e l'antifascismo: aveva una faccia di sofferenza metafisica e giaculatoriava. Il primo violino, napoletano di scuola ed elezione e foggiano di nascita, il grande Peppino Prencipe, a un certo punto perse la pazienza; era troppo: smise di suonare, e l'orchestra con lui, e disse: Carlo Maria, chiagnimm' a un' 'a vota! (Carlo Maria, piangiamo uno alla volta!). Giulini aveva la tendenza a rallentare progressivamente il tempo. Cos Siciliani mi descrisse il finale della Traviata con Maria Callas: Giulini pi andava avanti col quarto atto e pi si sfrangiava. Alla fine lei voleva morire e lui non la voleva far morire: e pi lei voleva morire, pi lui voleva non farla morire. Secondo me sono ancora l!.

Per esprimere il concetto che il pericolo incombe Siciliani soleva dire: Iam proximus ardet Ucalegon. Sembra qualcosa di criptico se non di mafioso ma a quell'epoca tutti avevamo fatto il liceo classico. Si tratta dei versi 311-12 del lib. II Aeneidos, ossia dell'Eneide. Enea, svegliato da una sorta di catalessi, in che  caduto, da un pi forte crollo all'apparizione dell'ombra di Ettore (quale momento supremo dell'invenzione musicale nei Troiani di Berlioz!), si affaccia e vede distrutta la casa di Deifobo, gi ardere quella del vicino Ucalegonte: gi arde il vicino Ucalegonte. E del pari, volendo affermare che aveva fatto la sua parte: Sat patriae Priamoque datum, le parole che l'ombra di Ettore rivolge a Enea: Abbiamo dato abbastanza alla patria e a Priamo!. Non disse mai: Ho cambiato idea ma, con Scarpia, Ho mutato d'avviso. Per affermare che, dopo una parentesi, bisognava tornare al tema principale, con la Contessa di Coigny dell'Andrea Chnier: L'interrotta Gavotta, mie dame, ripigliamo!. Una volta gli raccontai che mi avevano pagato una conferenza e lui, sempre con lo Chnier: Evento strano in tempo di assegnati!. Ho notato lo Chnier essere una delle opere preferite di tutti quelli che amo e stimo, mentre non piace a tutti quelli che disprezzo; e il Libretto di Luigi Illica  un capolavoro di poesia drammatica; il premio Illica alla carriera, che Mario Morini, il pi grande conoscitore del cosiddetto Verismo, mi fece con incredibile coraggio assegnare nel momento di mia pi grave crisi professionale, nel 1979,  quello fra i non molti da me ricevuti del quale vado pi fiero: andai a ritirarlo a Castell'Arquato il paese ov' nato il Poeta, in macchina insieme con Giovanni Testori, il suo amante Alain e Alberico Sala, un critico d'arte di notevole livello. Per dire che sarebbe stato meglio non far sapere una certa cosa, con Scarpia: Fu grave sbaglio quel colpo di cannone!, e per sostenere, al contrario, che un certo fatto andava divulgato, Apri la porta, che s'odano i lamenti!. Quando gli serviva la macchina, Tre sbirri, una carrozza!. Una volta suona il telefono e, sopra un gracchiare e un fischiare, si sentiva una voce lontana, irriconoscibile. Chi parla? faccio io. Il carcere m'ha dunque assai mutato?, e lo riconosco: solo lui poteva essere. Quando restai fuori dal Corriere e fecero la raccolta di firme contro di me, con Grard dello Chnier mi sfotteva: Nemico della patria!. Parlando di Abbado quando faceva la faccia ispirata, coll'Italiana in Algeri disse: Ah che muso, che figura! E quando Abbado se ne and dalla Scala per dire che si metteva il lutto dal Turco in Italia cit l'Aria di Fiorilla Squallida veste bruna. Per domandare a che punto stessero le cose: A che punto  la Messa?, con compar Alfio della Cavalleria rusticana. Maestro gli dissi, che cosa meravigliosa ha fatto!. E lui: Tiriamo la carretta!. C'era un critico musicale, una brava persona che si chiamava Mario Pasi. Non credo abbia mai ascoltato un'esecuzione intera in vita sua; l'ho sempre visto fuori della sala a fumare. Siciliani lo chiamava Pas, pasa, pan, la declinazione greca del vocabolo che significa il tutto. Si doveva riunire il Consiglio di amministrazione della Scala e lui, con Amneris: Gi i sacerdoti adunansi!. Una volta si espresse in forma diretta: Ricordati che la vera cultura  quella classica, greca e latina, il resto  accessorio!. E infatti, quasi a titolo riassuntivo e finale, diceva: Le abbiamo viste tutte. Medn thaumazein, ch' l'oraziano Nil admirari, (Non meravigliarsi di nulla). Incominci a interessarsi di me quando lesse in un mio articolo citato Plotino: figuriamoci quando seppe che avevo sostenuto l'esame di storia della filosofia antica con padre Vincenzo Cilento, il pi grande studioso vivente dei Neoplatonici.

Un'altra volta gli dissi che Vidusso aveva inaugurato la stagione dell'orchestra RAI di Milano con un concerto (secondo me bellissimo) di musiche di Ghedini dirette dal vecchio Mario Rossi, un ottimo direttore che da giovane diceva che avrebbe voluto fare una carriera prestigiosa, non come Marinuzzi, e che poi a onta delle sue qualit (il Commendatore Di Costanzo lo stimava moltissimo: gli fece capeggiare un'Incoronazione di Poppea di Monteverdi inaugurale!) aveva finito col fare una carriera pi burocratica che artistica: Si scopron le tombe, si levano i morti!. Di un critico musicale, insieme servo e analfabeta ma collocato dai suoi dante causa in posizione chiave per il controllo della vita musicale milanese, disse: Un cretino con lampi d'imbecillit. Invece una volta Fedele d'Amico fece la bellissima battuta: era chiuso nel suo studio a prendere qualche grave indecisione.

Mio padre diceva sempre che non si torna da questore dove uno  stato prefetto; Riccardo Muti mi ha ricordato che lui diceva: Non si torna colle pantofole dove si sono indossati i coturn!.

Un millantatore egli lo definiva il falso Dimitri, il monaco russo che si fece passare per lo scomparso Zarevic figlio di Ivan il Terribile e minacci il trono di Boris Godunov riuscendo dopo la sua morte a regnare per qualche mese tra il 1605 e il 1606.  tra i personaggi dell'opera di Musorgskij. E infatti se qualche millantatore si profilava nelle vicinanze, lui canticchiava Regem Demetrium salvum fac.

Una volta fece l'imitazione del braccio sinistro di Abbado che, per chiedere il legato, si muoveva orizzontalmente con quella manina chiusa (il maestro Votto, suo insegnante, lo chiamava 'o ciuonco, il paralitico): Sembra il rullo di una macchina da scrivere!.

Tra i suoi racconti quello di monsignor Licinio Refice, un grande compositore autore della Cecilia e della Margherita da Cortona. Era un uomo di enorme simpatia, cos mi  stato detto: un vecchio romano ma cattivo sacerdote. Era stato l'amante della bellissima Claudia Muzio, uno dei migliori soprani anteguerra: la quale possedeva tutte le qualit attribuite a Maria Callas senza averne i difetti. Ogni volta che veniva messa in cartellone una delle sue opere pretendeva che la protagonista studiasse la parte con lui per poi, anzi per subito insidiarla. Una volta doveva interpretare la Cecilia una balena che pesava un quintale: ma per Monsignore era appetibile lo stesso. Si accomodi, signorina!. Sono signora e madre di tre figli! rispose il soprano. Ma ci non bast a far recedere Don Licinio: a un certo punto egli s'alz dal pianoforte e tent di abbracciarla. Questa, nel divincolarsi, scivol e gli cadde addosso. A terra rest un groviglio perch erano ambedue schiacciati dal peso della signora; ci volle l'argano, come per la Marchesa di Tot Sceicco.

Per anche Siciliani nel corso della vita era stato un tombeur de femmes e si capisce: aveva un fascino incredibile.

Il Maestro stimava moltissimo Carlo Maestrini, un regista fiorentino che aveva sposato una delle donne pi belle e affascinanti che abbia mai viste in vita mia, Cesarina, di Rio de Janeiro. Carlo divent mio carissimo amico. Mi raccont Siciliani di quando egli era regista all'Arena di Verona: durante il Trionfo dell'Aida un elefante, al quale evidentemente non avevano somministrato abbastanza astringente, aveva defecato in scena e i ballerini avevano incominciato a scivolare sulla materia fecale. Carlo intervenne fulmineamente: si videro degli spazzini vestiti da antichi Egiz correre sul palcoscenico con delle grandi spatole in mano e rimuovere lo sporco! Il tutto senza che la recita s'interrompesse. Sempre all'Arena durante una Carmen cadde un mulo dei contrabbandieri dalla scena nella buca orchestrale e cominci a correre tra gli strumentisti. Il grande Oliviero de Fabritiis dal podio non fece una piega e continu a dirigere.

Una volta, a Milano, durante una delle nottate, il discorso cadde su Luca Ronconi, che lui sapeva far lavorare indirizzandolo al meglio: Abbado e Muti se lo contendevano. Questi due ragazzi si odiano, per vestono dallo stesso sarto!.

Pietro Diliberto una volta and in Lungotevere Flaminio e la signora Ambra lo accolse cos: Scusi, Francesco  a telefono con Sawallisch che non capisce niente di cantanti!. L'ottimo direttore d'orchestra e pianista Wolfgang Sawallisch era stato da Siciliani creato. Una sera eravamo a Roma a cena con lui il quale disse: Personalmente non amo Sotin. Siciliani e io ci guardammo nelle palle degli occhi senza dire nulla: Hans Sotin  stato uno dei grandi bassi del Novecento, un sommo Osmino del Ratto dal serraglio e il miglior Ochs del Cavaliere della rosa che abbia visto in vita mia. Siciliani gli aveva fatto fare questo ruolo alla Scala con Carlos Kleiber.

Un'altra volta Pietro Diliberto capit a casa del Maestro e lo trov che sedeva al pianoforte insegnando il Falstaff a un ragazzo spagnuolo sudatissimo sotto le ascelle. Non sai quanta acribia ci mettesse, l'ha tenuto un sacco di tempo su Un'acciuga!. Quel ragazzo era Juan Pons che sarebbe stato uno dei grandi Falstaff degli ultimi decenn.

Sempre a Perugia ascoltai un concerto diretto da Josef Veselka col suo Coro Filarmonico di Praga: mi disse Siciliani che Karajan lo stimava e ammirava moltissimo. Veselka fece, tra l'altro, la Messa di Guillaume de Machault, un'opera che a me sembrava intellettualistica insieme e barbarica: e la sua interpretazione valse a mostrarne le profondissime fondamenta storiche, addirittura il legame con Bach. Alla Sagra ascoltammo le Messe di Schubert e due capolavori sconosciutissimi di questo Sommo, il Singspiel Fierrabras e l'Oratorio incompiuto Lazarus. Siciliani era conquiso dal pessimismo eroico di Schubert e, tra l'altro, mi convinse che lo Schubert cantore delle piccole cose era scomparso e che, morto finalmente Beethoven, ci sarebbe stato uno Schubert solenne e sublime rapitoci dalla morte precocissima. Wagner non avrebbe avuto vita facile se Schubert fosse vissuto!. Vedi mi diceva, il Lazarus arriva fino a un momento prima della resurrezione, si diffonde lungamente sul compianto funebre. Schubert la resurrezione non riusciva a concepirla e si ferm l. Ma si capisce che Schubert sia stato per tanta parte della sua vita un compositore umbratile: come fai a essere compositore e vivere a pochi metri da Beethoven! Tieni bene conto che Franz riusc per tutta la vita a evitare di conoscerlo! Ebbe in fine coscienza della propria grandezza: una volta nell'ultimo anno si trovava in un'osteria in collina e alcuni musicisti che egli incontr lo salutarono familiarmente, come egli li aveva sempre abituati a fare. Io sono Franz Schubert il Sommo e voi dei poveri musicanti! Ricordate che io Sublimi feriam sidera vertice!.  il primo dei Carmina di Orazio: Toccher il culmine della volta celeste!.

Dopo Veselka, il pi grande dei Maestri di coro (e ne ho conosciuti, il leggendario Nino Antonellini, il torinese Ruggero Maghini, poi Romano Gandolfi e quello bravissimo attualmente alla Scala, Bruno Casoni, colui che ha salvato la faccia artistica del Teatro durante la decadenza dell'Orchestra avvenuta dopo l'uscita di Riccardo Muti)  stato il muranese Giulio Bertola, da Siciliani sommamente stimato. Anche in questo caso ebbi il privilegio di un'intima amicizia: cos, quando egli diresse i Carmina Burana di Orff alla RAI di Milano io gli offrii la traduzione del testo latino e provenzale, forse la sola che ripristinasse le scurrilit del licenzioso Medio Evo. Seguire la concertazione fatta da Bertola (ripeto: qui egli non fungeva da maestro del Coro, s da concertatore e direttore) fu una delle esperienze pi formative della mia vita. Metto la sua interpretazione del capolavoro al di sopra di tutte quelle che conosco e a pari merito con la sola interpretazione di Riccardo Muti. Quest'ultimo mi ha fatto vedere il suo esemplare della partitura sull'antiporta del quale l'autore, dopo l'esecuzione da lui diretta alla Filarmonica di Berlino, scrisse: Grazie per avermi offerto una seconda premire!

Siciliani aveva spinto Dimitri Mitropoulos a trasformarsi da direttore sinfonico in direttore anche operistico. E debbo dire di lui ch' stato uno dei pi grandi.

Il 2 novembre del 1960, mentre provava sul podio della Scala la Terza Sinfonia di Mahler, si accasci; la morte segu quasi subito. Il suo cuore non aveva pi la forza di reggere gli sforzi fisici della direzione d'orchestra; ma soprattutto non poteva pi sopportare la tremenda tensione psichica che il modo a lui proprio d'intenderla gli imponeva. I medici erano stati categorici: continuare a dirigere avrebbe significato morte sicura. Egli non se ne diede per inteso giacch smettere sarebbe stato per lui una fine altrettanto certa; solo, ingloriosa, ridotta a forzata oscurit: come quella che, di l a qualche anno, sarebbe toccata a De Sabata, nel 1960 gi costretto al ritiro. De Sabata al quale Mitropoulos assomigliava fisicamente non poco, agli atteggiamenti sul podio del quale (lo mostrano le foto) talora i suoi ancor pi assomigliavano; in comune quel sentore di zolfo che, come il loro, non emanava da alcun altro. Per molti direttori d'orchestra la carriera, o la missione, sono state tutto: ma per nessuno come per lui per il quale la missione assunse tratti ossessivi, divoranti. Essa occup l'intero spazio della vita di Mitropoulos: letteralmente egli non visse al di fuori della sua arte.

Era un uomo completamente solo, pur non essendo uno spregiatore dell'umanit: non casa, non famiglia; non aveva neppure denaro, nulla importandogliene: non avrebbe saputo come impiegarlo giacch il suo tempo si divideva fra le ore nelle quali era sul podio a dirigere prove e concerti e recite operistiche e quelle nelle quali studiava le partiture. Un simile ascetismo non  un fenomeno eccezionale nella vita artistica: lo diventa se qui diamo il giusto valore a un'intuizione di Nietzsche il quale vede sempre alla radice dell'ascetismo in quanto tale, non quello solo artistico, la volont di potenza. Credo che il caso di Mitropoulos sia una delle poche smentite a questa verit: non per nulla egli, ortodosso di religione e religiosissimo, aveva eletto a sua figura di culto Francesco d'Assisi. La sua umilt, la sua mitezza, erano autentiche e disarmanti; aveva un bisogno sincero e assoluto di diffondere il verbo che era per lui la grande musica. Tutto il resto non contava: fatiche, sacrific, non venivano considerati; n successi personali e fama, che giunsero in maniera enorme.

Mitropoulos  stato uno dei direttori pi dediti, nel Novecento, a un vero e proprio apostolato a favore della musica contemporanea: negli anni nei quali fu a capo della Filarmonica di Minneapolis, prima, della Filarmonica di Nuova York, poi (donde venne sostanzialmente licenziato), questo gli procur ostilit da parte del pubblico, che non lo comprendeva, e degli organi direttivi delle orchestre. In America rinunci spesso a compensi o addirittura rifuse col suo perdite di bilancio, pur di eseguirla, la musica contemporanea. Tutti ricordano la gazzarra avvenuta alla Scala alla prima esecuzione milanese del Wozzeck: gli spettatori lo interruppero ed egli, serafico e orgoglioso, prese la parola per pregarli di rumoreggiare, protestare, fischiare, berciare, solo dopo la fine della recita, l'impegno interpretativo, la concentrazione, essendo enormi per tutti e in particolare per lui che dirigeva a memoria. Tuttavia qualcosa di fondamentale distingueva Mitropoulos da molti zelatori della musica contemporanea: egli non possedeva furore ideologico o astuzia ideologica, aggressivit didattica, terrorismo culturale, snobismo strategico. Ma trasformava in oro tutto quel che toccasse.

Una dimostrazione di quanto poco ideologiche fossero le sue scelte in fatto di musica contemporanea  data da una sua straordinaria esecuzione al festival di Salisburgo documentata da una registrazione. Egli dirige l'Oratorio Das Buch mit 7 Siegeln (Il libro dai sette sigilli) di Franz Schmidt. Nato a Presburgo nel 1874 e morto a Vienna nel 1939, allievo di Bruckner, questo grande compositore era un fervente nazionalsocialista. Se il suo capolavoro, diretto anche da Karajan, venisse esaminato sotto il profilo del progresso linguistico, romantico e quasi schubertiano nelle parti dell'Evangelista com', sarebbe cosa nulla. E invece l'Apocalisse di Giovanni vi trova una mirabile traduzione musicale con cori che sono tra i pi belli e originali composti nel Novecento: non pi schubertiani, questi, ma in uno stile moderno nel quale Wagner  come sottaciuto. Schmidt ha scritto anche quattro stupende Sinfonie che in certo senso s'avvicinano alla Seconda di Martucci e lo rendono uno dei pi grandi sinfonisti del Novecento.

Nel marzo 2014 Wayne Marshall, organista insigne e direttore, ha eseguito alla milanese Verdi la Seconda nello stesso concerto nel quale Emanuele Arciuli ha interpretato splendidamente il Concerto di Edward Grieg oggi passato di moda in quanto, per gl'intellettuali, cascame tardoromantico. Io ho scritto un elzeviro sul concerto affermando anche che il caro vecchio Wayne era un bravissimo direttore quando l'ho conosciuto e ora  un grande direttore. Lui mi ha risposto con una bellissima lettera nella quale mi diceva di aver inviato l'elzeviro alla Schmidt-Gesellaschaft, la Societ Schmidt di Vienna, della quale ignoravo l'esistenza.

Il destino di Mitropoulos fu singolare. Ateniese di formazione cosmopolita era, specie per ci che concerne la scuola e la tradizione della direzione d'orchestra, fondamentalmente nella grande linea tedesca; e le sue qualit, sin dalla fine degli anni Venti, apparvero cos eccezionali che egli si afferm nel grande mondo musicale europeo a onta del suo provenire da un'enclave esterna e provinciale rispetto a esso. Come compositore, peraltro, fu ben poco influenzato dal folclorismo di una scuola nazionale greca che tentava di affermarsi e per questo nella sua patria, ov'era forse anche per invidia avversato, fin coll'esser tenuto per straniero: trascorse, invece, da iniziali influenze impressionistiche a quelle di un Neoclassicismo berlinese anni Trenta vicino all'atonalit, alla tecnica seriale che fu tra i primi ad adottare. Ma dall'inizio degli anni Trenta abbandon la composizione, che resta per lui un'esperienza sullo sfondo. Coltiv poco anche il pianoforte sebbene potesse permettersi non di essere pianista direttore in pezzi di contenuta difficolt tecnica ma di dominare superbamente opere caposaldo del grande repertorio: rest memorabile un suo concerto coi Filarmonici di Berlino nel quale interpret e diresse il Terzo Concerto di Prokof'ev.

La direzione pura occup l'intero suo campo. L'orecchio e la memoria leggendar si univano a un magnetismo nei confronti degli orchestrali che ogni volta pareva portarli di l da se stessi; la capacit d'improvvisare all'esecuzione, d'inventarsi l'esecuzione mentre si svolgeva, propria dei direttori di pi intenso carisma, si univa alla spasmodica minuziosit delle prove. In effetti le sue esecuzioni, delle quali esemp sopravvivono pi per riprese effettuate durante concerti o recite operistiche che per incisioni discografiche, appaiono caratterizzate da un grado di rifinitura da altre raramente raggiunto. Ma si tratta di rifinitura che non sembra avere a scopo la bellezza del suono, bench obiter la raggiunga, sebbene un pi aspro, pi difficile ad afferrarsi concetto di verit: una febbrile drammaticit espressiva nel fraseggio, una serie di inflessioni agogiche e dinamiche volte a vivificare di continuo la frase musicale, libert e rigore insieme nel sostenere il tempo musicale, sembrano esserne le qualit. Si capisce che nessun'altra interpretazione delle Sinfonie di Mahler abbia mai potuto esser considerata pi grande di quelle di Mitropoulos: Mahler fu uno dei punti pi interni al cuore di Mitropoulos oltre a essere il musicista arcanamente inscritto nel suo destino. Ma la raffinatezza della sua sintesi orchestrale rende l'Ateniese in pari grandezza interprete eletto di Strauss; mentre una sua Patetica di Cajkovskij d i brividi pi forse di qualsiasi altra. Come direttore di teatro musicale aveva fatto solo il Wozzeck per via del suo apostolato a favore della musica contemporanea; fu il maestro Siciliani a portarlo verso l'opera di repertorio coll'Ernani al Maggio Musicale Fiorentino.

Il Maestro mi disse, cosa peraltro di pubblico dominio, ch'era omosessuale: ma che praticamente non consumava l'eros. Quando non impugnava la bacchetta teneva tra le dita un grosso rosario greco del quale faceva ruotare i grani.
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CAPITOLO 11.
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Le Vesperae. Eugen Jochum. Un po' di computisteria beethoveniana. Michael Tilson Thomas. Una palinodia: Charles Ives. La Sinfonia delle Alpi di Richard Strauss: l'Anticristo di Federico Nietzsche trasposto in musica. Bernard Haitink. Willem Mengelberg. La morte di Karajan. Bonynge e Pavarotti. Sempre Siciliani. Jeffrey Tate e Engelbert Humperdinck. Salvatore Accardo. Gli esclusi: Giacomo Meyerbeer, Johann Christian Bach, Albert Roussel, Karol Szymanowski, Hans Pfitzner, Francis Poulenc, Carl Orff. Il manoscritto dei Carmina Burana. Due piccoli esclusi: Felice Lattuada e Le preziose ridicole; Giuseppe Mul e il Dafni. Niccol Jommelli e l'Armida abbandonata. Il Salmo di Florent Schmitt. Davidis pugna et victoria. Alessandro Scarlatti musices instaurator maximus. Arcangelo Corelli. Corelli e Poussin. Siciliani alle Mantellate.
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A Siciliani quale mentore della Sagra Musicale Umbra debbo di aver fatto incontrarmi con Eugen Jochum. Questo Sommo della direzione d'orchestra vi esegu le Vesperae sollemnes de confessore di Mozart. Qui faccio una digressione sulle Vesperae nella musica. Quelle di Monteverdi sono opera del genio; poi vi sono quelle di Alessandro Scarlatti, capolavori della musica sacra. Queste di Mozart citate sono grandiose; vi si accompagnano le deliziose Vesperae de Dominica (come deliziose, nello stesso genere, sono le due Litaniae, Lauretanae e De venerabilis altaris Sacramento). Ma degne di affiancarsi a quelle di Monteverdi e alle Sollemnes sono quelle di Caldara del 1717, di grandiosit, profondit contrappuntistica e figuralismo straordinar. Le Vesperae si terminano col Magnificat: purtroppo Bach di Vesperae non ne ha scritte, ma suo  il pi bel Magnificat esistente insieme con uno di quelli di Alessandro Scarlatti, a cinque voci, terminantesi con due Fughe, una doppia e una tripla: quello di Carl Philipp Emanuel  strano per il suo gigantismo accompagnato a cose meravigliose: la Fuga finale  gi accademica,  una Fuga monstre, e si comprende come il figlio temesse il padre, ancor vivente; sebbene si possa osar dire che il pezzo d'apertura pare pi tributario di Alessandro Scarlatti che di Johann Sebastian. Wilhelm Friedemann Bach si accompagna a bizzarria; Carl Philipp Emanuel talora, specie nelle Sonate per pianoforte; le Sinfonie sono belle e geniali; non vedo nessun pianista che nel centenario della sua nascita, questo 2014, faccia un florilegio delle sue Sonate le quali, occasionale bizzarria a parte, e forse comprendendo nella valutazione estetica questa bizzarria che da ragazzo mi dava fastidio e ora mi pare deliziosa, sono la vera e propria traduzione dell'et dell'Empfindsamkeit, della Sensibilit: come si pretende comprendere il giovane Goethe se non si conoscono?

Perci direi che i pi belli dei Magnificat, dopo quello di Johann Sebastian, siano quello di Caldara e quello del poco ricordato ma eccellente compositore Cristoph Graupner che di Bach fu competitore nel primo concorso lipsiense. Meraviglioso  anche quello in Sol minore di Leo a far valere il quale basta l'intensissima intimit dell'Et misericordia ejus. Anche meravigliose sono le Vesperae milanesi di Johann Christian Bach. Per le supreme sono le due serie di Alessandro Scarlatti, De beata Virgine e Sanctae Ceciliae. In realt quelle Sanctae Ceciliae sono un'opera della stessa importanza delle Passioni di Bach e del Messia di Hndel. La forma dei Salmi  potentemente scorciata giusta il senso d'un teatro ideale che potresti chiamare solo berniniano; ed essi non sono, o quasi, divisi in numeri come il Dixit Dominus di Hndel e quello di Vivaldi, ma composti dall'inizio alla fine con il coro dialogante coi solisti o interloquente nel loro canto; e con un Figuralismo cos possente e sintetico (citer solo il Quia respexit humilitatem ancille suae, ove il suono si raggruppa tutto verso il basso e quasi scompare, del Magnificat) che solo il miglior Bach lo eguaglia.

Jochum, a fianco di Keilberth e Karajan,  il direttore d'orchestra tedesco che ammiro di pi: anche se nel repertorio sinfonico ve n' uno altrettanto grande, Klaus Tennstedt, del quale parler in seguito e un altro che forse, per nel solo repertorio sinfonico giacch non possediamo documenti della sua giovanile attivit operistica, pu essere valutato addirittura superiore a lui, Gnther Wand. Jochum  considerato uno specialista bruckneriano ma in realt  un direttore tous azimuths, come dicono i francesi, ossia d'apertura universale.  un sommo wagneriano (uno dei pi bei Parsifal che conosca  il suo), beethoveniano (insuperabile la sua incisione della Missa solemnis; e quella delle Sinfonie  tra le migliori), mozartiano, bachiano (le sue Passioni!), haydniano (le sue Sinfonie londinesi, meravigliose, la sua Creazione e le sue Stagioni, insuperate e insuperabili), brahmsiano, orffiano, pfitzneriano, egkiano (dal grande compositore Werner Egk, allievo di Orff), fortneriano (da Wolfgang Fortner). La sua incisione dei Carmina burana e dei Catulli carmina  anch'essa appartenente al rango delle cose divine.

Il mio amico Walter Beloch mi raccont che una volta, per un'esecuzione dei Carmina burana da lui diretta alla Filarmonica di Berlino, doveva cantare un soprano brasiliano amico suo. Chiese udienza al Maestro. Egli li ricevette all'impiedi, dietro la scrivania, come faceva Ferdinando II di Napoli. La ragazza voleva sapere come avrebbe dovuto emettere il Si naturale di Dulcissime! Il Maestro la scacci dicendo: Lei lo emetter come voglio io direttamente all'esecuzione, grazie al mio gesto!.

Una delle cartine di tornasole per valutare un direttore , secondo me, la Quarta Sinfonia di Beethoven. Con la Settima e l'Ottava  la pi bella delle Nove (qui dico in via incidentale che la cretinaggine dei musicologi si vede l ove dicono che la meravigliosa Prima appartiene ancora al mondo di Haydn e Mozart. Le Sinfonie di Haydn potranno essere anche pi belle, ma la Prima  gi tutta solo di Beethoven) e dal punto di vista interpretativo  la pi difficile per la straordinaria serratezza formale ed espressiva. Jochum ne  interprete grandissimo. Ovviamente accanto a lui c', mi ripeto, Gnther Wand, il quale dove tocca fa uscire l'oro dalla pietra. Carlos Kleiber adorava la Quarta e se ne considerava un po' uno specialista: mi ricordo aver ascoltato la Sinfonia sotto la sua direzione a Ravenna, per il festival di Cristina Muti la quale pareva mi incominciasse a sopportare da quando mi ha visto apprezzare la regia della Manon Lescaut fatta dalla sua bravissima Chiara e invece s' visto ella preferir difendere le ragioni del Requiem di Faur in forma di balletto e del football abbinato al concerto (c'era l'Arcivescovo Tonini, non ancora Cardinale, con due vesti talari, una sull'altra!): la sua esecuzione non era all'altezza di quella dei Maestri citati. Riccardo Muti mi raccont che dopo un suo concerto a Filadelfia, ov'era direttore stabile, quindi eravamo negli anni Ottanta, Jochum e la moglie si presentarono in camerino per fargli i complimenti: avevano fatto la fila tra gli ascoltatori comuni! Ho parlato tantissimo di Jochum con Muti il quale  esattamente della mia stessa opinione, solo che ha coniato la formula: Jochum  la verit.

Naturalmente nella computisteria un po' gretta che sto facendo delle Nove non posso trascurare il primo tempo dell'Eroica, uno dei miracoli costruttivi della musica. Lo Sviluppo  d'immensa estensione e proprio per questa sua abnormit occorre ripetere l'Esposizione, il che ancora accade a volte di non veder fatto, altrimenti le proporzioni del primo tempo vengono falsate; e se poi si considera che la Coda  quasi un secondo Sviluppo si apprezzano le dimensioni e le proporzioni di questo colosso. Ch' il pi ampio tempo in forma di Sonata della storia; perch l'ampiezza corrisponde a straordinaria serratezza formale: e mai come nell'incisione di Wand ci pu toccarsi con mano. Onde non considero nel mio calcolo dell'ampiezza l'immenso torso costituito dal primo tempo dell'Ottava di Bruckner giacch vi  forse un tanto di gigantismo malsano, Dio mi perdoni. Accanto al primo tempo dell'Eroica ma come rievocazione atroce dall'orlo della storia, a fuochi calanti, nel senso dell'Aprslude di Gottfried Benn,  il primo tempo della Nona di Mahler.

Ho detto di aver fatto una computisteria un po' gretta delle Sinfonie. Come non cadere nello stesso difetto, e pi gravemente, se si vuol parlare delle proprie preferenze nell'ambito di quell'universo ch' Beethoven? E come non cadere in un tono estatico (cos dice Wagner) ogni qual volta si parli di lui? Allora, fatta la premessa che dobbiamo piangere perch i progetti teatrali dopo il Fidelio non giunsero a compimento (e ricordo, grazie al maestro Siciliani, il valore della Leonora), incominciamo a parlare di qualcosa che il teatro silentemente postula, e metto tra le mie preferenze, la Cantata in morte di Giuseppe II, del ventenne di Bonn, drammaticissima e monumentale, che contiene, all'Aria del soprano Da stiegen die Menschen ans Licht, la pi sublime melodia del Fidelio, O Gott, O Gott, Welch ein Augenblick! alla liberazione di Florestano, parimenti cantata dall'oboe, ed  stata riusata in pi punti per la Leonora: ascoltai anch'essa per l'immensa bacchetta di Franco Mannino e ve n' una bellissima incisione fatta a San Francisco dal mio caro Tilson Thomas; e tutte le Cantate corali sono molto belle, come bellissimo, anche, dopo la severit drammatica dell'esordio, con certe sue movenze di cattolicesimo mondano nell'Aria dell'Angelo,  l'Oratorio Cristo al monte uliveto. (Apro una parentesi cronachistica: con la mancata esecuzione di quest'opera si consum il divorzio di Riccardo Muti dalla Scala, che io deplorai, e aveva ragione lui: c'era la plenitudo temporis!). Onde non si rester sorpresi del fatto ovvio che io consideri splendida anche la Messa in Do maggiore.

Fra le Sonate nella gretta computisteria dei miei amori metto al primo posto le due per violoncello op. 102, che ascolterei da mane a sera; dopo Bach e Leo (e Haydn) ecco qualcosa che costituisce dono sommo allo strumento; occorrer attendere Brahms per aver qualcosa alla stessa altezza: l'op. 99 e il Doppio Concerto, che a me sembra il suo capolavoro sinfonico. Indi (sono di gusti ovv) quella per pianoforte in Do maggiore op. 53, quella in Mi bemolle maggiore op. 81 detta Gli Addii, la pi enigmatica, dal punto di vista armonico e formale, delle Trentadue; e le due in Mi maggiore, l'op. 90 e l'op.109. Questa luminosissima tonalit, che nell'op. 90  tale pur nell'esordio in minore,  la mia preferita, insieme col Si bemolle minore e il Mi bemolle minore dei prelud atto II del Crepuscolo degli Dei e del Parsifal, a lei netta contrapposizione, e mi rimanda al sublime esordio del Messia di Hndel, Comfort ye: che nella pittura tonale di questo Sommo, rappresentando la Nativit,  l'esatto opposto della Passione, Fa minore o Mi bemolle maggiore, lontane e lontanissime.

E sui Quartetti dir che gi sublime  l'esordio di Beethoven con l'op. 18, tutta; adoro l'op. 59; e degli ultimi scaturienti dal Beethoven vate, la mia preferenza va al Do diesis minore dell'op. 131, che indaga, come parti della Missa solemnis, sulle scaturigini della polifonia. E naturalmente questa  la pi grande Messa mai scritta, uno degli abissali capolavori dell'arte.

Beethoven  il primo compositore della storia a esser visto quale vate. Ci si comprende benissimo attraverso l'iconografia: tutti i ritratti del Beethoven maturo, a cominciare da quello di Karl Stieler, l'artista coi capelli in studiato disordine, lo sguardo ispirato e la penna in mano, derivano dall'immagine del vate per eccellenza, Virgilio, siccome la concepisce Luca Signorelli nel duomo di Orvieto.

Forse si rester sorpresi all'apprendere che la Quarta si ascolta in un'esecuzione eccezionalmente bella, e le Sinfonie di Beethoven in genere, diretta da Michael Tilson Thomas con la English Chamber Orchestra. Questo direttore straordinario, che fu allievo di Bernstein e si vuole sia passato anche per il suo letto, non  abbastanza apprezzato in Italia. Una volta vidi in televisione un documentario sulla grandissima pianista Alicha de Larrocha ed era proiettata la concertazione a due pianoforti del Primo Concerto di Beethoven: che concertazione eccezionale faceva Tilson Thomas, e che pianista, oltretutto! Anche lui venne fatto venire in Italia dal maestro Siciliani. Diresse, allora senza bacchetta, al Foro Italico la Terza Sinfonia di Mahler. Esattamente a quarant'anni di distanza l'ha di nuovo diretta nella primavera del 2013 all'Accademia di Santa Cecilia, questa volta con la bacchetta. Sono forse l'unico, insieme con Alessio Vlad, ad aver ascoltato i due concerti. Dopo quello di Santa Cecilia andai a salutare il Maestro e glielo dissi.

Tilson Thomas  tra l'altro sommo interprete della musica sinfonica di Charles Ives. Questo compositore  oggetto di un'altra palinodia da parte mia: nutrivo nei suoi confronti un'ostilit preconcetta e lo ritenevo un dilettante, questo senza averlo mai conosciuto. Gli  che era stato mal servito dai suoi zelatori i quali gli attribuiscono caratteristiche di Avanguardia aleatoria (ne fanno una sorta di Giacinto Scelsi, la caricatura musicale che ho gi nominata) per il suo aver inglobato nelle Sinfonie i signa del mondo esterno; cosa ch'egli fa analogamente a Mahler ma in modo a volte diverso e ancor pi geniale. Da un lato le Sinfonie di Ives sono grandi Natursymphonien (Sinfonie della Natura); dall'altra il mondo esterno, rappresentato per esempio da una banda il suono della quale perviene da distanze, rappresenta un drammatico conflitto interno all'Essere affine al Grande Pan di Nietzsche protagonista del primo movimento della Terza di Mahler. E Ives  anche un grande del pianoforte, come mostra la Concord-Sonata della quale interprete eletto  il mio amico Nazzareno Carusi, un pianista concittadino di Tomaso da Celano che vive a Ravenna ed  anche fine scrittore di cose musicali.

Un'altra meravigliosa Natursymphonie nella quale entra il Grande Pan  la Alpensinfonie, la Sinfonia delle Alpi di Richard Strauss. (Invece la Sinfonia Domestica, stancamente rigettata dai commentatori,  un altro esempio d'ingresso della vita quotidiana in una grande partitura sinfonica e pertanto si pone accanto a quello che, insieme col Don Chisciotte,  il pi bel Poema sinfonico di Strauss, Vita d'eroe.) La Sinfonia delle Alpi pu dai pigri commentatori esser presa per cosa descrittiva: v' infatti al suo interno una tempesta a fabbricare la quale concorre anche la macchina del vento: ma il suo autentico programma  di carattere metafisico. Strauss l'aveva originariamente intitolata L'Anticristo, ispirandosi a Federico Nietzsche: ateo anch'egli, con questa Sinfonia va a fondare un'atea religione della Natura. Il Dio cristiano redento dalla natura  anche il messaggio finale dei Gurre-Lieder di Schnberg.

Grande  Bernard Haitink. V' una serie di altri olandesi, dal pi grande di tutti, Willem Mengelberg, a Paul van Kempen a Eduard van Beinum al sottovalutato Edo de Waart. Mi ricordo di una profondissima interpretazione dell'Ottava Sinfonia di ostakovic a Salisburgo coi Filarmonici di Vienna: l'anno prima ve n'era stata una dell'Orchestra di Chicago diretta da Georg Solti, solo brillantissima: ed  la Sinfonia del Nulla! La mattina dopo trovai Haitink al buffet della prima colazione all'htel Radisson. Gli dissi grazie da lontano per il concerto e lessi nei suoi occhi il terrore. Non mi avvicinai per stringergli la mano e lessi nei suoi occhi la gratitudine. Debbo dire per che nel mese di dicembre del 2013 ho ascoltato un'Ottava alla stessa altezza di quella diretta da Haitink: e quale non  stata la mia soddisfazione giacch ad eseguirla era un'orchestra italiana, la milanese Verdi, sotto la guida di un direttore italiano, di cui ho fatto la conoscenza nella circostanza e che ho subito riconosciuto per grande, il romano Oleg Caetani, discendente per via materna di Bonifacio VIII. Egli ha inciso con la Verdi tutte le Sinfonie e la raccolta  all'altezza di quella di Haitink. Quale immagine che all'Ottava s'attaglia io sceglierei l'affresco sul Trionfo della Morte che si trova presso il palermitano Palazzo Abatellis.

Un altro straordinario direttore  Vladimir Jurowsky, giovane ancora. Una volta cenammo insieme ospiti di Luigi Corbani, il dominus della milanese Orchestra Verdi: parla un italiano perfetto. Aveva appena diretto una grande esecuzione della Settima di ostakovic e mi disse: Sto studiando l'Ottava ma non so se ne sar mai degno!. Proprio come i ragazzini presuntuosi che ci circondano. Il 29 marzo ha diretto a Santa Cecilia una straordinaria esecuzione della Sesta Sinfonia di Mahler: per me  stato un caso di profilassi auditiva dal momento che il ritorno di Abbado a Milano, l'evento epocale atteso da eoni, fu con una stentata esecuzione di quest'opera per la quale i servi della Filarmonica della Scala avevano accettato di essere sostituiti alle prime parti da orchestrali di provenienza aliena, di fiducia abbadiana. Anche il padre di Vladimir, Michail,  un ottimo direttore.

Mengelberg eseguiva ogni anno alla Residenza dell'Aja la Passione secondo Matteo di Bach. Ne possediamo una registrazione: si tratta della pi grande, pi intensa interpretazione possibile della somma opera. Il suo stile  esattamente il contrario dell'attuale moda della prassi esecutiva e degli strumenti d'epoca pur se sia filologicamente scaltritissimo. I Corali divengono l'espressione di un dolore cosmico. Mengelberg era filo-nazionalsocialista ma coi nazionalsocialisti lottava a causa del suo culto per Mahler: e accusava i tedeschi di non comprenderne la grandezza. In effetti se c' un compositore percorso da un'ideologia sovrumanista (vulgo superomista)  proprio Mahler. Mengelberg si spense in esilio dopo la guerra: gli venne proibito dai vincitori di dirigere, come avvenne anche a Oswald Kabasta, il direttore dei Filarmonici di Monaco, che mor addirittura suicida con la moglie per la disperazione lasciando una toccantissima lettera. Lo stesso sub il grande musicologo Heinrich Besseler, al quale venne imposto di fare il falegname.

Ho avuto il privilegio di ascoltare sovente Herbert von Karajan, dal Flauto magico a Salisburgo nel 1974 al Don Carlos e via di seguito. Il Parsifal da lui da ultimo diretto  qualcosa d'abissale. Aveva subito interventi alla spina dorsale, era tutto rattrappito e dirigeva seduto sul podio sopra una sorta di seggiolino anatomico: poche cose mi hanno spezzato il cuore come vederlo attraversare la pedana appoggiandosi al muro per tenersi in piedi e arrivare al podio. L'ultimo suo concerto che ascoltai era dedicato alla Missa solemnis, appunto. Credo il Maestro fosse anche profondamente credente. Delle circostanze della sua morte so tutto: Riccardo Muti ha assunto, per la sua villa ad Anif, a poca distanza da quella del Maestro, Francesco, il cameriere di fiducia di Karajan, che fra l'altro  una persona deliziosa ed  di Casapulla, contado di Caserta. Karajan mor poco prima di mezzod dopo esser stato per un giorno intero abbattuto e privo di forze. Nessuno si sarebbe aspettato si fosse alla fine. La moglie era dal parrucchiere. C'era nella sua stanza da letto un giapponese, dirigente di una multinazionale, al quale il Maestro aveva concesso udienza. Costui ebbe a sua volta un infarto per l'emozione. Forse Karajan  stato il pi grande di tutti.

Il pomeriggio di quel fatidico giorno il Maestro avrebbe dovuto dirigere la prova generale de Un ballo in maschera. A sostituirlo pensarono subito; il fatto che fosse morto colui che, dopo Strauss e Hofmannsthal, aveva creato il festival, agli occhi di chi il festival reggeva non contava: loro pensavano solo alla sorte dei biglietti venduti. Trovarono Georg Solti. Karajan aveva lasciato la disposizione di chiamare Riccardo Muti, e solo lui, in caso di suo impedimento a dirigere il Ballo. Quando presero contatto con lui, Muti si rifiut di accettare dicendo che l'unico dovere del festival era quello di saltare in segno di lutto l'inaugurazione. Loro non se ne diedero per intesi: si erano detti una cosa sola, il proverbio inglese The show must go on! (Lo spettacolo deve andare avanti!). And cos avanti che, alla fine della prima, Solti si present sul palcoscenico tutto ridente; e forse ne aveva ben donde, visto che c'era voluta la morte di Karajan per farlo arrivare sul podio salisburgense.

Solti non era un direttore nato e ha fatto cose modeste ma anche cose meravigliose. Superiori alle sue incisioni wagneriane (ma bellissimo il Tannhuser) e verdiane (queste ultime sono pura routine) sono il Mos e Aronne di Schnberg che ha tra l'altro il sapore della testimonianza di un contemporaneo dell'autore e, a Chicago, un Messia di Hndel ch', insieme con quello di Bonynge, il pi bello mai inciso, e una straordinaria Passione secondo Matteo di Bach, che gareggia con quelle dirette da Jochum e da Karajan. In questi due ultimi capolavori Solti dimostra una consapevolezza intellettuale grandissima: non  che rifiuti sic et simpliciter gli stud sulla prassi esecutiva e sugli strumenti d'epoca, lo fa accogliendo il loro buono. Il coro di Chicago, allora diretto da Margareth Hillis,  poi inarrivabile: molto meglio degli Ambrosian Singers diretti da McCarthy.

L'aver citato il Moses und Aron mi obbliga a ricordarne un'altra incisione eccezionale, quella diretta da Michael Gielen. Ho per tutta la vita sottostimato questo grande interprete, ma le parole di recente dettemi da Francesco Maria Colombo mi inducono a rivedere il caso: si preparer, credo, un'altra palinodia. Colombo  stato per anni critico musicale ed  un grande scrittore: gli rimproveriamo di non aver scritto il libro, che solo lui ci poteva dare, su Cole Porter. In fondo come critico era sprecato: oggi  un peritissimo direttore d'orchestra, con qualit di gusto e cultura nella scelta del repertorio eccezionali.

Allora, appunto in tema di sostituzioni, faccio un inciso. Al San Carlo il soprintendente Canessa stimava moltissimo Richard Bonynge, il marito di Joan Sutherland: la Diva era riuscita a ottenere da tutti i teatri del mondo che le recite nelle quali cantava fossero dirette dal consorte. Esiste un acervo di registrazioni, per esempio del Metropolitan, disastrose. Tuttavia Bonynge, che non era direttore e non riusc a esserlo in decenn impiegati a tal fine, era un musicista di livello superiore. Ottimo pianista, preparatore della Sutherland al punto che non  affatto azzardo dire che fu lui a crearla e a rivelarla a se stessa, possedeva una cultura vastissima in fatto di voci, storia delle voci e storia della prassi esecutiva. Esistono sue incisioni di Hndel ancor oggi ottime. Al San Carlo Canessa lo chiamava in re ipsa, senza la Sutherland, proprio in quanto direttore. In vita sua aveva raccolto solo fischi e contestazioni. Mi ricordo che torn sul podio al II atto della Sonnambula con la bravissima Cecilia Gasdia e venne salutato da applausi e da un grido, partente dal loggione: Bravo, Maestro!. Questo Bravo, Maestro! fu troppo per lui: si acquatt sul leggio come una rana folgorata da Zeus: nei suoi occhi si leggeva il terrore allo stato puro. Stava facendo benissimo, in realt, perch di tutte le orchestre del mondo che aveva girate e che lo disprezzavano e forse anche odiavano, occorreva fosse arrivato a Napoli per risolvere i suoi problemi. I ragazzi sancarliani avevano capito che dietro il direttore disastroso si nascondeva un musicista. Maestro, nun ve preoccupate, nun ve sbattite! Dicitece chillo ca vulite Vuje e nuje v' 'o ffacimm'! (Maestro, non preoccupatevi e non sbattetevi. Diteci quello che volete e noi ve lo facciamo!).

Ebbene, Bonynge provava qualcosa, il protagonista della quale era Luciano Pavarotti. Ricordiamo che il Pavarotti di quegli anni aveva perduto lo smalto che ne faceva un caso unico ma conservato tutti i difetti di uno che non sapeva nemmeno leggere la musica: aveva un maestrucolo col basco, tipico emiliano, che gli insegnava le opere nota per nota, pazientissimamente. A una osservazione del direttore, si era gi in orchestra, il tenore reag coprendolo d'insulti coram populo e chiamandolo anche busone (buco, bucone), insulto emiliano, con ci mettendo in campo la sua omosessualit. Secondo me  cosa bassa l'insultare un altro per il fatto che sia omosessuale; a Napoli peraltro al massimo si pu per questo sfottere con diritto di replica, insultare mai. Bonynge prese la bacchetta dal leggio e abbandon la fossa. Avrebbe dovuto essere sostituito Pavarotti: si prefer accettare le dimissioni del maestro australiano. Ma si apr il caso della sostituzione proprio di quest'ultimo. Se Dio fosse Dio, non si sarebbe trovato nessuno al mondo disposto a prendere il ruolo di un illustre collega bassamente trattato da un cantantucolo. Invece lo si trov nella persona del romano Marcello Panni, che cos  entrato nella storia.

Il 17 novembre ho incontrato Canessa a Fidenza. Ho rievocato con lui l'episodio ed egli mi ha detto ch'esso si configura assai pi gravemente di quanto io non abbia scritto: secondo lui Pavarotti s'era preventivamente concertato col Panni e gl'insulti a Bonynge erano stati preparati a freddo allo scopo di avere il Panni sul podio, il Panni che del Pavarotti era l'accompagnatore di fiducia.

Al maestro Jeffrey Tate, che per alcuni anni  stato direttore musicale del San Carlo, debbo una delle pi profonde emozioni musicali della mia vita. Il direttore artistico, Carlo Majer, ebbe l'intelligenza di chiedergli quale titolo avesse sempre desiderato interpretare senza riuscirvi e Tate rispose. Si trattava di Knigskinder (Figli di re), un Dramma musicale di Engelbert Humperdinck, il wagneriano, il genio autore di Hnsel e Gretel.  una profondissima meditazione in forma di fiaba sul concetto di regalit per diritto divino che i tempi attuali, nella loro decadenza, prima non riconoscono, nel senso che non individuano (i Figli di Re sono presi per impostori), poi, avendola riconosciuta, scacciano.  un capolavoro assoluto che Tate diresse con impressionante intensit.

In ordine alla nazionalit dei direttori, voglio ricordare questa battuta di Tullio Serafin che  stata tramandata dalla testimonianza di Pietro Diliberto: I direttori tedeschi debbono dirigere la musica tedesca, i direttori francesi debbono dirigere la musica francese, i direttori russi la musica russa, i direttori italiani debbono dirigere la musica!. Serafin ne disse un'altra, che per interpretare il Mefistofele di Boito occorreva una cooperativa di bassi.

Tullio Serafin diresse alla Scala la prima italiana del Rosenkavalier di Strauss: la prima al San Carlo venne capeggiata da Gino Marinuzzi e chiss che cosa doveva essere. Sulla prima milanese racconto quanto mi  stato narrato dal mio amico Elio Boncompagni il quale, molto vicino a Serafin, ha appreso il contenuto di ci direttamente da lui. Alla fine del secondo atto il pubblico era rimasto disorientato dalla presenza del Valzer (di questo parlo nel capitolo XIV del presente libro) e non si rendeva conto se si trovasse di fronte a un'Opera con movenze da Operetta o a un'Operetta con ambizioni di Opera. A Napoli e con Marinuzzi il disorientamento non vi fu. Serafin, per sua natura schivo e non interventista, dalla fiacchezza degli applausi si rese conto che qualcosa di radicale non andava: si gir verso il pubblico e dal podio disse: Evidentemente non avete capito. Allora vi ripeto il finale!. Questo significa essere un Maestro!

L'esecuzione era ovviamente stata in italiano, col libretto tradotto da Ottone Schanzer: Strauss amava moltissimo le sue Opere in italiano. Il giorno dopo vi fu un piccolo consiglio di guerra tra l'autore e il direttore; e questi gli disse che occorrevano alcuni tagli. Io ne ho previsti sedici. E Strauss, del quale il senso pratico e l'attenzione alle ragioni del botteghino sono notissimi, rispose: Io diciotto!.

In tanta luce, facciamo una parentesi d'ombra. Il violinista Salvatore Accardo non  napoletano ma purtroppo sempre torrese, ossia di Torre del Greco, la meravigliosa cittadina vesuviana di leopardiane memorie e patria della manifattura del corallo. Non ho mai capito la considerazione dalla quale costui  circondato. Mi ricordo un'esecuzione del Doppio Concerto di Brahms al San Carlo nel 1987. Dirigeva Kurt Masur. Egli os presentarsi sulla pedana quando il violoncellista era il grande Lynn Harrell: una zanzara contro un sontuoso baritono. Che vergogna! Accardo non possiede senso del limite n autocritica, onde s' azzardato anche a proporsi come direttore d'orchestra. Dio liberi! Ha fatto una Quarta Sinfonia di Beethoven, e proprio io dovevo ascoltarla che su questa Sinfonia penso quel che penso. S' arrischiato anche a buttarsi nel teatro musicale e ne racconto una sola. Volle dirigere al San Carlo il Mos in Egitto di Rossini. Ci fu, come Dio volle, il primo atto. Al secondo il violinista torn sul podio. Il povero Bonynge era abituato ai fischi e agli insulti; ad Accardo non and cos. La sala era talmente esterrefatta dalla sua improntitudine (allora esisteva ancora qualcuno che ne capiva!) che al rientro sul podio venne accolto da un silenzio di tomba. A quanti altri  capitato d'essere insultati come lui?

Prima di tornare alla Scala Siciliani resse per lunghi anni le quattro orchestre sinfoniche della RAI, che port a un prestigio mai visto sin allora. La sua nomina a questo posto di altissima responsabilit si dovette all'intuizione geniale di Ettore Bernabei e di Gianni Granzotto. Da quel ponte di comando Siciliani capeggi tutti i fenomeni artistici e storici della musica; contribu a fondare il culto del Rossini serio, che aveva gi affermato al Maggio Musicale Fiorentino, con un mirabile Mos diretto da Wolfgang Sawallisch alla basilica di Santa Maria degli Angeli; organizz (non si  mai saputo come riuscisse a procurarsi la partitura) un'esecuzione, la prima in occidente, della Tredicesima Sinfonia di ostakovic, proibita in Unione Sovietica, affidandola al giovanissimo Riccardo Muti; sempre a questo, che stimava moltissimo e che aveva fatto debuttare nell'Opera, fece dirigere una esecuzione, che non pot pi replicarsi per i mezzi profusi, della Agnese di Hohenstaufen di Spontini, con una compagnia di canto eccelsa: c'erano Montserrat Caball e Antonietta Stella, Bruno Prevedi, Giangiacomo Guelfi e Sesto Bruscantini. Spontini era uno dei suoi culti: dopo che lo avevano affermato Berlioz e Wagner lo insegn al mondo: basti pensare che la sublime Olympie venne da lui fatta eseguire al Maggio Musicale Fiorentino nel 1950 con Renata Tebaldi e sotto la bacchetta di Tullio Serafin, poi alla Scala, poi alla RAI, poi alla Sagra Musicale Umbra; sempre alla Sagra il meraviglioso Oratorio di Dietrich Buxtehude Membra Jesu nostri, una serie di meditazioni su tutte le parti del corpo di Cristo che subiscono la Passione; poi fece l'Oedipe  Colone di Sacchini, del quale dall'epoca di Berlioz, che tanto l'ammirava, non s'era saputo pi niente; la Didon e l'Iphignie di Piccinni; la Sofonisba di Traetta; l'Oratorio di Natale di Bach diretto da Lorin Maazel (di passata osservo che Vaticin di pace di Caldara, la Cantata natalizia, viene per valore subito dopo e anche subito dopo la prima parte del Messia di Hndel quale celebrazione musicale della Nativit); il festival Alessandro Scarlatti a Napoli con l'esecuzione del Tigrane e della Griselda e la prima moderna del grandioso Vespero per Santa Cecilia; poi la musica a cappella di questo Sommo; e l'impressionante Oratorio Davidis pugna et victoria con doppio coro nel finale che mette i brividi giacch uno  dei Filistei che in minore piangono la morte di Golia, l'altro degli Ebrei che in maggiore festeggiano la vittoria; l'incredibile Stabat Mater di Domenico; Il pomo d'oro di Cesti; l'Orfeo di Luigi Rossi; il San Giovanni Battista di Stradella diretto da Gabriele Santini con Maria Callas e il quasi sconosciuto Cesare Siepi; Il Profeta di Meyerbeer; La tromba della divina misericordia di Giovan Battista Bassani; l'Agrippina di Hndel; Il Re del dolore di Caldara; lo squisito Ges sotto il peso della Croce di Gian Francesco de Majo (Ciccio) in prima esecuzione moderna, per il quale mi fece l'onore di far scrivere a me le note di presentazione, e io me lo studiai trepidante; la Iudith di Cimarosa, in un delizioso latino rimato che fa tenerezza; la Genoveva di Schumann; l'Ariane et Barbebleue di Dukas; il Palestrina di Pfitzner con Nicolai Gedda; Sinfonia di Berio e la Messa di Aldo Clementi, uno dei pezzi pi difficili mai scritti, meravigliosamente diretta da Gabriele Ferro. Aveva fatto eseguire persino i Cori di Andrea Gabrieli per l'Edipo Tiranno di Sofocle tradotto da Orsatto Giustiniani, gl'Intermed della Pellegrina di Caccini, Peri, Cavalieri e Giovanni Bardi per le nozze di Ferdinando de' Medici e Cristina di Lorena e la Rappresentatione di Anima, et di Corpo di Emilio de' Cavalieri. Ebbe rapporti strettissimi col genio del teatro Carmelo Bene: gli fece interpretare il Manfred di Byron-Schumann, l'Egmont di Goethe-Beethoven e l'Hyperion di Bruno Maderna da Hlderlin.

Una postilla riguardante Alessandro Scarlatti. Il Salve Regina a voce sola avrebbe dovuto esser diretto da Franco Caracciolo ma questo bravo direttore mi disse di avervi rinunziato perch convinto che Guido Pannain nel farne la revisione vi avesse aggiunto dissonanze moderne. Appartenevano al genio di Alessandro e lo diresse Gabriele Ferro. Ma quanto alle arditezze armoniche di Alessandro, basti ricordare che una sua Cantata, a voce sola e basso continuo, Andate o miei sospiri, del 1712, esiste in due versioni: la prima porta il sottotitolo Con idea umana; la seconda Con idea inumana e l'avvertenza: La stessa, ma in regolato cromatico, non  per ogni professore.  in un cromaticissimo Fa diesis minore con terribili armonie le quali, dice Dent, debbono aver fatto uscire pazzo Francesco Gasparini che ad Alessandro aveva inviato una propria Cantata su questo testo. Ricordo che professore non vuol dire insegnante sibbene artista.

E ancora per ci che concerne la potenza dell'armonia di Alessandro, l'uso delle dissonanze spinto al massimo del pathos, vorrei che si conoscesse la parte lenta della Sinfonia dell'Oratorio Il giardino di rose.  sconvolgente!

Pi in generale v' un interrogativo al quale nemmeno io so rispondere. Siciliani sin da giovane aveva scoperto composizioni dell'et preclassica e classica non solo sconosciute ma spesso nemmeno pubblicate: come aveva fatto a possederle intellettualmente visto che non c'erano precedenti storici d'interesse su di loro? E anche per ci che concerne Spontini e Meyerbeer, per esempio, nel primo caso poteva trovarsi la lode negli scritti e di Berlioz e di Wagner che potevano essere stati il fomite per la riscoperta; ma nel secondo c'era solo un'universale damnatio memoriae. E allora il Siciliani direttore artistico impareggiabile nello scegliere gli interpreti quasi passa in seconda linea rispetto al Siciliani inventore del repertorio.

Il culto di Spontini  da Siciliani trascorso a Muti e a me. Si tratta di un compositore drammatico di forza quasi impareggiabile e al tempo stesso d'un costruttore di architetture teatrali grandissime per la loro apparente impassibilit. Egli accumula l'effetto lentamente, per crescendo: come mostra il finale del primo atto della Vestale che ha effetti tonali da accostarlo all'Eroica di Beethoven. Nelle meravigliose Soires de l'orchestre Berlioz compone una Novella che s'intitola Le suicide par enthousiasme:  la storia d'un giovane musicista provenzale fanatico di Gluck che quando scopre e studia La Vestale corre a Parigi per ascoltarla e dopo s'uccide pensando che la vita potr per lui esser solo una china discendente. Secondo me Spontini  la pi pura espressione musicale del Neoclassicismo; ma con l'Agnes von Hohenstaufen invent il Romanticismo cavalleresco molto pi di Carl Maria von Weber: gli  accostabile lo Schubert del Fierrabras. Aveva un interesse maniacale per l'allestimento scenico e in questo  il pi grande anticipatore di Wagner: per la carica di cavalleria del Cortez adoper l'intero circo equestre Franconi.

Quando ero ragazzo credevo fosse Luigi Cherubini l'espressione pi pura del Neoclassicismo: adesso questo compositore, certo grande, mi  in uggia perch in lui mi sembra il volontarismo drammatico sovrasti le qualit. Meravigliose sono pi delle Opere le Messe; i Quartetti sono strani e contorti lavori che sopporto sempre meno. Muti lo colloca al sommo dei suoi amori: qualche anno fa voleva fare a Salisburgo la Medea (che secondo me  tollerabile solo coi bellissimi recitativi di Lachner) e io riuscii a dissuaderlo:  uno dei pi grandi doni che gli abbia fatti. Muti si diverte a raccontare che Cherubini fece la faccia gialla davanti a Napoleone quando questi disse coram populo che il suo musicista preferito era Paisiello: e certo, quale altro compositore se non Beethoven poteva in quegli anni paragonarsi a Paisiello? Cherubini era ipocondriaco e atrabiliare: lo mostra il genio di Ingres col famoso ritratto di lui vecchio al quale la musa sospende sul capo una corona d'alloro. Siciliani si adoper tuttavia anche per Cherubini; ma Spontini non lo mise mai in mano a Giulini come il Fiorentino per gli Abencerrages; ben vero per la Medea ebbe l'illuminazione di chiamare Bernstein. Brahms lasci la disposizione di venir seppellito col ritratto di Cherubini sul cuore; secondo me si tratta di una delle ironie di questo sublime Maestro anche dell'ironia, oltre che della Sinfonia, del Concerto e, soprattutto, della musica corale. Che cosa sono il Canto delle Parche e il Canto del destino! Secondo me nemmeno la pi bella delle Sinfonie, la Seconda, pu esser loro paragonata. E, per quanto concerne il Requiem tedesco, sublime opera d'un ateo che credeva in Bach e Hndel e a loro s'ispira, va attentamente ricordato il suo significato politico: Brahms era un accanito filogermanico assai pi di Wagner e di certo, lui s, sarebbe stato nazistissimo, uno dei tanti omosessuali nazisti se, come pare, omosessuale fosse.

Di Meyerbeer il Maestro fu un rivelatore. Durante la prima sua direzione artistica alla Scala aveva fatto eseguire Gli Ugonotti con Joan Sutherland, Giulietta Simionato e Franco Corelli sotto la direzione di Gianandrea Gavazzeni. Ho parlato passim di Giacomo Meyerbeer dicendo trattarsi di un grandissimo che non ha ancora trovato la sua collocazione storica: e lo ripeto.  con Spontini, Rossini, Donizetti, Bellini, Berlioz, Verdi, Massenet, Wagner, Musorgskij e Cajkovskij, l'operista pi importante dell'Ottocento; la storia del gusto e dello stile senza di lui non potrebbe essere. E fu uomo generoso e grande, a onta delle diffamazioni dovute a Berlioz e Wagner. La sua considerazione storica e critica  aduggiata da pregiudiz vergognosi che risalgono in primo luogo alla Francia, sua nazione d'elezione, antisemita come nessun'altra. Ma basti osservare questo, per ci che concerne l'Italia. L'Enciclopedia musicale Utet, diretta da Alberto Basso (il quale, ottimo musicologo,  stato con me di una grandissima amicizia, avendo invitatomi quando avevo solo ventidue anni a scrivere il libro, originariamente concepito come guida al Mos di Rossini, che sarebbe diventato I diamanti della corona),  costituita, alla prima edizione, col bizzarro metodo di collocare solo alcuni compositori siccome degni di una voce analitica, e collocando i ceteri nel mucchio di un redazionale di poche righe. Ebbene, Meyerbeer sta coi ceteri: ben vero, e ci la dice lunga, insieme con Lotti, Caldara, Leo (e c' Boccherini!), Spontini, Boito, Rimskij-Korsakov, Skrjabin, Rachmaninov, Gershwin, ostakovic e altri sommi. Quando dell'Enciclopedia  stata stampata una nuova edizione (conosciuta in bibliografia siccome DEUMM) le voci Caldara (modestissima, di Giorgio Pestelli) e Leo (ottima, di Renato Bossa) sono tuttavia sproporzionate per difetto rispetto all'importanza del compositore. Errate in radice per sottovalutazione della statura compositiva quelle dedicate a Martucci e Alfano. Spaventoso  che quella su Wagner, di Guido Pannain, alla quale non v' parola da togliere o aggiungere, sia stata per amor di moda sostituita da una compilata, ben vero non disinformatamente, da Mario Bortolotto.

Il maestro Siciliani aveva Meyerbeer nelle sue corde in quanto individuava la linea diretta Spontini-Meyerbeer: che per certi versi potrebbe arrivare a Wagner. L'altro grande detrattore contemporaneo di Meyerbeer fu Berlioz: ma anche qui v' una linea, Spontini-Meyerbeer-Berlioz. Basta vedere il finale del Romo et Juliette per rendersene conto.

Per quanto concerne Wagner, la guardia notturna che nel II atto dei Maestri cantori chiama al sonno la popolazione viene dalla voce della guardia notturna del III atto degli Ugonotti: Rentrez, habitants de Paris!.

Voglio di Meyerbeer ricordare il primo capolavoro.  del 1824 e venne rappresentato alla Fenice di Venezia su libretto di Gaetano Rossi, l'autore del testo poetico della prima e dell'ultima Opera seria di Rossini, il Tancredi e la Semiramide. Si tratta de Il Crociato in Egitto. Vorrei affermare l'eresia trattarsi esso dell'ultima e pi bella Opera seria di Rossini; ma addirittura dotata di maggior audacia. Io, come Riccardo Muti, adoro la banda: nel Crociato di bande ce ne sono due in scena, quella cristiana e quella musulmana, che si fronteggiano anche per scelta di strumenti e stile musicale. Il mio carissimo amico Cristiano Chiarot, soprintendente della Fenice, lo fece riprendere nel 2007 (ancora non aveva questa carica, ma la esercitava de facto) sotto la direzione del bravissimo mmanuel Vuillaume.

Vuillaume  stato per alcuni anni assistente di Seiji Ozawa. Questo direttore io l'ho ammirato moltissimo, in particolare dopo un Peter Grimes da lui capeggiato al Maggio Musicale Fiorentino. Ma mi era accaduto, decenn fa, di ascoltare alla radio un Cos fan tutte da Salisburgo diretto da lui e davvero obbrobrioso. Karajan l'aveva invitato e pag le spese. Vuillaume mi ha spiegato l'arcano: il grande direttore comprende, oltre il giapponese, a stento un po' d'inglese: e quando dirige l'Opera non conosce, n di conoscere si preoccupa, il testo drammatico: memorizza il tutto in astratto. E si capisce il disastro!

Oltre al sommo madrigalista Cipriano de Rore anche Johann Christian Bach  privo di una voce su quest'enciclopedia. Vorrei soffermarmici un attimo giacch si tratta d'uno dei miei compositori preferiti. Ultimo figlio di Johann Sebastian, non studi col genitore: la sua formazione  fondamentalmente italiana e si deve al grande padre Giovan Battista Martini, bolognese, il quale, sommo teorico musicale, con Johann Sebastian era stato in corrispondenza: aveva scritto esser questi uno dei pi distinti professori e i curatori tedeschi dei documenti bachiani hanno tradotto il sostantivo siccome Lehrer, ossia insegnante, invece che, lo ripeto, siccome artista. Giovanni Cristiano  uno dei grandi operisti del suo secolo:  operista italiano (fu anche al San Carlo di Napoli ove cur una sua edizione dell'Orfeo e Euridice di Gluck) il quale si modell su Hasse ma possedette ancor maggior genio di quest'ultimo. In parentesi dico che Johann Adolf, trasferitosi a Dresda e divenuto amico di Johann Sebastian, vide qualificate le sue Arie dal Sommo siccome graziose canzoncine. Il Catone in Utica e La clemenza di Tito di Giovanni Cristiano sono capolavori assoluti; ma chi non conosce la sua musica sacra, fatta per Milano, citt nel duomo della quale occup la carica di organista, non conosce una delle meraviglie della musica. Egli si trasfer finalmente a Londra: uno splendido ritratto di Gainsborough testimonia della sua intelligenza, che traspare da ogni dettaglio dello sguardo.

Or della musica sacra alla stessa altezza e di pungenza lirica ancor pi intensa (Napoli  pur sempre Napoli)  quella, in stile concertante e, per dirlo in modo del tutto approssimativo, galante, di Jommelli, che sto scoprendo in aprile. La vergognosa gestione dell'attuale San Carlo si vede anche da questo: l'elementare dovere nel 2014, terzo centenario della nascita di quest'onore napoletano, sarebbe stato di allestire l'ultimo capolavoro, quell'Armida abbandonata rappresentata al San Carlo nel 1770. Si fa invece un ridicolo Otello e i Pagliacci: da soli. A Jommelli, invece dell'Armida diretta da Antonio Florio o Alessandro de Marchi, come sarebbe giusto, viene dedicata un'Isola disabitata diretta da un Rinaldo Alessandrini dalle mediocri interpretazioni, evidentemente perch al comodo del direttore artistico e dell'Alessandrini fa.

Jommelli , con Traetta, il quale di lui  pi lirico ed elegiaco ma dotato di minor potenza drammatica e invenzione sinfonica e tuttavia elegantissimo e dotato anche di talento comico, come testimonia il goldoniano Buovo D'Antona, un gigante della musica; oltre la Didone abbandonata il Vologeso, per il quale egli aveva una giusta predilezione e che antepone al Fetonte come l'anteponiamo noi: si tratta di Opera di valore superiore allo stesso Demofoonte (1766); il Fetonte (1768:  aduggiato da un eccesso di coloratura ma ha premonizioni mozartiane: l'Aria di Teti Tacito e lento il foco  gi di Astrifiammante), il Demofoonte (1743-1770: bellissimo, ma quello di Leo lo fa quasi impallidire) sono capolavori. Ma l'Armida abbandonata  una delle pi belle opere del Settecento e vorrei dire dell'intero teatro musicale. , col Vologeso, il massimo che pu fare l'Opera seria accogliendo in parte l'esperienza di Gluck ( infatti una grande partitura sinfonica ricca di effetti di pittura sonora da Poema sinfonico) ma non essendo un'Opera, a dir cos, riformatrice. Gli strumenti drammaturgici sono tutti all'interno delle convenzioni dell'Opera seria; non di quella metastasiana, per, portati al massimo delle possibilit; solo l'Idomeneo di Mozart si spinge oltre. Le Arie sono lunghe, minuziose, rifinite, non tripartite ma pentapartite; per comprenderci con un esempio pi celebre, assomigliano formalmente a Vieni ove amor t'invita del I atto del Lucio Silla di Mozart. I recitativi secchi sono di alta qualit; quelli accompagnati sono un vertice di drammaturgia e d'inventiva e l'armonia  icastica insieme e ricca. Non un gesto rettorico  tralasciato. Le Arie posseggono finezze psicologiche straordinarie: citer solo quella di Armida, Ah, ti sento, mio povero core, ove Jommelli inventa una vocalit sillabica e pausata e una forma apparentemente priva di forma per descrivere lo stato d'incertezza e disperazione della maga; altre arie simulano d'esser recitativi accompagnati. Si comprende l'influenza di quest'Opera sull'Armida di Haydn, altro capolavoro, e occorre osservare che il soggetto  tra quelli che in musica pi sono stati fecondi di grandezza: da Lully a Jommelli a Traetta (1761-1767) a Gluck, del quale secondo me  l'Opera pi bella. In fondo anche l'Alcina di Hndel  la stessa vicenda. In tutte queste Opere la piet del compositore per la maga infernale, ma donna, rifulge pateticamente.

Mozart a Napoli ascolt l'Armida; egli non aveva simpatia per Jommelli e lascia il giudizio di Opera dotta ma inadatta al teatro. Per l'Aria di furore D'Oreste, d'Ajace dell'Idomeneo  ricalcata puntualmente sull'Aria di furore di Armida, Odio, furor, dispetto.

Lo stesso che dell'Armida pu esser detto della Passione: con in pi l'osservazione che Jommelli sembra adattare il ductus con grandissima delicatezza a quello della poesia. L'Armida  sul bel libretto di Francesco Saverio De Rogati, allievo di Saverio Mattei; la poesia di Metastasio evoca nel Cigno di Aversa uno stile leggermente diverso.

La produzione comica e di mezzo carattere di Jommelli  relativamente scarsa rispetto a quella seria; e tuttavia la conoscenza che ho di due Intermezzi, Don Trastullo e L'uccellatrice (questo si apre con un'Aria il tema della quale  affine a quello del Minuetto del Primo Concerto Brandemburghese) mi induce a desiderar ascoltare il resto, in particolare La critica; il talento comico dell'autore  sapido.

Ho detto che la musica sacra  in parte in uno stile galante non del tutto figuralista; anche di questa occorrerebbe una pi ampia conoscenza. Per esempio un Requiem per Stoccarda in Mi bemolle maggiore, nel suo esser distante dal Figuralismo, non  oziosamente galante ma icasticamente classico e grandioso. Antonio Florio ha inciso due bellissimi pezzi sacri, un Veni creator Spiritus e un Veni sponsa Christi. L'autore sinfonico , come abbiam visto parlando delle Opere serie, di altissima qualit: per esempio la Sinfonia dell'Armida, se si omette di considerare il secondo movimento ch' in un malinconico minore tutto napoletano, potrebb'esser presa alla lettera per Haydn. Ma sempre Antonio Florio mi ha fatto ascoltare una Ciaccona per orchestra ch' tra gl'insigni esempi del genere.

Notevole che uno dei primi Romantici, Christian Friedrich Daniel Schubart, autore delle Ideen zu einer stetik der Tonkunst, 1784 ma pubblicate postume nel 1806 (Idee per un'Estetica della Musica), ne faccia uno straordinario elogio chiamandolo uno dei sommi gen musicali mai vissuti e gli dia l'appellativo di nuovo Orfeo.

Hasse pu a volte esser deludente, com' il caso della sua Opera pi famosa, l'Artaserse, ch' appunto un seguito di canzoncine, alcune delle quali nemmeno graziose. La sua musica sacra per Venezia  bellissima; io conosco un Te Deum e un Miserere in Re minore, una splendida Messa in Sol minore e un Requiem composto per se stesso; ma uno dei suoi capolavori  il tardo Intermezzo Piramo e Tisbe, che Siciliani fece eseguire all'Autunno Musicale Napoletano. Complice il fatto esser quella dell'Intermezzo una forma atipica, e ancor pi atipico  l'Intermezzo serio, Hasse qui s'ingegna di scrivere nello stile di Gluck, osservando la conguenza drammatica e curando i recitativi. N va dimenticata l'ultima Opera, il Ruggiero.

Sono costretto a ricordare il caso di altri cinque compositori del Novecento, addirittura sommi, che sull'Enciclopedia La musica si debbono accontentare di un redazionale non avendo una voce specifica loro dedicata. Il primo  Albert Roussel del quale ho ricordato lo straordinario capolavoro operistico Padmvat che chiude, subito dopo la Sakuntala di Alfano, la grande stagione dell'esotismo musicale: generalmente fatta principiare con Le Dsert di Flicien David, Ode sinfonica del 1844, e che io invece vedo incominciare col Fernand Cortez di Spontini del 1809. La Sinfonia Turangalla di Olivier Messiaen (anch'egli locupletato di un redazionale) ne  poi addirittura la splendida pietra tombale. Mi ricordo che una volta parlai col maestro Siciliani di tutte le sue difficolt ritmiche: cambia tempo a ogni battuta, adopera metri irregolari. Il Maestro disse: Si fa un quattro quarti con Rubato!. La Padmvat venne eseguita a Spoleto sotto la direzione, ancora, di mmanuel Vuillaume. Oltre a Sinfonie che furono dirette da Karajan, Roussel ha scritto due altre meraviglie d'armonia e orchestrazione, i Balletti Le festin de l'araigne e Bacchus et Ariadne, e un capolavoro assoluto, la sua ultima opera, il Salmo LXXX, di valore non inferiore al Salmo di Schmitt.

Sommo compositore  il polacco Karol Szymanowski, uno dei pi grandi del Novecento, del quale, a tacer d'altro, vanno ricordati lo Stabat Mater e il Dramma musicale esoterico Re Ruggiero: la vicenda  addirittura quella di Dioniso che alla medioevale corte siciliana ottiene la vittoria su Cristo. Esso venne fatto rappresentare da Pietro Diliberto al Massimo di Palermo sotto la direzione di Karl Martin in un meraviglioso allestimento dovuto a Krzysztof Zanussi.

Il terzo  Hans Pfitzner che fu anche grande direttore d'orchestra e scrittore: tra i pi grandi saggisti musicali esistiti. Fra i suoi numerosi Drammi musicali va ricordato il Palestrina, uno dei pi importanti del Novecento e della storia. Si tratta d'un'opera con profondissimi fondamenti storici (il secondo atto  una seduta perfettamente ricostruita del Concilio di Trento) che trapassa nel mito. Palestrina  l'erede d'un'arte che sente liminare di fronte a quella nuova, che rappresenterebbe il progresso. Ma le ombre di tutti i Maestri della Polifonia pallidamente gli appaiono dicendogli ch'egli  l'ultimo della catena, l'Eletto; e che ha il dovere storico di compire l'opera loro. Cos gli Angeli gli dettano (finale del I atto) i temi della Missa Papae Marcelli:  uno dei grandi esemp di uso delle campane in orchestra. Ma il Palestrina non si chiude trionfalmente; invece in modo umbratile e rassegnato. Dopo la guerra Pfitzner, ch'era nazionalsocialista, venne privato di tutto e mor in un ospizio di mendicit: la tragedia  che il suo destino lo accomuna al suo nemico Schnberg, che egli avrebbe dovuto comprendere essergli fratello, il quale dalla Democrazia ricevette quasi analogo trattamento. Ma Eugen Jochum incise subito con l'appena costituita Orchestra Sinfonica della Radio Bavarese due suoi capolavori, la Cantata Von Deutscher Seele (L'anima tedesca) su versi di Eichendorff e l'altra Das dunkle Reich (Il Regno oscuro), su versi di Michelangelo, Goethe, C.F. Meyer, Dehmel; dirette anche da Keilberth, che del Palestrina fu l'interprete pi consacrato. Il grande musicologo Wolfgang Osthoff, figlio di un altro importante storico della musica, Helmuth, presiedeva con molto coraggio la Societ Pfitzner e me ne fece membro.

Il quarto  Francis Poulenc; del quale, oltre ai Dialogues des Carmelites, le Carmelitane, la prima esecuzione dei quali avvenne nel 1957 alla Scala, mi piace ricordare le Litanies  la Vierge Noire, una delle pi profonde composizioni di tutta la musica sacra, l'irriverente e spiritosissima opera Les mamelles de Tirsias, il monologo lirico La voix humaine da Cocteau, il protagonista del quale  plausibilmente, pi che non sia una donna, un ricchione (Poulenc, come Cocteau, era omosessuale dichiarato); il meraviglioso Balletto Les Biches; e l'Histoire de Babar le petit lphant, la Storia dell'elefantino Babar dal meraviglioso libro illustrato di Jean de Brunhoff che costitu la mia prima lettura infantile, con nonna Laura, per voce recitante e orchestra da camera:  quello che Pierino e il lupo di Prokof'ev vorrebbe essere. Tra le mie letture segu Struwwelpeter, il celebre Pierino Porcospino di Heinrich Hoffmann, serie di spaventosi apologhi morali, nell'edizione originale del 1882 tradotta da Gaetano Negri; mentre quando fui un po' pi grandicello mi abbeveravo ai prestigiosi libri di miti e istruzione infantile della collana La scala d'oro che furono il mio primo contatto con Wagner: ricordo una splendida illustrazione raffigurante Ortruda che nelle ultime battute del Lohengrin  trafitta da cento spade; indimenticabile, in questa collana, Il libro degli animali. Sempre parlando di morti che avvengono nelle ultime battute, Salome dovrebbe essere schiacciata sotto gli scudi per ordine di Erode: nessun regista realizza la prescrizione: e non ci si rende conto di come ci sarebbe esteticamente splendido.

Torno un istante a Poulenc per ricordare che anch'egli ha scritto un sublime Stabat Mater. A mio parere i sublimi nella storia sono quello di Nicola Fago (che mi ha fatto conoscere Antonio Florio), quello di Alessandro Scarlatti, ch' il capostipite di tutti, drammatico e accidentato e percorso da dissonanze pungenti quanto quello di Pergolesi  classico, quello di Emanuele d'Astorga, quello di Caldara, quello di Vivaldi, quello di Domenico Scarlatti, quello di Pergolesi (che venne scritto per esser nella liturgia napoletana sostituito a quello di Alessandro), quello di Traetta, e i due novecenteschi appena citati ai quali un terzo novecentesco va aggiunto, quello di Licinio Refice. Non male anche due boemi, uno dell'ignotissimo Francesco Ferdinando Arbesser, settecentesco, riscoperto negli anni Novanta perch facente parte della biblioteca dei principi Schwarzenberg nel luogo oggi chiamato Cesky Krumlov, e l'altro di Dvorak. Quello di Schuberth  meraviglioso ma purtroppo  sul testo tradotto in tedesco da Klopstock. Sublime  quello di Haydn; quello di Rossini traduce tutta la volgarit dell'epoca Louis-Philippe.

V' un altro straordinario capolavoro della musica sacra francese.  il Salmo di Florent Schmitt, un grande compositore che ha scritto anche una meravigliosa Tragdie de Salom e musica da camera di suprema eleganza. Il Psaume, rutilante e barbarico, siccome secondo l'autore doveva essere la musica del Tempio, e quindi ispirato anche alla musica popolare africana, mi venne fatto conoscere dal maestro Vitale, che a Parigi aveva conosciuto Schmitt, dopo la guerra posto in oblio perch simpatizzante hitleriano.

Il quinto  Carl Orff. Ho gi parlato di De temporum fine comoedia; dei Carmina Burana sarebbe superfluo dire qualcosa trattandosi di un supremo capolavoro che indaga le radici dell'Umano e la metafisica della cieca Fortuna. Dir che del Trittico costituito dai Trionfi mi sembra che opera ancora pi alta dei Carmina Burana, o almeno ancora pi raffinata, sia il Concerto di Afrodite. Orff mostra la sua ineguagliabile capacit di dare una prosodia del greco antico che forse si avvicina al mistero della quantit, la quale noi possiamo solo teoricamente conoscere: noi che al liceo dovevamo fare la lettura metrica del latino e del greco poetici. E questo  asseverato nel Prometheus che osa dar voce alla lingua stessa di Eschilo. Venne detto da Martin Heidegger che egli desse voce al Linguaggio del Linguaggio, e poche cose sono pi vere. Le altre due Tragedie greche da lui musicate, Anthigonae e Oedipus der Tyrann sono sui versi di Hlderlin. E ancora, due capolavori straordinar sono Der Mond e Die Kluge. Orff riesce a restare bavarese (Die Bernauerin) pur immergendosi nell'antico! Vorrei che Muti affrontasse il Concerto di Afrodite.

Il 16 giugno del 2014  capitato qualcosa capace d'illuminarti un intero anno, ed  proprio a proposito dei Carmina Burana. Il mio grande amico Hans-Eberhard Dentler abbandona l'Italia, e precisamente la Maremma, ove ha vissuto trent'anni e torna in Germania. La mattina giunge a casa un pacco voluminosissimo: lo faccio aprire e trovo un suo principesco dono d'addio, uno dei tesori della sua biblioteca.  il fac-simile della partitura autografa dei Carmina pubblicato dalla Schott nel 1997: il manoscritto  allogato presso la Biblioteca di Stato Bavarese e porta il numero 1 del fondo Orff. Si tratta d'un capolavoro di calligrafia paragonabile solo a quelli di Alessandro Scarlatti e di Wagner. Lo sfoglio pieno di emozione: la prima parte reca il titolo Carmina Burana / Cantiones profanae / cantoribus et choris / cantandae / comitantibus instrumentis / atque imaginibus magicis, scritto con il segno quantitativo di lunga (-) sulla u giusta la grafia dei tedeschi colti di una volta. Guardare questa partitura cristallinamente vergata  qualcosa di affatto diverso dal guardare la partitura a stampa: tu apprezzi l'infinita raffinatezza di questa scrittura compositiva che suona a volte cos semplice se ascolti il pezzo e basta; e la musica sembra balzarti in faccia dal foglio, guardi la grafia dell'autore e senti la musica risonare entro di te. Sull'ultima pagina nel piccolo spazio bianco tra i pentagrammi e la fine del foglio: Carl Orff scripsit 1936.

Giova ripetere quanto sovente da me detto intorno al titolo. I Carmina si chiamano Burana giacch sono conservati in un meraviglioso manoscritto con miniature splendide proveniente da Benediktbeuern, ossia il monastero benedettino bavarese detto Bura Sancti Benedicti. Attualmente esso si trova presso la Biblioteca di Stato Bavarese siccome Codex Latinus Monacensis 4550. Interpreter secondo la mia personale intuizione il comitantibus instrumentis atque imaginibus magicis, che alla lettera vuol dire: con l'accompagnamento di strumenti e immagini magiche. I Carmina, giusta l'intenzione di Orff che tuttavia non si oppose alla loro esecuzione concertistica, sono un'opera teatrale; ma non di teatro moderno sibbene di una forma di teatro modernissima insieme e arcaica che parte dal Dramma Liturgico medioevale. Il ballo e la recitazione nulla hanno di realistico ma piuttosto un senso rituale evocato dalla musica: in questo senso sono imagines magicae. Ricordo che la prima esecuzione italiana venne diretta da Gino Marinuzzi alla Scala nel 1942 in forma scenica.

Regali altrettanto preziosi ho ricevuto da Riccardo Muti: un autografo di Martucci con appunti compositivi e un curioso manoscritto viennese del 1895 che reca una differente Introduzione al II atto del Fidelio: 2me Bearbeitung; la dedica  del 25 novembre 1999. Allora ci davamo ancora, per iscritto, il Lei (a voce il Voi); e da Hans Fazzari, il fac-simile del manoscritto di d'Annunzio dell'Ode in morte di Giuseppe Verdi.

Di una cosa sola accuso Orff. Egli  autore di un ciclo chiamato Lamenti che racchiude il Lamento di Arianna, L'Orfeo e Il ballo delle ingrate di Monteverdi. La sua versione musicale dell'Orfeo  secondo me superiore a quella dello stesso Respighi, adottata da Marinuzzi per le famose recite di Boboli: ma come trasporre in tedesco i meravigliosi versi musicati da Monteverdi! Orff avrebbe dovuto, se proprio ci teneva, fare una versione tedesca del suo lavoro, che per quale editio princeps avrebbe avuto da essere italiana.

Ora voglio spendere due parole su due piccoli esclusi: e li chiamo cos perch a petto di questi Sommi essi, che sono grandi compositori, vanno considerati subalterni. Uno  la quintessenza della milanesit; l'altro della sicilianit della Magna Grecia pur avendo avuto esperienze di ampiezza internazionale: ma dire Magna Grecia e Teatro Greco di Taormina  dire il Mondo. Felice Lattuada era un milanesone del quale purtroppo la crudele Milano del dopoguerra a volte rideva: per aver egli scritto una Tempesta da Shakespeare e un Don Giovanni. Ma nel 1932 e sotto la direzione di Gabriele Santini venne rappresentata alla Scala per la prima volta un'opera tratta da Molire, Le preziose ridicole, la quale ebbe molto successo anche in Germania.  un piccolo capolavoro di eleganza, umorismo e capacit parodistica dello stile musicale barocco. Ne scrissi quando venne rappresentata a Novara e il figlio Alberto mi mand una lettera commovente: ero stato il solo che se ne fosse occupato.

Giuseppe Mul, di Termini Imerese e umili origini come Lattuada, divenne prima insegnante del Conservatorio di Palermo poi ne fu direttore; e di l pass a dirigere quello romano di Santa Cecilia. Ebbe ruolo importante nell'organizzazione fascista della musica: cos che Gianandrea Gavazzeni gli fece, dopo la morte e beninteso a fascismo caduto, il codardo oltraggio d'uno scritto ove lo chiamava alle sue responsabilit politiche e, pretendeva il bergamasco, artistiche; laddove lo storico dell'arte dalla cultura sterminata e carissimo amico Ubaldo Mirabelli gli dedic un bellissimo saggio. Mul  autore di un vasto catalogo ma qui due sue cose voglio ricordare; anche perch sono le sole che conosca. V' un Dafni, rappresentato per la prima volta all'Opera di Roma nel 1928 sotto la direzione di Gino Marinuzzi che assai lo stimava: dall'Idillio di Teocrito. Dafni poi torna in tutte le Bucoliche di Virgilio e segnatamente nella Quinta.  opera d'un meraviglioso lirismo ma imbevuta di cultura classica con un tentativo di ricreazione moderna degli antichi nmoi (termine greco che designa all'incirca melodia, non in senso generico: i nmoi potremmo dire ch'erano canzoni popolari, o ancor meglio schemi melodici sui quali la canzone s'improvvisava come le Ragas della musica indiana antica: mentre i nmoi composti interamente videro trionfare soprattutto Terpandro) e ritmi: cosa che aveva fatta gi un illustre compositore francese, Maurice mmanuel, con la sua Salamine, dedicata all'epos della omonima battaglia. La ricreazione artistica della antica musica greca, uno dei massimi misteri storici per noi, avviene anche con le musiche le quali, grazie al sodalizio culturale e umano di Mul con Ettore Romagnoli, il Maestro scrisse per le rappresentazioni del Dramma Antico al Teatro Greco di Taormina. Il Dafni venne rieseguito al Massimo di Palermo a opera di Pietro Diliberto: nell'indifferenza generale. Il suo linguaggio armonico  complesso e sofisticato, la melodia fa uso costante d'intervalli dissonanti come la quinta aumentata ed eccedente e diminuita, la terza diminuita; ed  di grande sottigliezza ritmica. Le musiche di scena andrebbero inserite in una buona stagione sinfonica e ho qualche speranza di riuscire a promuoverne un'esecuzione.

Mul fu anche un grande etno-musicologo che indag sul canto popolare siciliano. Egli condivideva con Ettore Romagnoli la convinzione che le radici dei nmoi della musica greca si ritrovino nella canzone sicula, e l'ha utilizzata rielaborandola anche sinfonicamente. Ho letto su Wikipedia una voce indegna a Mul dedicata; laddove quella sul Dizionario biografico dell'Enciclopedia italiana, dovuta a Consuelo Giglio,  esemplare per cultura, intelligenza musicale e indipendenza di giudizio.

Dopo questa che non si pu chiamare una modulazione o una transizione, ma una digressione nella digressione, nello stile del Tristram Shandy di Sterne, torno al festival Alessandro Scarlatti. Alla prova generale delle Davidis pugna et victoria accadde un episodio incredibile. Sedeva alla consolle il grande organista Gennaro D'Onofrio (l'altro basso continuo, clavicembalistico, era sostenuto dall'acida Maria Delle Cave: il maestro Vitale le aveva detto una volta, parlando del suo fastidio per il tintinnio del clavicembalo - che costei avrebbe voluto onnipresente: fece diplomare una sua allieva col Mikrokosmos di Bartk per cembalo -: Mar, c'avite scassat' 'o cazz' Vuje e sta' ferraglia! (Maria, ci avete scassato il cazzo, Voi e questa ferraglia!). Il maestro D'Onofrio aveva un'allieva, oggi devotissima alla Madonna di Medjugorie, con la quale poi sarebbe andato a vivere per morire fra le sue braccia. Costei era in piedi accanto a lui per girargli le pagine. S'introdusse nell'Auditorium, passando non si sa come attraverso i cento controlli polizieschi, la moglie del Maestro e strisci non vista fino all'organo, sotto il podio del direttore d'orchestra: con otto dita dalle unghie affilate scipp (graffi) a sangue le guance del marito. Il direttore d'orchestra Massimo Pradella rimase colla bacchetta sospesa in aria; Maria Delle Cave ebbe una crisi isterica: a riprova della verit del proverbio che dice: 'A gallina fa ll'ovo e 'o gallo ce prode 'o mazzo (La gallina fa l'uovo e al gallo prude il culo).

Resto un istante sul clavicembalo per ricordare che il maestro Vitale mi raccont che prima della guerra c'era stato in Conservatorio un concerto di Wanda Landowska, la prima leggendaria concertista dello strumento: alla fine una vecchia insegnante disse: Avimm' fatt' tant' p'av 'o Bbechstein! (Abbiamo fatto tanto per avere il Bechstein!), il grande pianoforte da concerto. Per ancora pi fastidioso  il cosiddetto fortepiano che i cretini adoperano quale basso continuo per le opere del secondo Settecento e a seguire.

Le Davidis pugna et victoria sono una straordinaria opera drammatica: e infatti non casualmente sono definite Drama sacrum. Il meraviglioso testo latino drammatizza il racconto scritturale (Samuele) introducendo il contrasto fra Saul, che vuole arrendersi, e Gionata, che vuol combattere. La parte delle Arie  nel pi elegante e moderno latino rimato fra i tanti oratoriali che io conosca; quella dello Historicus  invece forbita e virgiliana: la narrazione della morte di Golia adopera il verso che suggella la morte di Turno, Vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras. Io credo che se Arthur Honegger avesse conosciuto questo Drama sacrum, all'epoca non riscoperto, non avrebbe osato scrivere il suo pur bell'Oratorio Le roi David (1921).

Altra straordinaria opera drammatica  Agar e Ismaele esiliati, risalente al 1683, dunque lavoro di un ventitreenne: la cura dei recitativi ne fa un modello imperituro e secondo me  il fomite per Caldara, del quale scrivo i recitativi secchi (mai il termine fu meno appropriato) del Re del dolore essere ammirevoli quanto quelli accompagnati e le Arie. Il Dent colloca l'Agar al vertice della produzione giovanile di Alessandro; e noi osserviamo di passata che la Sinfonia si chiude con scale discendenti velocissime che sono gi quelle del temporale dell'Estate di Vivaldi; mentre l'Aria di Abramo che suggella la prima parte col suo testo (Chi non sa che sia dolore / Sappia pur ch'ogni altro avanza) anticipa quello di una delle pi belle cantate profane di Bach, e in italiano, Non sa che sia dolore.

Fu il maestro Siciliani a rivelare a me ragazzino che sulla napoletana tomba di Alessandro in Santa Maria di Montesanto si legge l'iscrizione che lo chiama musices instaurator maximus, massimo instauratore della musica (se volgessi rinnovatore, giusta lessici, o fondatore, penso che indebolirei un tanto la pregnanza del latinismo: instaurare  rinnovare, ma non solo). L'iscrizione si vuole (Dent, pag. 193) dettata dal cardinale Pietro Ottoboni: io ne sono certo perch l'elegantissimo latino ma ancor pi il genio del concetto solo da questo genio potevano scaturire; inoltre il confronto stilistico con la lapide ottoboniana di Corelli (vedi pi innanzi), per esempio quell'APPRIME CARVS, rende l'attribuzione inconfutabile. Lo appresi poi dal libro di Edward Dent, che costituisce il tesoro della mia biblioteca: l'edizione originale mi venne donata con dedica dal maestro Vitale e possiede una dedica dell'autore del 1905 ad Alessandro Longo, sommo scarlattiano (domenichino, per, non alessandrino) e vanto della Scuola napoletana. Ora occorre arrestarsi e meditare sull'appellativo donato da Pietro Ottoboni ad Alessandro:  qualcosa d'abissale intelligenza e profeticit e dobbiamo distaccarlo dalla rettorica alla quale prima facie potrebb'essere ascritto: onde il bellissimo (vedine i ritratti) Cardinale veneziano (il quale  sommo latinista, a differenza del cardinale Federigo Borromeo, siccome rivela l'erudito libro di Edgardo Franzosini, Sotto il nome del Cardinale, dedicato allo sventurato storico Giuseppe Ripamonti (Adelphi, 2013), non geniale, ma genio,  prepotentemente uno dei Mammasantissima della musica; nonch - si pensi solo alla biblioteca la quale, a detta del Crescimbeni, la cedeva solo alla Vaticana - della cultura del Settecento: tenne persino a battesimo Metastasio. Infatti Alessandro resta musices instaurator maximus anche dopo che sono venuti Haydn, Mozart e Beethoven, Verdi e Wagner; e gli altri. Quel che per me  inspiegabile  come mai, atteso che Scarlatti  un autore grande quanto Bach e Hndel, nessun italiano abbia claris verbis rivendicato tale sua primazia: e dico primazia essendo egli nato venticinque anni avanti i due Sommi1.

Or la tomba di Alessandro  umile, e la sua humilitas, giacch giace a terra, sull'humus, fa risaltare la sublimit dell'iscrizione. Su di essa si erge quella superba d'un avvocato, con iscrizione, busto e a sormontarlo corona comitale. E, non potendosi credere che quella di Alessandro sia siffatta, in rete quella dell'avvocato  diffusa siccome di Scarlatti. Costui mai avrebbe potuto immaginare la sola sua memoria affidata a tale scambio: sic transit. La lapide dell'Ottoboni  raramente pubblicata; la sua immagine  praticamente sconosciuta, e viene riprodotta qui per la prima volta nella storia, onde questo libro non  inutile. Non posso non trascriverla per intero dopo averla di nuovo copiata, giacch per lo pi di essa si conosce solo la rapinosa terna di vocaboli musices instaurator maximus: ma quanto pi essa  significativa se collocata nel contesto.
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HEIC SITUS EST EQUES ALEXANDER SCARLACTUS VIR MODERATIONE BENEFICENTIA PIETATE INSIGNIS MUSICES INSTAURATOR MAXIMUS QVI SOLIDIS VETERUM NUMERIS NOVA AC MIRA SUAVITATE MOLLITIS ANTIQUITATI GLORIAM POSTERITATI IMITANDI SPEM ADEMIT OPTIMATIBVS REGIBUSQ APPRIME CARUS TANDEM ANNOS NATUM LXVI EXTINXIT SUMMO CUM ITALIAE DOLORE IX KAL NOVEMB MDCCXXV MORS MODIS FLECTI NESCIA.
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Ne tento una versione.
Qui giace il cavaliere Alessandro Scarlatti, uomo di erudizione, beneficenza e piet insigni, massimo instauratore della musica, che sui forti accenti degli Antichi, addolciti di nuova e mirabile soavit, tolse all'antichit la gloria e alla posterit, la speranza d'imitarlo. Caro innanzi a ogn'altro ai principi e ai re, infine estintosi a sessantasei anni, nel sommo dolore d'Italia, nono delle calende di novembre 1725, non fu dato alla Morte di piegarsi al suo Canto.

 fondamentale l'osservazione che gi il tardo Scarlatti non  pi un compositore barocco, contenendo egli elementi fondamentali di quello che sar lo Stile classico: come si vede, per esempio, dalla Messa di Santa Cecilia, in stile concertato. Onde il Dent conia la meravigliosa formula, esser egli non il fondatore della Scuola musicale napoletana ma The father of Classical Music, (Il padre della musica classica). Il suo catalogo operistico potrebb'essere persino pi ampio se egli avesse voluto piegarsi alla Moda che Leopardi, in un Dialogo delle Operette morali, rivela esser sorella della Morte, e non essere invece inflessibile nella ricerca del valore musicale unito a quello drammatico. Le Cantate sono una delle meraviglie della musica: sono pi di seicentocinquanta e le variet formali e armoniche sono inesauste. Il compositore sacro  sommo. Io credo che Carlo Gesualdo, Alessandro e Domenico, Caldara, Leo e Giuseppe Verdi siano i pi grandi compositori italiani. Oserei alla lista aggiungere Martucci e Alfano se non temessi d'esser tacciato di snobismo.

Per il suo non essersi piegato alla moda, Scarlatti perse il favore di Ferdinando de' Medici e il teatro di Pratolino; e abbiamo documenti impressionanti, come la satira che il poeta, a dir cos, Bartolomeo Dotti scrisse nel 1707 (riprodotta da Roberto Pagano dopo ch'era stata pubblicata nel 1947 da Andrea Della Corte) a seguito dell'insuccesso del Mitridate Eupatore al teatro San Giovanni Crisostomo di Venezia: partitura troppo complessa per il facile gusto del pubblico. Ancor pi questo si vede in una lettera (1709: pubblicata nel 1911 da Ludovico Frati e ripresa da Pagano) del bolognese Francesco Maria Zambeccari, al servizio del cardinale Grimani, vicer austriaco a Napoli. Alessandro aveva scritto ed eseguito un Teodosio per il teatro San Bartolomeo; cito il documento per esteso data la sua importanza. Circa quelli Gratiani che si mescolano nell'opera adesso, ve li dico: sappiate che il Contarini lui tiene il teatro, ma non comparisce, facendo fare la comparsa a Scarlatti, quale ha fatto l'ultima opera che non  piaciuta niente; onde s'avr sempre la noiosit di sentirlo lui. Esso  un grand'uomo, e per essere cos buono, riesce cattivo perch le compositioni sue sono difficilissime e cose da stanza, che in teatro non riescono, in primis chi s'intende di contrapunto le stimar; ma in udienza d'un teatro di mille persone, non ve ne sono venti che l'intendono. E gli altri non sentendo robba allegra e teatrale s'annojano. Poi essendo robba tanto difficile, il musico [il cantante: musico era sinonimo di castrato] deve starci attentissimo per non fallare, non ha libert di potere gestire, a modo suo e troppo si stanca; onde universalmente il suo stile per teatro non  gradito, che vi vuole robba allegra e saltarelli, come fanno a Venezia. Impressionante questo: ... che vi vuole robba allegra e saltarelli. Nihil sub sole novi. Alessandro non fa che sperimentare quel che sperimenteranno Verdi e Wagner; e nel Novecento Strauss, Schnberg e Berg, e altri grandi con loro.

La pigrizia degli storici ascrive ad Alessandro alcuni meriti: quello di aver inventato l'Ouverture all'italiana di contro a quella alla francese; di aver asseverato il Recitativo cosiddetto obbligato, ossia contrapposto al cosiddetto secco, accompagnato dal solo basso continuo; di aver stabilizzato la forma dell'Aria tripartita, quella col cosiddetto da capo. In realt, quanto a Recitativo, quello di Scarlatti  di eccelsa qualit anche nel secco: nell'obbligato non ne parliamo; occorre giungere a Bach (e, non mi stancher di ripeterlo, a Caldara) per trovare qualcosa alla stessa altezza. Quanto all'Aria, direi che la grandezza di Alessandro non stia tanto nel tipizzare quanto nel manifestare inesauribile inventiva nell'applicare un tipo e nel contrapporre le due sezioni prima della ripetizione.

 sintomo della vergogna dei tempi che il 2013, tricentenario della morte di Corelli, non abbia visto il Sommo onorato quasi da nessuno e in nessun luogo; se non con celebrazioni corelliane tenutesi a Venezia le quali hanno visto anche il restauro del testamento del Cigno di Fusignano a spese dello storico dell'arte Giuseppe Maria Pilo; il quale testamento contiene anche l'elenco della quadreria del compositore, ricca e di gran gusto. Anche Rossini possedeva a Bologna una bellissima quadreria. Lo celebr Rachmaninov, con le splendidissime Variazioni sul tema della Follia, la pi celebre fra tutte le Sonate per violino. (Celeberrima  anche quella di Tartini detta Il trillo del diavolo, ch' ben misera cosa: ma questo sopravvalutato compositore ha osato scrivere anche lui una Didone abbandonata, Sonata per violino). Su Corelli debbo aggiungere una considerazione conclusiva che mi viene dal contemplarne la tomba al Pantheon. Anche questa contiene un'iscrizione dettata dal genio incomparabile di Pietro Ottoboni. Questi ricorda ch'egli visse presso di lui (INTER FAMILIARES SVOS IAM DIV ADSCITO) e, coll'intenzione di darne memoria immortale (EIVS NOMEN IMMORTALITATI COMMENDATVRVS), dedica LIIRISTI CELEBERRIMO e al nobile fatto da Filippo Guglielmo conte Palatino, quindi MARCHIONI DE LADENSBOVRG, oltre che ricco EXIMIIS ANIMI DOTIBVS, la citazione della (siamo sempre al caso dativo) INCOMPARABILI IN MVSICIS MODVLIS PERITIA. Ebbene, c' tutto: Corelli venne definito il Cristoforo Colombo della Musica ma Alessandro  musices instaurator maximus.

Arcangelo Corelli  il legislatore della musica strumentale. Eredit le forme di danza e le trasform in modelli supremi per ogni epoca; e legifer non solo sulla Sonata a tre e sulla Sonata solistica, legifer anche sul Concerto Grosso del quale prima di lui troviamo testimonianza nel genio di Alessandro Stradella. Egli incarna il Classicismo del Barocco, onde possiamo considerarlo l'esatto parallelo di Nicolas Poussin, che divenne romano come lo divenne lui, romagnolo. Riccardo Muti, che si compiace di ricerche erudite avendo fatto al napoletano Vittorio Emanuele un meraviglioso Liceo, mi manda le lapidi latine tombali: m'invi quella splendida di Poussin il quale mi  supremamente caro anche per aver egli disegnato il frontespizio delle edizioni di Virgilio e di Orazio. La tomba  in San Lorenzo in Lucina; l'epigrafe si vuole sia stata dettata dal Bellori, del quale si occup Mario Praz: Parce piis lacrimis vivit Pussinus in urna / vivere qui dederat nescius ipse mori / hic tamen ipse silet si vis audire loquentem / mirum est in tabulis vivit et eloquitur. Questa  la traduzione fattane da Orazio Mula: Trattieni il giusto pianto: in questa tomba vive Poussin che aveva dato la vita non potendo egli stesso morire. Qui egli tace eppure, se vuoi sentirlo parlare,  sorprendente come vive e parla nei suoi quadri.

Alla memoria mi giunge qualcosa che non posso ricordare senza commozione. Siciliani venne arrestato negli anni Settanta a seguito di una retata ordita da un Pubblico Ministero protagonista: ne parlo anche altrove. Venne rinchiuso alle Mantellate a Roma. A Poggioreale le condizioni allora erano assai pi umane: non c'erano tanti extracomunitar e il sovraffollamento era non ancora la negazione del Regno di Dio come oggi. Il marchese Parisi, che faceva parte della stessa retata, stette in una buona cella e in quel padiglione i travestiti (non c'erano allora i transessuali) venivano adoperati come cameriere. Infatti giunto alla sua cella, occupata da persone parenti tra di loro e intente a cucinare, rispettosissime con lui, arriva un travestito: Agg' purtat' 'o liett'! (Ho portato il letto!). A Roma Siciliani stette molto peggio. Venne gettato in una cella comune. C'era di tutto, tra cui un ragazzo drogato in crisi d'astinenza e senza medicinali ad hoc. Siciliani era uomo di profondissima piet cristiana: mi raccont di aver preso la testa del ragazzo tra le gambe e di avergli lunghissimamente massaggiato gli occhi. Alla fine lo sventurato si addorment: il Maestro non si mosse per non svegliarlo, come Maometto che, essendoglisi addormentato un gatto sulla manica, se la tagli per non svegliarlo.

Siciliani mor il 17 dicembre 1996, pochi mesi dopo l'incendio della Fenice.

1 Per amor di verit la rivendicazione della primazia di Alessandro (ma non di quella di Antonio Caldara e Leonardo Leo) viene fatta da Roberto Zanetti, Storia della musica italiana nel Settecento, Bramante editore, Milano, 1978, vol. I pag. 66.

2 Essa  copiata diplomaticamente dal Dent a pag. 193 della sua somma opera e, data la cultura del tempo, non ritiene volgarizzarla. Roberto Pagano pure la pubblica ma trasformando le V in U. Perch non la volgarizzi non  dato conoscere.
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CAPITOLO 12.
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Riccardo Muti. Sergei Rachmaninov. Alexander Skrjabin e Leos Jancek: altre due palinodie. Chicago. La forza del destino: Verdi benefattore dell'umanit. Felix Mendelssohn-Bartholdy. La Prima Notte di Valpurga. L'Elias. L'Ifigenia in Aulide col finale di Wagner.
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Riccardo Muti  oggi il pi grande direttore d'orchestra vivente insieme con Bernard Haitink: forse lo raggiungeranno le rivelazioni Kirill Petrenko e Axel Kober, delle quali parlo alla fine di queste pagine, sempre che ottengano lo stesso dominio del repertorio italiano e francese e settecentesco; e ci vorranno decenn. Di un cos grande musicista io, che ne comprendo la statura, oggi non ho alcuna soggezione: ci trattiamo,  frase abusata ma in questo caso l'unica da adoperarsi, come fratelli. Ma ci sono voluti i decenn per arrivare a questo: per gran parte della nostra vita ci siamo dati il Voi e il Lei: pur condividendo l'origine musicale, giacch veniamo ambedue dal maestro Vitale e siamo ambedue stati i cocchi del maestro Siciliani. Il fatto  che Muti  un uomo molto timido e io a mia volta mi sono sciolto davvero solo adesso: prima probabilmente avevo insicurezze che mi facevano chiudere in me stesso: oggi insicurezze per fortuna, data la mia et, non ho pi; e lui, dopo aver lasciato la Scala, ha subito una metamorfosi del carattere ch' divenuto aperto e solare.

Muti  nato a Napoli e a Napoli da ragazzo ha abitato, ma la famiglia paterna  di Molfetta e a Molfetta l'infanzia egli ha trascorso. La mamma viveva l quando era incinta di lui e and a Napoli sotto i bombardamenti per far nascere a Napoli Riccardo: coll'idea, profetica, che un giorno di quel bimbo non dovesse dirsi ch'era nato a Molfetta, meravigliosa citt della meravigliosa Puglia, ornata dal duomo sul mare dedicato a San Corrado, ma nato nella pi bella citt del mondo. Io con i pugliesi ho un rapporto privilegiato perch sono gente splendida. Sanno vivere, sono intelligenti e simpatici, vanno incontro alla vita nel modo giusto, quello pi aperto: non sono come in certe citt d'Italia, per fortuna poche, dove tutti stanno sempre incazzati: ma quando c' da erigere una barriera non hanno paura nemmeno di Dio. Poi  ovvio che io, musicista, consideri i pugliesi la razza privilegiata: la Scuola napoletana, fatta eccezione per Alessandro Scarlatti, ch' panormita, Porsile, Porpora, Perez e Giordani (Giordaniello), che sono napoletani, Vinci, ch' calabrese di Strongoli, Durante, ch' di Fratta, Jommelli e Cimarosa, che sono di Aversa, Pergolesi, ch' di Jesi, Luigi Rossi, Manfroce e Cilea, che sono di Palmi Calabro, Egidio Romualdo Duni, ch' di Matera, Fioravanti, ch' di Roma, Anfossi, ch' ligure di Taggia, sono tutti pugliesi: Fago, Veneziano, Sarro, Insanguine, Latilla, Leonardo Leo, Logroscino, Traetta, Piccinni, Cafaro, Tritto, Paisiello, Mercadante, fino a Niccol Van Westerhout (fondamentale per la paideia wagneriana di Gabriele d'Annunzio e autore, tra l'altro, d'una meravigliosa Sinfonia), Giordano e Tito Schipa! E poi i castrati! Questi compositori sono gen superiori e tutti provenienti da citt di ognuna delle quali resta un motto di Federico Secondo!

Fra questi musicisti va ricordato il nome umbratile di Vincenzo Lavigna. Nato ad Altamura nel 1777 (l'altamurano Saverio Mercadante  uno dei pi importanti musicisti italiani dell'Ottocento, operista aristocratico e poi direttore del Conservatorio napoletano), si trasfer a Milano ove ebbe allievo privato di composizione Giuseppe Verdi. Canoni e Fughe, nient'altro, gli faceva fare il fortissimo contrappuntista. Vicenda di discenza molto simile a quella di Wagner col maestro Christian Theodor Weinlig, ennesimo allievo del padre Martini. A Verdi il duro esercizio col Lavigna serv a consentirgli di portare la nota dove voleva lui e non dove ella stessa voleva, secondo l'icastica e felicissima sua formula.

Molfettese, quindi della stessa citt della famiglia Muti,  Vito A. R. Cozzoli (1777-1817), sacerdote, che nel 1816 compose un Passio Domini nostri I.C. secundum Johannem con cori e strumenti di ripieno: opera ingenua e paesana con tutto un suo apparato di fioriture belcantistiche ma certo non sgradevole. Angelo Cassanelli, originario di Molfetta anch'egli, me ne ha regalato la partitura che pii eruditi locali han fatto pubblicare.

A proposito del puer Apuliae, l'imperatore, dir che Muti  uno dei pi forti fridericiani che io conosca. Ha comprato da alcuni anni un trullo con terreno ai piedi di Castel del Monte, uno dei pi importanti monumenti esistenti al mondo, il castello esoterico a pianta ottagonale, e questo luogo  il suo rifugio segreto, quello ove corre quando deve ritemprare lo spirito.

Il pap del Maestro era uno di quei medici all'antica ch'erano grandi diagnostici senza passare per le analisi e che avevano per obbiettivo non gi di vincere il morbo sibbene di curare l'ammalato. Cantava da tenore e confortava il paziente con la sua violentissima simpatia e le sue canzoni e romanze operistiche. Li faceva morire cantando! mi dice il figlio: gi, perch il suo entusiasmo era cos contagioso che il moribondo cantava con lui. Mi voleva un bene pazzo. Per anni ci incontravamo cotidie: lui saliva per le scale di San Pasquale e io scendevo per le stesse. Maestro, 'a bellezza Vostra!, il saluto che i meridionali dalla vecchia educazione davano: e gli brillavano gli occhi. Era di quegli uomini che nella vita s'incontrano poche volte.

Troppi, mancanti ben vero di penetrazione psicologica, ma troppi, prendono Muti per superbo. Non pu credersi come in privato si sciolga, come sia capace di ridere e far ridere, anche su se stesso. Tra di noi  una continua gara di scherzi e motti; di recente (aprile 2014) ha superato se stesso facendoci scompisciare, a cena da Toinette, con l'imitazione del ballerino Bolle che non voleva allungare il gonnellino nei balletti del Mos (tre volte alla Scala dovette chiamarlo! e dire che davanti sulla mutanda non  che non si vedesse nulla, non c'era nulla!) e poi della checchesca gara che faceva con un altro ballerino, negro questo, negli stessi. Non ero mai andato a Chicago dove  direttore stabile della pi grande orchestra esistente al mondo: le altre che amo sono la Staatskapelle di Dresda e l'Orchestra Sinfonica della Radio Bavarese, quella fondata da Jochum.  necessario aggiungervi quella del Teatro dell'Opera di Roma, che in breve spatium temporis di cura Muti  diventata una delle prime d'Europa e lo si vede non tanto quando sul podio c' lui, quando non c'; per esempio, qualche anno fa essa non avrebbe potuto affrontare Il naso di ostakovic con la sicurezza, addirittura il virtuosismo che ha manifestati. Non ero mai andato a Chicago, dicevo, dove Muti  stato scelto plebiscitariamente dall'esigentissima orchestra, ma ero certo che l sia molto, molto pi sciolto. Il fatto  che lui ha una sensibilit animalesca e avverte che nella sua patria raccoglie, rispetto al resto del mondo, il maggior numero di nemici. Non dico che sparare contro Muti  come sparare contro Berlusconi; per fortuna il caso di Berlusconi  unico, non nella cronaca, nella storia; ma certo  che a sparare contro Muti non si rischia niente.

Sono andato finalmente a Chicago dal 5 al 10 ottobre 2013 per le celebrazioni verdiane organizzate da Muti: la mia impressione era esatta. Non l'ho mai visto cos a suo agio come l, circondato peraltro da un ambiente meraviglioso anche dal punto di vista umano (ricordo Deborah Rutter, la presidente dell'Orchestra, ed Emily Master, una ragazza cinese tanto bella quanto simpatica quanto buona musicista) e che lo adora.

Muti era nato direttore. Infatti and cos: egli non pensava minimamente a farlo, era un magnifico pianista, il che  restato, quando il maestro Jacopo Napoli mand a chiedere nella classe di Vitale qualcuno che battesse un po' il tempo per dei ragazzi che dovevano suonare un Concerto di Bach a due pianoforti e orchestra. Muti and. Dopo l'esecuzione Napoli chiese al maestro Vitale: Ma chi  quel direttore che mi hai mandato?, ritenendo trattarsi di professionista fatto e finito. Gli stud di composizione, con particolare riguardo al Contrappunto, li termin a Milano. Egli insiste sul fatto che un direttore d'orchestra dovrebbe conoscere le materie teoriche della composizione nel modo pi approfondito perch altrimenti si troverebbe incapace di effettuare un'analisi dei testi che esegue. E vorrebbe, ma egli stesso si rende conto che si tratta, ormai, di utopia, che i direttori d'orchestra suonassero il pianoforte, anche perch per il pianoforte passa lo studio preliminare della partitura. Oggi ci sono tanti ragazzini che studiano ascoltando il CD. Muti inoltre non ha assistenti, effettua lui tutte le letture, sin dalla prima: in questo  unico al mondo. Oggi avere l'assistente  un simbolo di stato: vedo (2013) che un Riccardo Frizza, che deve fare la Giovanna d'Arco di Verdi a Martina Franca, ha mandato l'assistente per le prime letture. Oggi pure 'e pulece tenon' 'a tosse! (Oggi anche le pulci hanno la tosse!), proverbio raccolto dal Pentamerone del Basile.

Un tempo Muti aveva un gesto ampio ed eloquente: il suo  stato sempre bello, lo posso dire io che lo seguo dal suo debutto, se non sinfonico, operistico, che gli studi a Napoli su misura il maestro Siciliani con la Scuola napoletana e precisamente Domenico Scarlatti, con l'Intermezzo La Dirindina (c'erano Sesto Bruscantini e Paolo Montarsolo, pi il tenore Franco Bonisolli) e Cimarosa (Chi dell'altrui si veste presto si spoglia). Ed  un gesto di tale chiarezza che sbagliare sotto la sua guida  difficile. Anche se la chiarezza ne  solo un aspetto essendovi quello della trasmissione dell'impulso musicale.

Questo della Scuola napoletana sar una specie di omen, giacch Muti alla Scuola napoletana s' votato coll'intelligente dedizione di chi sa. Ha fatto Alessandro Scarlatti; Paisiello, anche un'opera che rappresenta il sommo del pathos settecentesco, che sfiora la malattia ma la traduce sempre secondo l'estetica del Bello Ideale, la Nina ossia la pazza per amore; e oltre al resto, il sublime Requiem, che induce a riconsiderare quello stesso di Berlioz. Dei Requiem il pi delicato e direi soave  quello di Gabriel Faur; il pi terribile  A Mass for Life, il Requiem ateo di Frederick Delius ch' pur esso un capolavoro. Anche se qualcosa di pi sublime di esso esiste ed  il Dies irae di Caldara: secondo me prima di Verdi nessuno ha affrontato il testo a tale altezza artistica: Caldara riesce a uno stile severo con un contrappunto degno di Bach (il basso cammina sempre,  tutto il contrario dei bassi statici dello Stile galante) ma a un eccezionale pathos. Muti ha fatto Hasse; ha fatto Cimarosa; ha fatto Pergolesi, compreso Lo frate 'nnammurato, oltre che naturalmente lo Stabat Mater. Ha fatto Jommelli: il Demofoonte. A Roma nel 1751 Jommelli scrisse un Miserere per San Pietro ch' un vertice di severit ed espressione, ispirato da quello di Leo, ma influenzatissimo dalla rettorica teatrale, onde, suoner incredibile a taluno ma  cos, le sue parentele col superespressivo Recitativo corale dei Mottetti di Bach e in particolare con quello di Jesu meine Freude. Antonio Florio nei primi giorni di gennaio ha fatto la revisione di un altro Miserere di Jommelli che verr eseguito nell'anno, questo a due voci di soprano, archi e basso continuo in Sol minore: molto ispirato allo Stabat mater di Pergolesi.  questo pezzo meraviglioso che d luogo ampio allo stile patetico dell'Opera ma che ricorre anche a imitazione contrappuntistica; in italiano (Piet, Signore, s' grande il fallo mio): e precisamente su testo dell'erudito napoletano Saverio Mattei tratto da I libri poetici della Bibbia tradotti dall'ebraico originale ed adattati al gusto della poesia italiana, 1766-68, il quale per il Miserere e altro venne adottato da molti compositori della Scuola napoletana, a cominciare da Paisiello. Secondo il grande libro dell'Abert si tratta dell'ultima composizione di Jommelli.

Muti ha diretto Mercadante, e ne far ancora uno l'anno venturo a Madrid, dove venne eseguito la prima volta. Deve dirigere ancora composizioni del sublime Leo, e non solo il Miserere che Wagner ascolt a Napoli mentre scriveva il secondo atto del Parsifal e ammir sopra ogni cosa (La composizione  edificata come una solidissima cattedrale, sublime e piena di significato), ma l'Andromaca, una delle opere pi belle e profonde che siano mai state scritte. Io, che l'ho studiata essendo il manoscritto allogato nella biblioteca del Conservatorio napoletano, e che su di essa ho letto il saggio del grande musicologo Hellmuth Christian Wolff, la conobbi per un miracoloso caso dei tanti occorsimi. In una gelida serata degli anni Ottanta (non sono riuscito a ricostruire la data) mi trovavo a Roma in Piazza Navona: vedo aperta la meravigliosa Sant'Agnese in Agone (manifestazione del genio di Borromini,  certo una delle pi belle del mondo) e risplendere le luci: entro e assisto a una sua esecuzione in forma di concerto. Credo fosse dell'Orchestra del Conservatorio di Bari: faceva cos freddo che un amico ch'era con me non resistette e se ne and. Io il freddo non lo sentivo nemmeno. Per anni sono stato convinto che a capeggiare quest'esecuzione fosse il bravissimo Rino Marrone: ma egli, quando poi siamo diventati amici, me l'ha smentito e non riesco a capire chi sia; certo sognato non l'ho.

Faccio un inciso per ricordare che i pi grandi compositori di musica sacra cattolica della prima met del Settecento sono dunque Alessandro e Domenico Scarlatti (il quale  un dominatore straordinario della polifonia e dello stile antico, addirittura prepalestriniano: non solo lo Stabat Mater a dieci voci lo mostra ma, per esempio, la Missa quatuor vocum), Hndel, Lotti, Caldara, Leo e Jommelli. Un solo non italiano pu esser ricordato con loro, se non propriamente accostato, ed  il boemo Jan Dismas Zelenka che di Alessandro fu forse allievo e lo fu di Lotti. Figura allievo di Fux ma la sua musica mostra una ben maggiore influenza di Caldara, anche per la sua attivit di operista esercitata a Dresda.

Dicevo del gesto. Adesso quello di Muti s' molto rastremato,  entrato in un tardo stile. Egli durante l'opera non d nemmeno pi attacchi non avendone bisogno. Tra parentesi osservo che i direttori che cantano o semplicemente ripetono le parole del libretto durante l'esecuzione mi irritano profondamente: si tratta di cosa non professionistica. Adesso c' tutta una scuola di mediocrit che fanno questo, il capostipite essendo stato Abbado: costoro dimostrano con ci la loro ignoranza, riducendo la partitura alla melodia, giacch non riescono a concepirla nella sua organicit. Rustioni, Dantone, Matheuz, Montanari, Frizza, Dudamel, uno peggio dell'altro: e tanti altri piccoli caimani. Dudamel e Matheuz sono allievi o seguaci di Abbado e imitano il suo gesto. Per Montanari intendo Stefano, efferato anche come violinista (in un primo momento, complice il mio amico Cristiano Chiarot, me la diede a bere): giacch Giuseppe, romagnolo di Bagnacavallo,  un anziano con stud confessati e comunicati alle spalle, attualmente grande direttore di palcoscenico che prepara la banda in maniera impareggiabile per Riccardo Muti ed  un profondissimo conoscitore del repertorio operistico. Ah, dove sono andati quei celebri maestri / che sapevano tanto?, si domanda sconsolato Il maestro di cappella di Cimarosa.

Montanari (Giuseppe)  tra le altre cose (all'inizio del 2014 mi spinse a ricordare Ebe Stignani, cadendo anche il suo anniversario) autore di un gesto generosissimo pel quale rifulse del pari la generosit di Gianandrea Gavazzeni. Incredibile, ma Tullio Serafin non aveva una tomba: egli acquist un terreno a Rottanova di Cavarzere merc un assegno in bianco fattogli da Gavazzeni dovendo vincere l'ostilit del Comune che per motivi politici tale tomba non voleva; e lo scultore Caetani scolp gratuitamente il monumento funebre.

Anche mi danno fastidio quelli che dirigono con la bocca aperta, come Oren e Chailly, che Diliberto chiama gli adenoidei. Tanto rastremato s' a Muti il gesto, che io quando lo vado a trovare in camerino gli dico sfottendo: Buonasera, maestro Reiner, leggendario direttore dell'orchestra di Chicago, famoso per non muoversi quasi: le sue incisioni dei Poemi sinfonici di Strauss sono altissime; ma suprema  Vita d'eroe diretta da Franco Ferrara che ho ascoltata perch regalatami da Francesco Maria Colombo.

Muti ha fatto tutto, in una carriera ormai lunghissima ma in costante ascesa. Alla Sagra Musicale Umbra il maestro Siciliani gli organizz il debutto con la Deborah di Hndel dandogli Jessye Norman e Ileana Cotrubas.  un grande verdiano, e le sue cose ultime sono le migliori, il Macbeth, il Simon Boccanegra, I due Foscari e il Nabucco. Il suo Falstaff  insuperabile, e la pi bella delle sue esecuzioni del capolavoro fu quella nel minuscolo teatro di Busseto, con orchestra ridotta come lo fece Toscanini, con la geniale regia di Ruggero Cappuccio, un gran signore, inoltre, e carissimo amico. Faccio una parentesi per dire che ho avuto la gioia di conoscere a Martina Franca un giovane regista ch' quasi un secondo Cappuccio; si chiama Alessandro Talevi ed  un italo-sudafricano che vive a Londra: ha fatto Crispino e la comare dei fratelli Ricci. Muti lo dirige, il Falstaff, venendo dalla suprema delle tradizioni; il suo maestro, Antonino Votto, lo concertava a memoria, e di fronte alla sua meraviglia per questa cosa quasi impossibile gli disse: Cosa vuoi, quando uno  stato assistente di Toscanini c'era poco da fare!. Crispino e la comare  stato diretto da un altro forte talento, Jader Bignamini, scoperto dal mio amico Luigi Corbani. Costui mi fa ricordare sempre la bont del proverbio Sant'Antuono d 'o ppane a cchi nun ten' e' dent' (Sant'Antonio d il pane a chi non ha i denti). Il suo talento ne farebbe un grande direttore non fosse ch'egli ha studiato il clarinetto e, sebbene tanto Corbani quanto io gli abbiamo detto che il salto di qualit potr farlo solo quando avr acquisito il dominio della Composizione (che conseguisca il pezzo di carta non ha alcuna importanza), egli preferisce sbacchettare dovunque facendo di tutto: si fa scritturare dappertutto e dirigendo di tutto da quell'agente ex loggionista che si fa chiamare Maestro: e sbacchettatore rester.

Corbani un altro talento fuor di misura ha scoperto: si tratta di Gaetano d'Espinosa, di origine palermitana, che si trasfer a Dresda ove fu per alcuni anni primo violino dell'orchestra. Ha imparato moltissimo dai grandi che su quel podio si sono succeduti. Oggi, oltre che compositore,  direttore; la prima volta l'ho ascoltato dirigere la Verdi nella Decima Sinfonia di ostakovic: e la dirigeva ex novo ma con una padronanza tecnica e una profondit interpretativa eccezionali. Poi Alessio Vlad l'ha chiamato alle Terme di Caracalla per una Cavalleria rusticana.

Un altro direttore di grandissime qualit ho conosciuto in questa primavera alla Verdi: si chiama Ruben Jais ed , oltre che direttore artistico dell'istituzione, il titolare della Verdi barocca. Si limita se si considera, come fa, un barocchista:  un direttore e basta. Me ne accorsi ascoltando la Johannespassion, la Passione secondo Giovanni, di Bach da lui capeggiata: dopo l'inarrivabile interpretazione di Jochum (che quell'ignorante di Chailly dieci anni fa disse a me improponibile: lui si  formato in Olanda)  la migliore da me conosciuta per un fortissimo senso dello sbalzo figuralista e teatrale. L'ha fatta col coro meravigliosamente preparato da Erina Gambarini e una eccezionale compagnia di cantanti.

Di questi due sono italiani, il contraltista Filippo Mineccia e il tenore Anicio Zorzi Giustiniani. Quanto a dizione tedesca, a fraseggio e stile sono pi bravi degli stessi tedeschi. Dopo l'esecuzione sono andato dal tenore e gli ho chiesto: Come mai Lei si chiama Anicio?. E lui mi ha risposto:  una cosa lunga, ha da fare con la tradizione della mia famiglia.... Allora gli ho detto: Fermati qua! Siamo parenti!. Infatti nel primo capitolo racconto che la mia bisnonna materna, la mamma di nonna Ada, era una Giustiniani di Genova: e questa famiglia discende dalla gens Anicia, illustratasi gi nella Repubblica (il nostro primo console fu Lucio Anicio Gallo nel 160 a.C.) e poi, sotto l'Impero, di ricchezza e potenza enormi: possedevano per latifondo quasi l'intera Sicilia. In famiglia abbiamo tre papi tra i quali due santi: Sant'Agapito (ricordato nel sesto canto del Paradiso per aver distolto Giustiniano dall'eresia monofisita) e San Gregorio Magno, senza il quale l'idea stessa di musica oggi non sarebbe; e anche Severino Boezio, il grandissimo filosofo e sommo scrittore, difensore della libertas romana e martire a Pavia. Il nostro antenato Giovanni fu il pi eroico difensore di Costantinopoli all'ultimo, fatale assedio.

Muti ha interpretato Mozart e in maniera stupefacente. Il suo Flauto magico ha quale termine di confronto il solo Karajan. (Lo stesso pu dirsi per la sua Messa di Requiem di Verdi, che  stata un costante progresso fino alla miracolosa incisione fattasi a Chicago.) Cos fan tutte e Le nozze di Figaro diretti da lui sono addirittura senza confronti per delicatezza, melancolia e metafisica. L'Idomeneo e La clemenza di Tito sono stati interpretati da lui autorevolissimamente. Ha fatto persino cose giovanili come la meravigliosa Betulia liberata, che a Salisburgo accoppi a quella di Jommelli. (A quel che sembra la Betulia liberata, testo ch'ebbe numerosissime intonazioni,  il capolavoro oratoriale di Pasquale Anfossi. Non la conosco, ma di questo compositore che chiamare ottimo forse  poco, conosco il Giuseppe riconosciuto, sempre su testo di Metastasio, meraviglioso: venato di melancolia, contiene l'intonazione di una delle pi celebri sentenze del poeta: Se a ciascun l'interno affanno / si leggesse in fronte scritto / quanti mai che invidia fanno / ci farebbero piet. Nell'ottima voce a lui dedicata sull'Enciclopedia dello Spettacolo, Fedele d'Amico lo fa nascer a Taggia, ch' presso Imperia, in provincia di Napoli!).
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Ha fatto Gluck in maniera rivelatrice, osando persino collocarlo a inaugurazione di stagione alla Scala. Ha coltivato Salieri, del quale ha diretto l'Europa riconosciuta per riaprire la Scala dopo i lavori, visto che quest'Opera l'aveva inaugurata. (Qua debbo fare una parentesi: l'immagine di questo grande compositore, onore della nostra Italia, che fu anche sommo didatta a Vienna ed ebbe a seguaci prima Beethoven e poi Schubert,  ancora aduggiata dal rapporto con Mozart: del quale, in realt, fu uno dei pochissimi ad assistere alle povere esequie. Il geniale atto unico di Puskin, messo in musica da Rimskij-Korsakov, Mozart e Salieri, ricostruisce la genesi psichica del pi orrendo dei peccati, l'invidia, ma ha nuociuto in epoca romantica e oltre alla figura del Cigno di Legnago). Ha diretto un Fidelio con una tale fiducia nelle capacit drammatico-musicali di Beethoven e una tale rifinitura che dico che dopo i Maestri Karajan e Bernstein (l'edizione fatta alla RAI di Roma per il maestro Siciliani) c' lui. Ha fatto di Bellini I Capuleti e i Montecchi, la Norma e I puritani, di Donizetti non ancora la Lucia ma il Don Pasquale: opera con la quale debutt a Salisburgo quarantatr anni fa e che, anche questa, migliora sempre, approfondendosi quella melancolia, se non addirittura quella tragedia, insita nella partitura straordinaria che port Mendelssohn, dapprima di Donizetti spernitore, a inginocchiarsi davanti a lui. Ha diretto Berlioz, anche la rarissima Symphonie funbre et triomphale. Ha fatto Wagner: gli mancano I Maestri cantori, il Tristano, il Tannhuser e il Lohengrin: il suo amico Carlos Kleiber gli diceva che senza meno avrebbe dovuto interpretare il Tristano; io personalmente desidero ancor di pi ascoltarlo nei Maestri cantori e nel Tannhuser, il Dramma musicale di Wagner che secondo me  il pi difficile per un direttore; e oltretutto sarei curioso di vedere quale versione sceglierebbe: io preferisco a tutte la parigina, perch il Baccanale  la pagina pi violenta, ed eroticamente violenta, che Wagner abbia mai scritta. Ha diretto un Olandese, un Ring e un Parsifal straordinar.

Carlos Kleiber gli diceva ancora che avrebbe dovuto interpretare Il cavaliere della rosa, lui che di quest'opera  stato direttore eccezionale. Poi ha affrontato straordinariamente il Novecento del capolavoro assoluto di Poulenc, I dialoghi delle Carmelitane, e del Novecento ha diretto Varse (qui debbo avanzare una palinodia: lo presi in giro per questo, sostenevo che lo faceva per dimostrare di essere capace di dirigere la musica contemporanea e che di questa dimostrazione non c'era bisogno: oggi invece capisco che Varse  un grande compositore), Stravinskij, Honegger, Hindemith, ostakovic (a quando la sublime Ottava Sinfonia?), Penderecki, Lutoslawski e Ligeti e anche il suo compagno di stud di contrappunto Azio Corghi, un distintissimo compositore.

Nell'ambito sinfonico la sua cosa suprema  Le sette parole di Cristo di Haydn, una delle composizioni orchestrali (per orchestra  la prima delle versioni) pi alte del Settecento e certo superiore a qualsiasi opera strumentale di Mozart: ha portato l'orchestra della Scala a eseguire questa partitura meglio dei Filarmonici di Berlino. Scritta per la meravigliosa Cattedrale di Cadice,  fatta d'una serie di Adagi preceduti da un'Introduzione e seguiti da un Terremoto: il tema di ciascuno di essi  la trasposizione strumentale della pronuncia latina d'una delle sette Parole. N prima n dopo se non rarissimamente la musica ha raggiunto espressione s toccante e sublime; e il pathos si trasfigura in dolcezza. Solo allo stesso autore dobbiamo qualcosa di altrettanto alto, ma nell'ambito del terribile. Si tratta dell'Introduzione sinfonica al grande Oratorio Die Schpfung (La Creazione). Essa, come dice il sottotitolo,  la Vorstellung des Chaos, la Rappresentazione del Caos. Haydn  chiamato alla prova massima per un compositore: raffigurare l'informe attraverso la Forma, ch l'arte  Forma. Cos costruisce una forma di Sonata mascherata attraverso i mezzi armonici e tematici pi sofisticati, facendoci anelare a una tonalit apparentemente latitante, e il Coro annuncia arcanamente il Caos; poi lo Storico  un solista finch, a E la luce fu, abbiamo la pi straordinaria esplosione di Do maggiore di tutta la storia della musica. Nasce il Poema sinfonico; ma al tempo stesso non vi sar, dopo, alcun Poema sinfonico di quest'altezza. Muti ha diretto anche La Creazione: io l'ascoltai alla Scala: ma non  stata la sua prova migliore; ricordo che permise a un cattivo clavicembalista, Bob Kettelson, di rovinare colla sua ferraglia il primo Recitativo: nella splendidissima incisione di Jochum esso, Im anfange schuf Gott Himmel und Erde (In principio Iddio cre il cielo e la terra), incomincia, pianissimo, sorgendo dal silenzio; e il suo basso, l'americano Samuel Ramey, non aveva certo il Re grave di Gottlob Frick, pareva una grattugia!

Muti ha fatto i cicli di Beethoven (la Pastorale nella sua interpretazione  la pi bella che abbia mai ascoltata dal vivo e registrata), Schumann, Brahms, Cajkovskij (ivi compresa l'incisione dei tre Balletti, ch'egli dice essere una delle grandi partiture sinfoniche dell'Ottocento: gli manca la Suite mozartiana), quasi completo quello di Bruckner (predilige, come me, la Sesta, la quale formalmente ha il primo tempo in La maggiore ma ha il primo tema, come quello del secondo movimento della Quarta di Brahms, in modo frigio), mi ha rivelato Skrjabin, altro compositore al quale renitevo, fa un meraviglioso Rachmaninov e un altrettanto bello Respighi: ma ancora non mi  stato a sentire, il capolavoro sinfonico di Respighi  il Trittico botticelliano.

Faccio un inciso per ricordare che Rachmaninov, disprezzato dalla cosiddetta Cultura,  un grandissimo compositore.  stato uno dei pi grandi pianisti mai vissuti e abbiamo la fortuna di possedere registrazioni di sue esecuzioni: ma guai a ricordarlo solo per i Concerti per pianoforte e orchestra.  un grande operista; per coro ha lasciato composizioni addirittura sublimi, come i Vespri op. 37 e la Liturgia di San Giovanni Crisostomo. Inutile dire che queste due opere le ho conosciute grazie al maestro Siciliani; ma da solo ho trovato una criptica allusione a loro in una poesia di Gottfried Benn, St. Petersburg - Mitte des Jahrhunderts (San Pietroburgo - Met del secolo). Ecco il punto: E poi i bassi russi, ultrabassi, / raddoppiano pi volte nell'ottava / i bassi normali, / il Do della contro-ottava puro e pieno, / cantato da venti ugole / ultrabasse (traduzione di Giuliano Baioni). Proprio cos avveniva nell'esecuzione diretta da Joseph Veselka, e Siciliani mi spieg che il pi grande di tutti i Maestri di coro sdoppiava anche i tenori, facendone una met, pulchritudinis causa, cantare in falsettone. Poi la Seconda Sinfonia  una delle Sinfonie pi importanti del Novecento e mi aspetto che Muti prima o poi la esegua.

Lo scrittore sovietico Juri Nagibin, nel bellissimo libro di Novelle pubblicato in italiano col titolo di Contrappunto, ne dedica una a Rachmaninov. Questa insegna ad amarlo, oltre che sotto il profilo musicale, sotto quello umano. E in effetti Rachmaninov un uomo meraviglioso d'animo, come si evince da quel che conosciamo della sua vita, doveva essere. Nagibin lo contrappone all'intellettualistico Skrjabin: quando lessi il libro, negli anni Ottanta, ero assai pi disposto ad accogliere tale dicotomia pure da un punto di vista del valore musicale; oggi ho avuto la fortuna di sentire la grandezza anche di questo compositore del quale la percezione mi era aduggiata dall'estremo decadentismo dell'estetica, materiata del principio sinestetico, ossia dell'idea che le differenti sensazioni, dell'udito, della vista, dell'odorato, possano essere ricondotte a unit, corrispondendosi quello che in termini di assoluto classicismo formale  espresso dal Sonetto di Baudelaire intitolato Correspondances. Onde Skrjabin ide uno strumento ch'emettesse odori al tempo stesso che musica; e aduggiata, ancora, la sua grandezza, dall'esser egli un seguace della teosofia. In un mio libro di trent'anni fa ironizzavo sull'Ode a Skrjabin che fa parte del Notturno di Gabriele d'Annunzio: ecco un altro mio peccato da scontare. Ma il primo aiuto mi venne negli anni Novanta quando il grande pianista e uomo di cultura milanese Hans Fazzari, che dirige la preziosa serie di concerti denominata Serate musicali e tra le altre cose fu amico di Tot, del manoscritto dell'Ode mi don una riproduzione anastatica.

Un'altra palinodia per me obbligatoria e che con tanto maggior gioia faccio quanto maggiore fu il mio errore,  quella relativa a Leos Jancek. Da una vita il Dottore delle Orecchie tentava di farmi comprendere questo sommo compositore all'appello del quale renitevo soprattutto per il mio disprezzo per la Cechia politica e la lingua ceca, nella quale Jancek ha scritto i suoi Drammi musicali e che riteneva fosse la lingua adamitica. E non m'era bastato il chiamare Friedrich Blume Jancek il Debussy slavo.

In qualsiasi partitura il direttore napoletano affronti vi sono cose comuni. In primo luogo una consapevolezza tecnica assoluta, che lo porta adesso a fare prove pi brevi che un tempo, a misura che la sicurezza in se stesso  cresciuta. Poi, una prospettiva sempre nuova che nasce dal fatto di studiare una partitura ex uno anche se conosciutissima e anche se da lui tante volte affrontata: questo tratto ha in comune col gigante Wand. Prospettiva nuova che s'accoppia a un profondo rispetto per la tradizione interpretativa, a partire da Toscanini; del quale sarebbe bello conoscere pi interpretazioni wagneriane, perch quelle verdiane e quelle beethoveniane, a differenza di quelle brahmsiane, a volte hanno fatto il loro tempo. E una rifinitura della quale oggi ci sono pochi confronti.

Fra le grandi cose fatte da Muti voglio citare i Concerti di Capodanno a Vienna. Ho detto che i pi belli sono quelli di Clemens Krauss, di Karajan e di Carlos Kleiber: sotto un altro profilo si collocano meravigliosi quelli che Willi Boskovsky, col suo bel tight e imbracciando il suo violino, dirigeva negli anni Cinquanta e Sessanta. Ma Muti possiede una raffinatezza e una libert ritmica, una leggerezza e una solennit insieme e melancolia, che lo fanno stare degnamente a fianco dei tre Maestri da me citati.

Della bont umana di questo artista potrei dire moltissimo, io che lo conosco meglio di quasi tutti gli altri.  gelosamente celata. Un tenore da lui raccolto dalla fogna della routine, valorizzato e lanciato, cant in un'opera all'Accademia di Santa Cecilia in forma di concerto sotto la direzione di Antonio Pappano: e venne pubblicata una sua intervista nella quale diceva: Come concerta Pappano non concerta nessuno!. Ne parlammo, e lui disse: Poveretto!. Conta pi una cosa che so per vie traverse perch non me l'ha detta: profondamente religioso, soccorre a chi soffre. I concerti che fa nei luoghi battuti dall'orrore per aiutare le sventurate popolazioni sono sotto gli occhi di tutti.

Oggi, 18 ottobre, festa di San Luca, riapro il testo perch nel frattempo sono stato a Chicago per le celebrazioni verdiane guidate da Riccardo Muti. Esse sono state l'integrazione della sua grandezza; ne parlo quindi.

Chicago ben pu esser definita una capitale. Confesso di esser restato stupefatto per la sua bellezza. Il centro  fatto di grattacieli alcuni altissimi e va armonicamente componendosi nell'alternanza degli stili architettonici che principiano coll'inizio del secolo per giungere ai nostri giorni. Per la mia superficialit il mondo dei grattacieli era solo un incubo urbano come quello del film Brazil di Terry Gilliam; e non avrei creduto che un centro urbano di grattacieli potesse avere un'aura cos inconfondibilmente aristocratica: onde mi pare esprimere in maniera fortissima Chicago una bellezza sua propria del Moderno. La citt si affaccia sul lago Michigan, grande come un mare, con giardini e spiagge di morbida sabbia. Nei giorni in cui ero l il tempo era (mi dicono, in via eccezionale) ancora estivo; e l'affacciarsi del quartiere Michigan sul lago faceva pensare a una napoletana Santa Lucia con per i grattacieli. Sulle sponde del lago nessuno o quasi; io ho fatto il bagno nell'acqua ghiacciata ma sono subito stato riscaldato dal sole. Dovr viaggiare di pi per evitare che errori come il mio si ripetano; comunque credo di poter affermare che quanto a bellezza e a carattere aristocratico Chicago sia incomparabilmente superiore a Nuova York.

La citt vive attorno alla sua Orchestra (c' anche un teatro d'Opera ch' stato retto fra gli altri dal nostro grande e caro Bruno Bartoletti ma che non ha importanza ed eccellenza paragonabili a quelli della Chicago Symphony) con un vero e ammirevole spirito comunitario. Non da quando Riccardo Muti ha assunto la direzione dell'Orchestra essa  la prima del mondo; con lui la primazia s' asseverata. Accanto all'Orchestra c' il Coro: incredibile, si tratta di un complesso semi-professionistico, non nel senso che i suoi componenti siano amateurs, dilettanti, ma in quello che essi hanno ciascuno un'altra attivit professionale pur essendo sempre a disposizione per prove e concerti. Ora, anche questo coro  tra i primi del mondo. Fino a qualche anno fa lo dirigeva una Mammasantissima chiamata Margareth Hillis alla quale si debbono incisioni assolutamente strepitose di chi ho gi detto come il Messia di Hndel e la Passione secondo Matteo di Bach sotto la direzione di Georg Solti, che per molti anni ha capeggiato l'Orchestra. Sui luoghi ho saputo che la signora Hillis letteralmente terrorizzava i direttori d'orchestra molti dei quali non andavano a Chicago per non aver a che fare con lei; mi  stato fatto persino il nome d'un musicista confessato e comunicato come Rafael Kubelik! Questi era stato titolare dell'Orchestra dal 1950 al 1953 prima della costituzione del Coro. Esso nacque nel 1957 sotto la direzione del pi leggendario fra i capi dell'Orchestra, Fritz Reiner, in mano alla Hillis. Direi che il Coro si giuochi la primazia mondiale con quello della Radio Svedese e quello della Radio Bavarese. Attualmente  istruito da Duain Wolfe.

I concerti si svolgono in una bellissima sala dalla perfetta acustica di architettura tardo-ottocentesca; sembra quasi una bomboniera ma ha due gallerie sovrapposte s da arrivare alla capienza di duemilacinquecento posti.

Ogni singolo strumentista dell'Orchestra  eccellente ma le prime parti sono dei solisti di altissimo livello. La citt  tappezzata di manifesti con i loro volti. Ho ascoltato un concerto sinfonico, pi volte replicato, che s'inframmezzava alle celebrazioni verdiane. Riccardo Muti ha diretto il Divertimento per archi in Re maggiore K 136 di Mozart, il Concerto per violino e orchestra di Hindemith interpretato da Robert Chen, il primo violino di spalla e la Suite dal Romeo e Giulietta di Prokof'ev, l'opera pi amabile e romantica del compositore. Per dare un'idea della disciplina e della capacit di lavoro di questi strumentisti americani, Chen il pomeriggio del giorno nel quale aveva suonato in Hindemith era al suo posto di spalla per la prova di sola orchestra della Messa di Requiem di Verdi. Nel Balletto di Prokof'ev ho ascoltato un basso-tuba e un sassofono quali nella mia vita non avevo nemmeno sognati. Nelle due composizioni verdiane il basso-tuba ovviamente non  stato adoperato ma, non possedendosi a Chicago il cimbasso, ha funto per esso un trombone basso con esiti mirabili.

Le celebrazioni verdiane si sono svolte con l'esecuzione in forma di concerto del Macbeth e, il giorno dell'anniversario della nascita del Maestro, con la Messa che non ha avuto repliche.

Muti dirige Macbeth e Messa da una vita. Ho incominciato ad ascoltarlo interpretare queste due opere nel 1974, al Maggio Musicale Fiorentino la prima, al San Carlo di Napoli la seconda. Non meraviglia quindi che ne abbia seguito un iter interpretativo ascensionale, ch di ascensione si tratta.

Il Macbeth ha avuto ultimamente le sue vicende. Nell'estate del 2011 Muti l'ha diretto al festival di Salisburgo, ottimo protagonista Zeliko Lucic. A novembre dello stesso anno l'ha fatto al Teatro dell'Opera di Roma con protagonista Dario Solari e quale deuteragonista (il terzo personaggio  il Coro delle Streghe) Tatiana Serjan; in uno spettacolo molto bello dovuto a Peter Stein, appena meno bello di quello fattosi a Bologna con la regia di Bob Wilson. La Serjan, insieme col giovane baritono Luca Salsi, da Muti scoperto, ha interpretato lo stesso ruolo nell'edizione del 1847 alla Pergola di Firenze la scorsa estate con risultati assai deludenti, e lo stesso dicasi per il Salsi.

Adesso a Chicago la Serjan  tornata sotto la bacchetta del grande napoletano e il Salsi, gi Foscari con Muti, ha imparato il ruolo con lui. Il risultato  stato miracoloso. La Serjan  andata molto innanzi nell'approfondimento interpretativo e il Salsi pareva reduce da una vita di Macbeth eseguiti. La parola scenica veniva da loro pronunciata parossisticamente e con non mai provata chiarezza di dizione: con la sua concertazione vocale Muti li ha portati a sussurrare quasi tutta la parte, giusta il suo carattere d'incubo notturno. Naturalmente c'era il luogo dell'urlo: nel terribile brindisi ove l'insicurezza della Lady era accentuata con lievi oscillazioni ritmiche e ritenuti impressi dal direttore.

L all'apparizione dell'ombra di Banco, Salsi cantava a piena voce ma meravigliosamente controllato; mentre alla ripresa del brindisi ha fatto la sua figura il trombone basso di cui sopra. All'allucinazione notturna della Lady (Una macchia  qui tuttora) la Serjan ha emesso un Re bemolle da manuale. Per quest'esecuzione Muti ha prescelto per intero il Finale del 1865 laddove a Roma, eleggendo quello del 1847 per non perdere la superlativamente bella e vera drammaticamente morte di Macbeth Mal per me che m'affidai (che ascoltai per la prima volta nel 1974 interpretata dal pi grande Macbeth da me incontrato, pi grande dello stesso Sherrill Milnes, Mario Petri; mentre i pi grandi baritoni verdiani, e non solo, da me ascoltati sono Carlo Tagliabue ed Ettore Bastianini, scomparso giovane nel 1967), aveva anche la prima Battaglia. Ovviamente, la seconda, il Fugato che pare tradurre in musica le immagini di Paolo Uccello, con il timbro degli ottoni di Chicago  tutt'un'altra cosa. Voglio aggiungere invece sul Boccanegra che il pi grande Simone da me incontrato non  Cappucilli o Nucci bens Eberhard Wchter, che vidi impersonare il ruolo a Monaco nel 1975.

Il timbro degli ottoni e dei legni di Chicago vale vieppi perch, pur essendo l'esecuzione del Macbeth in forma di concerto, Muti ha voluto eseguire ambo i Balletti; quello ampio si mostra una grande pagina sinfonica e, lo ripeto, mi pare il miglior esempio di questo genere musicale sotto la penna di Verdi; a prescindere dal mio amore per quelli della Jrusalem, che come ogni singola pagina di quest'opera mi sembrano di altissimo valore.

Nel 2010 Muti aveva inciso la Messa di Requiem con i complessi di Chicago e quest'incisione a me era parsa un punto di svolta nella sua lettura dell'immenso Poema musicale. Ma punto di svolta ulteriore  stata l'esecuzione del 10 ottobre che  stata la cosa verdiana pi grande mai fatta dal direttore napoletano. E il paragone con l'esecuzione avutasi a Salisburgo quest'estate aiuta a comprendere il discorso. L v'erano i Filarmonici di Vienna e il coro del Singverein: Muti li domina meravigliosamente ma si tratta pur sempre di puttane di lusso. L'Orchestra e il Coro di Chicago gli sono cos dediti che il Maestro si  sentito libero come non mai dalle preoccupazioni esecutive poste all'interprete avvertito dalla colossale macchina: onde assai pi ariosa  stata l'esecuzione, ancor pi flessibile dal punto di vista del ritmo. E la rarefazione del suono in determinati luoghi, come il pianissimo con quattro p del Libera me finale, giunge ai limiti dell'inaudibile.

L'eccellenza del Coro si manifesta non solo nel canto dispiegato, nei Fugati, dal Te decet hymnus in poi, nella contrapposizione dei due cori del Sanctus, nella terribilit del Dies irae e del Tuba mirum infrenata dal senso della Forma, ma nella declamazione, la cosa pi difficile che nel Requiem Verdi dal coro pretenda. Quindi sin dalle primissime battute, con Requiem aeternam e poi Et lux perpetua invocate dal coro. Muti mi sottolineava il fatto che la parola Requiem ha da essere, pur sottovoce, scandita, essendo essa all'accusativo: l'oggetto dell'implorazione. Il vecchio Vittorio Gui gli aveva raccomandato: in die illa tremenda,  su illa che va l'accentuazione!. Oggi su illa tutti scivolano. E, sempre la declamazione, al Quantus tremor est futurus. La pronuncia latina non trova riscontri nella stessa Italia tanto  perfetta. Nel Dies irae le fanfare erano di rara musicalit, e una esile cinese percoteva a due braccia due poderose grancasse.

Il quartetto dei solisti  stato eccellente. Nei pezzi a cappella era intonatissimo. Il basso Ildar Abrazakov, gi straordinario Attila all'Opera di Roma, ha veramente scolpito il Mors stupebit. Il tenore Mario Zeffiri si  fatto valere nell'Ingemisco e ha regalato uno splendido Hostias. Il mezzosoprano Daniela Barcellona, che ha fatto il suo tempo e si  reso ridicolo impersonando Quickly alla Scala nel Falstaff diretto da Harding,  stato resuscitato da Muti nel Liber scriptus. Il soprano Tatiana Serjan  stato davvero emozionante nel Libera me; la prossima volta che canter nella Messa eviti di farlo coi capelli sciolti: ai miei tempi le cantanti si mettevano il velo in testa. Ammonizione inutile. Nel Requiem diretto da Muti a Redipuglia il 6 luglio 2014 ella era addirittura spettinata.

La Barcellona ha poi interpretato Didone nei Troyens della Scala diretti da Pappano: faceva pena non solo per l'insufficienza vocale ma per la dizione oscura. Cassandra era un altro residuato bellico, Anna Caterina Antonacci: non cantava, parlava; e per giunta credeva che la sua parte drammatica fosse superlirica; insomma, faceva una caricatura della Sonnambula. Cos alla Scala fanno le compagnie; e Pappano, che ha ben diretto sebbene non riuscisse a cavare dall'orchestra, colla quale comunque ha fatto un gran lavoro, il brillante berlioziano, accetta protagoniste siffatte. Mah! Comunque in quest'occasione ho potuto guardarlo da vicino e mi sono accorto d'un particolare raccapricciante: dirigendo egli rumina incessantemente con la bocca come se fosse un vecchio che avesse una dentiera fuori posto; e Ciro Visco ch' costretto a starci in stretto contatto, mi ha detto: E fa pure il risucchio!. Certo, il fatto che il direttore stabile di un'orchestra italiana cos importante non parli l'italiano  disdicevole.

Sul Requiem debbo raccontare un pettegolezzo. Nel corso del 2013 Muti ha ricevuto una telefonata di Mariss Jansons, un ottimo direttore sinfonico. Costui doveva dirigere il Requiem: a settant'anni non  grave dirigerlo per la prima volta,  gravissimo sconoscerlo come lui lo sconosceva a prescindere dagl'impegni professionali. Parlando con lui, Muti s' accorto che costui ignorava il significato delle parole: aveva studiato la Messa come se fosse stata un pezzo sinfonico. Alla meraviglia esternata per quest'enormit Jansons ha risposto che nella Lettonia comunista il latino non lo facevano studiare; ma il comunismo  morto da decenn e il direttore egualmente non ha imparato una lingua fondamentale per chi voglia dirigere musica sacra.  vero il proverbio che dice: Oggi il pi pulito tiene la rogna!

Debbo in primo luogo al maestro Siciliani, in secondo a Muti, la pi importante palinodia della mia vita, quella su Verdi. Io sono stato sempre un wagneriano, almeno da quando ascoltai nell'estate del 1973 il Parsifal da Bayreuth diretto da Eugen Jochum, con una compagnia in parte diversa da quello, inciso dal vivo, del 1971. C'era nel secondo lo straordinario Klingsor di Franz Mazura; e prima c'erano state le recite sancarliane della Tetralogia e del resto. La mia cretinaggine faceva s che io interpretassi il mio essere wagneriano come incompatibile col rispetto per Verdi e, ignorante com'ero, non mi ero nemmeno preoccupato di conoscerne la vita, la straordinaria tempra umana e morale oltre che artistica. M'ero convinto che egli fosse un compositore rudimentale sotto il profilo dei mezzi tecnici e artistici e che fosse, Dio liberi, ignorante. Ne I diamanti della corona avevo scritto che le Opere serie di Rossini sono la cosa pi importante dell'Ottocento italiano; adesso di queste debbo riconoscere la grandezza ma la trovo condizionata. Siciliani mi spieg molte cose; ma soprattutto con quei Vespri siciliani al Foro Italico diretti da Schippers mi fece fare il passo decisivo. Con Muti di Verdi abbiamo parlato pochissimo in termini generali e forse egli ignora addirittura i peccati che verso di lui ho da scontare; ma col suo esempio ha fatto il miracolo, giacch egli mostra quanto Verdi sia autore e profondo e raffinato senza nulla togliere della sua forza drammatica la quale, anzi, dalla capacit di ostenderne la raffinatezza viene esaltata.

Tuttavia la mia pi grande esperienza verdiana in assoluto fu trent'anni fa l'ascolto della Forza del destino nell'incisione diretta da Gino Marinuzzi; e gli appaio il Requiem di Chicago che non aveva per pi da lavorare entro di me perch comprendessi chi  Verdi. Ecco: l'ascolto di questa Forza veramente  una di quelle cose che ti cambiano la vita; e non finiscono a me di cambiarla ogni volta che ci torno. Quest'Opera  di sublime concetto s che possiamo metterla tra le grandi cose dello spirito. Quando la mia maestra elementare ci aveva fatto studiare la serie dei benefattori dell'umanit ci aveva messo anche Verdi; e solo adesso comprendo quanto profonda fosse quell'umile ingenuit. La forza  veramente virgiliana nella sua pietas e precisamente manzoniana per ethos. E mi spiego. Il povero Budden sostiene che Melitone derivi da Don Abbondio: singolare sciocchezza, Melitone essendo anche troppo coraggioso. Ma se I promessi sposi sono un Gran Teatro del mondo, lo  La forza: il coraggio col quale Verdi mescola il tragico e il comico senza che uno dei due sovrasti l'altro, salvo la chiusa, si traduce in una rappresentazione artistica che, Wagner non me ne voglia,  l'umano nella sua purezza (Das Rein-menschliches). Non si tratta di realismo, sibbene di universalit della raffigurazione ideale. Perci il maggior debito di Verdi nei confronti dei Promessi sposi sta in questo: egli ha preso la sua fonte letteraria pel libretto della Forza, da Manzoni com' ovvio lontanissima, e colla sua musica l'ha manzonianizzata; onde colla dedicazione del Requiem tale debito Verdi paga. E torno a Marinuzzi per dire che, se tutti i grandi direttori, da Serafin a Muti, in questo capolavoro narrano, egli invece rappresenta: e per adoperare un'espressione che cito altrove e che venne adoperata nel necrologio di Orlando di Lasso, egli ti pone sotto gli occhi rem quasi actam, la cosa in forma di azione.

Adesso parlo d'un altro auspicio che mi faccio per Muti a Chicago. Fin qui non ho nominato ancora Felix Mendelssohn-Bartholdy, uno dei pi grandi compositori dell'epoca classico-romantica. Diciamo che dopo Haydn, Mozart, Beethoven, Schubert e Wagner, viene lui. Adesso non ricorder i miracoli come l'Ouverture al Sogno d'una notte di mezz'estate e le successive musiche di scena: caso di precocit unita a somma altezza da disgradare di gran lunga Mozart; come l'Ottetto; come le Sinfonie delle quali l'Italiana  un modello formale e inventivo straordinario; n altri come le Variations serieuses per pianoforte; a non dire delle Canzoni senza parole. Ricorder la musica per organo, quasi all'altezza di Bach e i Mottetti corali. Ma quel che vorrei Muti facesse a Chicago sono due opere sinfonico-corali.

La prima  del 1841 e si ascrive al genere della Ballata: cos la denomina l'autore, perch Ballata chiama Goethe il testo poetico da Felix musicato.  Die erste Walpurgisnacht (La Prima Notte di Valpurga). In questa data, la notte fra il 30 aprile e il 1 maggio, i Pagani delle foreste del Harz si riunivano per celebrare i loro riti occulti e conculcati. Ho sovente ricordato quanto la cristianizzazione delle plebi agricole fosse in Europa stata tarda e faticosa e superficiale.  noto che per un'intera giornata Carlomagno fece sfilare i Sassoni: erano innanzi al bivio tra il fonte battesimale e il ceppo, che fu scelto dalla met di loro. La Ballata  dedicata alla glorificazione dei Pagani e del loro culto druidico: e questo mostra la libert dell'invenzione poetica di Mendelssohn ch'era un luterano osservantissimo. Una meravigliosa tempesta sinfonica apre l'opera; a grado a grado questa si calma per dar luogo alla descrizione della primavera. I Pagani inscenano l'apparizione di streghe per spaventare i pavidi presenti e poter osservare indisturbati il loro culto. V' un coro vivacissimamente descrittivo, una sorta di Scherzo sinfonico; e quelli religiosi sono poi d'un fervore e d'una nobilt da lasciarsi forse indietro i cori religiosi della Sinfonia luterana Lobgesang.

La seconda risale al 1846 ed  l'Elia, e la desidero nel testo inglese, d'autore, che mi sembra suonare molto meglio di quello tedesco. Si tratta d'un capolavoro assoluto che per la sua potenza espressiva e al tempo stesso l'elevatezza della scrittura corale, esemplata su Bach e Hndel, pu quasi turbare. Quest'Oratorio si apre, dopo un prologo di poche battute, un motto, enunciato dalla voce, con una Sinfonia raffigurante il flagello della sete, ove la forma fugata passa a espressione tormentosa e al culmine di essa Sinfonia, sorpresa sublime, entra il coro che urla la sua disperazione. Dopo di che v' il confronto fra il Profeta e i sacerdoti di Baal. Costoro lo invocano: la prima volta con un placido coretto basato sulla sicurezza che il Dio risponder; la seconda con accenti pi preoccupati; la terza volta in modo, di nuovo, disperato; essi si strappano i capelli, si feriscono e procurano piaghe e Mendelssohn vi contrappone un terribile silenzio: il Dio non ode perch  sopraffatto dalla potenza del Dio d'Israele (che non esista  concetto successivo al racconto biblico). Elia ordina al popolo di buttare tutti i sacerdoti da un dirupo. E subentrano cori di miracolosa soavit. V' poi la raffigurazione del re Achab e della regina Atalia: gi Racine l'aveva mostrata vecchia e tormentata, che si cosparge di cosmetici pour rparer des ans l'irreparable outrage (per riparare degli anni l'irreparabile oltraggio). Ma Mendelssohn si spinge ben pi innanzi nella creazione del carattere.

Colgo l'occasione di questo opellum per raccontare una cosa che, ormai, non  pi vincolata dal segreto. Muti ha diretto ambo le Ifigenie di Gluck: quella in Aulide inaugur la stagione del 2002. Per la circostanza io gli dissi: Qua il pubblico gi non capisce il Sublime settecentesco, se fai il lungo Balletto finale si ammosciano del tutto e buonanotte ai suonatori!. E c'aggi' f?. T'o ddic' io!. E gli spiegai che, per la rappresentazione dresdense del 1847, Wagner aveva adottato la versione tedesca dell'Opera, l'aveva riscritta e riorchestrata e aveva composto persino un nuovo finale. Tale era lo scrupolo del Sommo a pro di Gluck che aveva interrotto per l'Ifigenia la composizione del Lohengrin durante la quale, per vaccinarsi dall'influenza di quello che chiama il Medioevo cattolicamente frivolo, leggeva in greco la Tragedia antica. Muti trov la cosa molto interessante e io gli preparai la partitura per adoperare il finale di Wagner che comprende un Recitativo di Diana in macchina, giusta il lessico degli scenografi barocchi, ossia che scende dal cielo calata con un meccanismo; un coro di stupore di tutti e un coro finale; e dovetti anche tradurre dal tedesco in francese il testo della parte aggiunta. Cos l'Ifigenia si chiudeva presto e meravigliosamente. Concordammo con Muti di non divulgare che a preparare la cosa ero stato io, altrimenti l'Ifigenia sarebbe stata assassinata. Ma quel che accadde sarebbe da ridere se non fosse stato da piangere. Muti spieg dettagliatamente ci che era stato fatto. Non ci fu verso: scrissero che aveva fatto l'Ifigenia nella versione Wagner quando questa occupava dieci minuti complessivi. Anch'io spiegai pi volte la stessa cosa: nulla. Non c' niente da fare.

Il 1 di marzo s' svolta una bellissima cerimonia nel Conservatorio napoletano di San Pietro a Majella. La direttrice, l'intelligente e brava Elsa Evangelista, ha pensato che non occorre esser morti per aver dedicata una sala e quindi ha incominciato col pi grande allievo vivente del Conservatorio costituendo la Sala Riccardo Muti. Egli  venuto a partecipare alla cerimonia che per la prima volta non  stata praesenti cadavere e ha parlato con humour insieme e profondit ricordando anche i nostri grandi insegnanti; ed era a suo agio come poche volte l'ho visto in vita mia. C' stato anche un breve concerto di allievi, non memorabile salvo che per quelli di Antonio Florio che hanno eseguito una Cantata di un altro ancora compositore pugliese, l'unico non di Scuola napoletana, Giuseppe Tricarico (1623-1697), di Gallipoli, che occup un posto importante nella cappella imperiale viennese; dunque predecessore di Pietro Andrea Ziani e soprattutto di Caldara. Ebbene, sono stato rapito dalla qualit musicale eccelsa di questo brano e credo che a Tricarico ci dovremo tutti dedicare per dare il giusto luogo a un Mammasantissima secentesco.

In conclusione di questo capitolo dico che ci vuole oggi pi coraggio non solo a dire che Muti  il pi grande direttore vivente, ma ch' incomparabile, piuttosto che a denigrarlo; e si capisce che abbia nemici e che una stampa prezzolata o, peggio, cretina, osi contrapporgli bravi ragazzi e null'altro. Un giorno se ne accorgeranno tutti; e sar lo stesso nel quale i cretini riscopriranno Karajan. Sar vivo Muti? Sar vivo io? San Gennaro  grande!

Posso allora spingermi a dire chi sono i pi grandi direttori che ho ascoltati e visti di presenza. Faccio un elenco senza graduatoria: Karajan, Muti, de Fabritiis, Mannino, Patan, Bernstein, Jochum, Matacic, Carlos Kleiber, Levine. Ciascuno faccia la propria: dipende dal gusto, non solo da valori oggettivi.
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CAPITOLO 13.
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Jessye Norman. Il film del Cavaliere della Rosa. Giuseppe Grazioli. Vittorio Feltri. Claudio Magris. L'odioso Colin Davis, un miracolato di Siciliani. Siciliani e Hector Berlioz. Georges Prtre. Edith Piaf. Alceo Toni. Franco Capuana.
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L'Idomeneo a me sembra il capolavoro drammatico di Mozart, ma qualcosa di ancor pi sublime, direi quanto di pi sublime egli abbia scritto,  il finale del primo atto della Clemenza di Tito, la visione della disperazione in Dio coll'incendio del Campidoglio e l'assassinio di colui ch'era chiamato la delizia del genere umano, quanto di pi vicino la musica abbia prodotto al Secondo libro dell'Eneide: il 24 gennaio 2014 al Teatro La Fenice ne ho ascoltato un'edizione diretta da un certo Dantone ch' stata la pessima recita operistica della mia vita subito dopo Un ballo in maschera della Scala diretto da un certo Rustioni. Costui si vuole sia protetto da Gergiev, e a Leningrado lavora assai. Dopo queste due la pessima  stata L'Olandese Volante della Scala nell'anno wagneriano sotto la direzione di un Hartmut Haenchen che il San Carlo, probabilmente perch scritturato dalla donna calva (anche per Napoli  stata fatta passare costei!), ha chiamato per il gala wagneriano sempre nel 2013; che bel trio a Napoli tra la soprintendente ch'era la contabile del Piccolo Teatro di Milano, il direttore artistico, gi tirapiedi di De Simone, e il direttore stabile, Luisotti, ex corista.

Ricordando che gli altri direttori pessimi da me ascoltati nella vita sono stati Rustioni e Dantone, ne aggiungo altri due: un ridicolo Stefano Montanari che alla Verdi ha diretto un concerto ove ha suonato il violino uno strazio: costui alla Fenice aveva diretto La cambiale di matrimonio di Rossini in canottiera, con gli anfib ai piedi e piercings e tatuaggi; alla Verdi invece in completo dark Dolce e Gabbana; e un Corrado Rovaris che a Martina Franca ha diretto l'Artaserse di Hasse gestendo come Arthur Nikisch al Crepuscolo degli Dei.

Invece ho il piacere d'aggiungere un altro giovane milanese alla categoria dei bravissimi, e anche questo lo debbo a Corbani. Si tratta di Giuseppe Grazioli del quale gi scrissi in autunno quando diresse l'opera forse pi importante di Nino Rota, quel Mysterium che l'autore impropriamente definisce Oratorio essendo invece una Cantata grandiosa quanto le pi grandiose di Bach, come Wachet auf o Ein' feste Burg ist unser Gott o, ancora, Lass, Frstin, quell'Ode funebre ch' forse la massima rappresentazione del dolore da Bach creata. (Quanto a Odi funebri quella di Hndel, The ways of Zion do mourn,  quasi altrettanto sublime; altrettanto sublime  il servizio funebre di Purcell per la regina Maria: la marcia  qualcosa all'altezza del Parsifal e il Mottetto A man that is Born from woman  uno dei capolavori della polifonia di tutti i tempi). Grazioli, ch' molto intelligente e coltissimo, sta incidendo con la Verdi gli opera omnia di Rota, onde ha un ruolo storico importantissimo; ma il 9 maggio mi ha procurato una delle grandi gioie della mia vita, avendo proposto il film che il grande Robert Wiene, l'autore del celeberrimo Gabinetto del dottor Caligari, realizz nel 1925 per il Rosenkavalier (Il cavaliere della rosa) di Richard Strauss. Si tratta del documento del breve periodo nel quale il film muto veniva dotato d'un accompagnamento musicale; cosa di solito svolta da un povero tapeur, pianista improvvisatore, ma altre volte con una vera e propria partitura sinfonica. Questo  il caso storicamente pi importante; subito prima da un punto di vista cronologico e subito dopo per importanza  Cabiria di Giovanni Pastrone su soggetto di Gabriele d'Annunzio con musica di Pizzetti. Solo che l'inopinata invenzione del sonoro mand a gambe all'aria un'operazione per la quale sia Wiene che Strauss avevano profuso moltissimo.

La vicenda  completamente riscritta: la vediamo sotto nuove prospettive. Per esempio, nella Commedia per musica la principessa Werdenberg, la Marescialla, ha per amante il sedicenne Oktavian mentre suo marito  impegnato alla caccia all'orso in Croazia, e ha un fuggevole incubo temendo ch'egli sia tornato a sorprenderla. Nel film il bellissimo uomo non ha potuto nemmeno consumare il matrimonio essendo il giorno medesimo di esso stato raggiunto dall'ordine cesareo di recarsi al campo a combattere i Prussiani. L gli perviene una lettera anonima che lo rende edotto delle corna; sbaraglia il nemico e corre a Vienna ma un intrigo salvifico ordito dalla faccendiera Annina, la quale qui acquista incredibili connotati positivi, porta alla nascita d'un meraviglioso romanzo d'amore fra lui e la moglie.

Il personaggio stupendo del Cavaliere della rosa  il barone Ochs von Lerchenau, di antichissima schiatta e completamente ruinato. La sua mescolanza di dialetto, lingua francese, maniere di corte infranciosate e sicurezza in se stesso,  qualcosa di straordinario. C' un dettaglio che da solo vale l'Opera: egli ha portato quale dono nuziale alla sposa un ricciolo del beato Lerchenau, che nel Cinquecento fond monasteri in Carinzia. Nel film lo vediamo raggiunto dalla lettera di un sensale che gli dice esser stato combinato il matrimonio fra lui e la signorina borghese Sophie von Faninal, fresca uscita di convento, figlia d'un pescecane arricchitosi colle forniture militari e disposto a spendere assai per nobilitare la famiglia. Ochs giunge a Vienna e l viene raggirato da un complotto ordito da Oktavian e la Marescialla che porter Oktavian a sposare Sophie. I due adolescenti si amano, non v' dubbio, per io sto dalla parte di Ochs che nel film  interpretato dal grande basso Michael Bohnen, e ho elaborato una trama per un seguito del Cavaliere della rosa che s'intitoli La rivincita di Ochs. Essa dovrebbe incontrare uno scrittore che conosca la storia e in particolare il Settecento: e mi piacerebbe fosse Edgardo Franzosini. Vedo la trama cos: Ochs sta tornando al suo diruto maniero quando fa fermare la carrozza e dice al cocchiere: Di nuovo a Vienna!. Si presenta dalla Marescialla e le spiega pacatamente che il suo Oktavian e lei gli hanno distrutto la vita, e che lei, la Marescialla, responsabile morale di questo, deve riparare trovandogli un'altra moglie altrettanto ricca di quella da lui perduta. La principessa si rende conto che Ochs ha ragione; e cos il barone campagnolo s'installa a Vienna in una ricca magione e sforna una lista di figli. Siccome la situazione crea l'uomo (magistratus virum ostendit, dice Guicciardini: la carica mostra l'uomo) Ochs diviene persino un buon amministratore della sua fortuna. Intanto Oktavian incomincia a stancarsi della moglie e vien preso dal vizio del giuoco; si rovina. Sophie prende a tradirlo, e qui ci vorrebbe un bellissimo scioglimento.

Or il commento musicale al film  una partitura lunga un'ora e venti; e limitativo sarebbe definirlo Fantasia sinfonica sopra motivi di. Peraltro Strauss ha scritto due meravigliose Suites di valzer dal Cavaliere. Si tratta invece d'una grandiosa Sinfonia che ritesse in nuovo ordito i motivi dell'Opera e ne aggiunge di nuovi; ne introduce anche dal Bourgeois gentilhomme, ch' la prima versione del successivo capolavoro, l'Arianna a Nasso. E Grazioli l'ha diretta, la partitura, in modo addirittura virtuosistico; l'orchestra della Scala non potrebbe darne un'esecuzione pari a questa della Verdi; inoltre egli ha dovuto sorvegliare i tempi in maniera superprecisa per non sopravanzare la pellicola e non esserne sopravanzato...

Torniamo al maestro Siciliani: or l'Idomeneo si ebbe al Foro Italico sotto la direzione di Colin Davis: La clemenza di Tito fu invece eseguita e incisa con Istvan Kertesz sul podio, un grande direttore che purtroppo mor prematuramente: come si vede, a Siciliani non ne scapp uno che fosse uno. Sir Colin, sempre sopravvalutato, l'Idomeneo lo aveva gi inciso. Per il ruolo di Idomeneo aveva chiamato un tenoruccio inglese, per quello di Idamante aveva scelto la versione per tenore e aveva scritturato un tenorino inglese: Siciliani elesse la versione per soprano e chiam, semplicemente, Jessye Norman, il pi grande soprano drammatico di coloratura vivente e poi soprano drammatico in senso assoluto (perch, mi ripeto, ma in questo caso repetita juvant, Anita Cerquetti s'era ritirata). Esistono incisioni wagneriane della Norman con Karajan e Tennstedt che la mostrano la pi grande Isolda, la pi grande Elisabetta, la pi grande Senta. Ricordo che quell'Idomeneo fu al calor bianco: i recitativi erano scolpiti con una forza drammatica senza pari (il protagonista era, invece che un tenoruccio, Nicolai Gedda!): si poteva davvero parlare di un Espressionismo del Classico! Nessuno riconosceva il compassato Davis. Ma era successo questo: Siciliani sedeva giusto dietro il podio e senza rendersene lui stesso conto aveva medianicamente posseduto Davis, la personalit del quale era annullata; il maestro Siciliani stava dirigendo l'Idomeneo per interposto Davis. Non si creda che io esageri: ne ho parlato con un musicista confessato e comunicato come Alessio Vlad, presente anch'egli, e lui pensa la stessa cosa. A fine recita l'inconscio Davis rientr in s e la sua natura rispunt immediatamente: il maestro Siciliani era cos contento che gli propose di fare subito qualcosa e Davis gli rispose di rivolgersi al suo agente Wilford.

Nel 1976, il centenario di Bayreuth, Davis diresse al Covent Garden una mediocre Tetralogia con una buona regia; che invece fu meravigliosa al Coliseum per la Welsh National Opera sotto la bacchetta del grandissimo Reginald Goodall, il direttore, tra l'altro, della prima esecuzione assoluta del Peter Grimes di Britten, al quale dobbiamo un'incisione del Parsifal cogli stessi complessi, degna di presentarsi al cospetto di Dio.

Dir ancora una cosa a mostrare l'eccezionale sensibilit dell'animo del Maestro. Quando mor il maestro Vitale rimasi piegato in due dal dolore. Siciliani mi telefon: Vieni, ch ci dobbiamo contare!, ossia: dobbiamo vedere in quanti della famiglia siamo rimasti!

Un'altra volta mi raccont che doveva andare a Berlino a trovare il suo amico Karajan. Faccio una parentesi per ricordare che durante gli anni Settanta era questione di vita o di morte che Karajan venisse alla Scala. Abbado gli scrisse una lettera d'invito e il Maestro non rispose nemmeno. Allora ci si ricord di Siciliani il quale l'aveva invitato alla Sagra Musicale Umbra: Karajan aveva accettato. Abbado pretese che Siciliani girasse alla Scala l'impegno di Karajan a venire in Italia. Siciliani lo fece pure, ma Karajan se ne schif: oltre al resto era offeso perch Abbado, sempre invitato a Salisburgo da lui e quindi in casa sua, a Salisburgo non gli faceva nemmeno una telefonata di dovere. Allora, Siciliani  di Berlino in via. Non prendeva mai l'aereo, per cui dov spezzare il viaggio con una tappa a Wiesbaden; la sua ipersensibilit si manifestava anche per il suo soffrire di agorafobia: proprio come Manzoni doveva camminare rasente il muro e appoggiandosi sottobraccio a qualcuno, di solito la signora Ambra. La sera non sapeva che fare. Poscia mi dice, pi che il dolor pot il digiuno (sempre il XXXIII dell'Inferno) e va in teatro. Davano Il Trovatore. Non sai quanto ho imparato da quella recita! L in provincia eseguono Verdi con l'orchestra quasi a parti reali, quindi la proporzione tra archi e fiati  completamente diversa che da noi: i fiati preponderano. Ho sentito un suono di cui non avevo idea, e chiss che non sia quello vero! Che sia poi anche quello giusto,  un altro paio di maniche!. Mi ha detto l'ultimo suo assistente, Giorgio Benati, ch'era con lui alla Fenice, che il Maestro soleva tornare a Roma in macchina: una volta al mese faceva fare all'autista una diversione verso Padova per andare alla cappella degli Scrovegni, il capolavoro di Giotto.

Un'altra delle cose eccezionali che il Maestro organizz furono i Vespri siciliani, vivaddio in italiano: Verdi, tolta la quasi sconosciuta e ineseguita Jrusalem, un capolavoro assoluto (l'ha ben diretta il bravissimo Bruno Campanella), risulta molto meglio nella traduzione ritmica italiana delle sue opere francesi. Dirigeva rapinosamente Thomas Schippers; il baritono, che secondo me  il protagonista, era un inarrivabile Sherrill Milnes, che con Muti  stato un fantastico Macbeth, con Levine un grande Grard dello Chnier e con Bonynge nella Lucia fa dei virtuosismi incredibili, compreso un Si bemolle alla fine di Se tradirmi tu potrai. Il tenore era Cecchele, il basso il bravissimo e buonissimo Bonaldo Giaiotti, caro a Bernstein, un uomo di una bont e sensibilit senza pari: nessuno sapeva come lui trattare i bimbi. Elena era Martina Arroyo.

L'aver citato il nome di questo grande soprano mi porta indietro nel tempo a un ricordo quasi infantile. Credo fosse il 18 ottobre 1962. I miei genitori andarono a Positano (i mesi migliori per godere di questo Paradiso sono ottobre e novembre: in estate fa troppo caldo) ma io, essendo il mio compleanno, potetti ottenere una dispensa eccezionale. C'era al San Carlo un concerto diretto nientemeno che da Paul Hindemith. Il programma comprendeva l'Ouverture dell'Oberon (o del Franco cacciatore? Non ricordo) di Weber e la Sinfonia in Do maggiore di Schubert detta La grande. Al centro Hindemith aveva piazzato un suo capolavoro, Das Marienleben (La vita di Maria), un ciclo di Lieder: l'interprete ne fu appunto Martina Arroyo. Ma uno dei capolavori di Hindemith  l'Oratorio Das Unaufhrliche (L'inestinguibile) su testo del mio poeta preferito fra i novecenteschi, Gottfried Benn (1931). Il mio primo concerto al San Carlo fu a cinque anni. Io piangevo sempre quando Mamm, abbonata ai concerti, andava al San Carlo: perci lei, per far passarmi la voglia una volta e per sempre, mi port alla Passione secondo Matteo di Bach. Non poteva immaginare che ne sarei rimasto incantato. L'unica cosa fu questa: io ero un bimbo diffidentissimo; credevo che i grandi fossero tutti congiurati per ingannarmi; perci quando vidi il frac del direttore pensai subito al grembiule nero a persona intera che portava il giovane (in napoletano, il fattorino: il giovane di studio di pap aveva settant'anni e si chiamava Alberto) dell'oliandolo che veniva a casa a portare i bottiglioni. Non ci furono ragioni: feci un grande pianto perch mi sentivo preso in giro. L'iniziazione all'Opera avvenne qualche anno dopo: nonna Laura mi port in loggione per il Tannhuser; invece la volta successiva, al Principe Igor di Borodin, mi addormentai. Alberto aveva fatto la guerra in Jugoslavia: dopo l'8 settembre un intero esercito venne abbandonato a se stesso. 'O ritorno c'o facettemo tutt' quant' a ppede! (Il ritorno ce lo facemmo tutto a piedi!).

Siciliani alla RAI aveva due segretar. Uno, Giovanni Carli Ballola, un musicologo non privo di qualit, sarebbe poi diventato professore universitario. L'altro, Cesare Mazzonis, in seguito tirapiedi di Abbado, livido, con la faccia colore tra il fango e il pus, disse Pietro Diliberto, avanz una volta in una lettera al Corriere parole infamanti su di me. Gli risposi sullo stesso numero del giornale ma la cosa non fin l. Infatti, a una replica dell'Armida di Gluck alla Scala ero nel Palco Reale quando costui sopraggiunse e os indicarmi il posto a fianco al mio per sedersi. Io gli dissi che era maleducato e che se ne andasse. Egli rispose che il maleducato ero io. Allora gli dissi: Facciamo una cosa, usciamo fuori e fuori vediamo chi di noi due  il maleducato!. Se ne and e a un conoscente che lo vide allontanarsi disse di avere il mal di gola. In effetti si era talmente pisciato sotto che non riusciva nemmeno a parlare, il mal di gola gli era venuto davvero. Carli Ballola invece l'ho preso a sputazzate in faccia e a calci. Aveva scritto una recensione sull'Espresso del mio Ventriloquo di Dio nella quale s'era allineato al verbo dei Salotti; da loro sperava, come fu, di essere recuperato, e quindi mi sfotteva, usando lo stesso argomento che Courir aveva adoperato su Patan direttore wagneriano, che un napoletano non pu occuparsi di Wagner. Io ero indifeso perch stavo attraversando la crisi al Corriere: ero, come il Dandini della Cenerentola di Rossini (Io sono un ex), un ex: altrimenti egli non si sarebbe arrischiato a scrivere quell'articolo:  un uomo, che dico, uomo, una forma di vita, coraggiosissima. Lo incontrai all'una di notte a via Camerelle a Capri: ero sicuro che l'avrei trovato l perch sapevo che era a Capri per il Premio Italia e da via Camerelle in genere si passava per scendere a via Krupp, che di notte era molto battuta. Rimase sorpreso; e quando senza nemmeno una parola gli puntai due dita in petto per spingerlo verso il muretto che d sulla Certosa non capiva, credeva non l'avessi riconosciuto. Poi mi denunci, fece il diavolo a quattro ma non ottenne nulla; anche perch s'interpose in mio favore Alberto Ronchey il quale parl col gentilissimo direttore de L'Espresso, Livio Zanetti. Una cosa aveva da fare Carli Ballola se era uomo, rispondere alle percosse con le percosse. Sia lui che Mazzonis di Siciliani erano servi infedeli: quella serpe di Gioacchino Lanza Tomasi disse ridendo (perch Gioacchino  uno che vende quelli che si vendono a lui): Tanto so tutto quello che fa il Vecchio, Giovanni e Cesare mi raccontano ogni cosa!.

Lanza Tomasi, che si fa chiamare Duca di Palma quando jure ereditario  preceduto da un altro, il vero duca, ha grettezze che chiameresti piccolo-borghesi se non fossero invece proprie dell'aristocrazia; e affettando una nobile sprezzatura  solo ripugnante: si soffia il naso col fazzoletto da taschino, poi contempla lungamente il moccio, ripiega il fazzoletto e lo rimette nel taschino. Coll'orlo della camicia ti potresti fare il brodo, come si dice a Napoli.

Siciliani era costretto a fare da casa le telefonate delicate perch i due lo spiavano. Carli Ballola lo odiava; tent di farmi credere che fosse proprietario di un'agenzia a Parigi: lui, il maestro Siciliani, che vecchio e malato dovette andare a fare il direttore artistico alla Fenice perch non aveva come campare!

Per il centenario della morte di Berlioz Francesco il Perugino organizz un'impresa titanica, l'esecuzione nel giro di qualche anno degli opera omnia di questo Maestro del quale in Italia, ma anche in Francia, si conosceva quasi solo la Sinfonia fantastica. Georges Prtre venne per fare I Troiani (c'era anche Marilyn Horne nella compagnia!); Davis il Requiem; Celibidache aveva diretto la Sinfonia fantastica; Maazel il Romo et Juliette; Schippers La mort de Clopatre. Desidero ricordare una mia benemerenza berlioziana. Il grande compositore Henry Barraud aveva scritto un libro su Berlioz gi dimenticato in Francia; io presi contatto con lui e riuscii a fargliene scrivere uno del tutto nuovo, sulla formula vita e opere, che pubblicai nella collana Rusconi da me diretta con Buscaroli: il quale nemmeno lo lesse, non interessandogli Hector. Quanto al sublime Requiem debbo dire che il Te Deum mi pare ancor pi sublime. Per forzando la grammatica dir che v' un Te Deum sublimissimo:  quello di Haydn in Do maggiore, sintetico e rapinoso. Berlioz  un sommo scrittore: come critico musicale  corrosivo ed efficace, a prescindere dalla sua incomprensione per Wagner; ancor pi lo  come scrittore fantastico, del quale restano i meravigliosi Grotesques de la musique. Dalla sua autobiografia, i Mmoires, apprendiamo toccantemente la sua venerazione per Virgilio, che con Shakespeare  la stella polare della sua vita. Il saggio da me scritto per introdurre il libro di Barraud  tra le mie cose buone.

Pochi anni dopo ci fu un meraviglioso concerto diretto da Gennadij Rodestvenskij ove per la prima volta o quasi la Sinfonia fantastica venne in Italia, giusta il desiderio dell'autore, accoppiata col Monodramma Llio per soli cori e orchestra, con una voce recitante ch'era Jean Vilar. Dico la prima volta in Italia, ma in Francia probabilmente erano messi peggio: loro a fine Ottocento mica hanno avuto Martucci. Quando Rodestvenskij attacc il tema melodico della Fantaisie sur la Tempte de Shakespeare io ebbi un groppo alla gola; mi sembr di stare attraversando uno di quegl'istanti che da soli ti rendono la vita degna di essere vissuta. Stavo per dire con Faust: Verweile doch, du bist so schn! (Attimo, fermati! Sei bello!). La lezione che la Sinfonia fantastica ha il suo vero senso solo se accoppiata col Llio la trasmisi a Riccardo Muti che con il suo genio l'afferr subito e oggi l'esegue cos: a Salisburgo e poi a Chicago la fece con un bravissimo Grard Dpardieu; ma Vilar era irraggiungibile.

Se viene eseguita senza il Llio  inferiore all'Aroldo in Italia, Sinfonia con viola solista. Quest'opera eccezionale, letterariamente fondata su Byron, la ascoltai dal vivo per la prima volta al San Carlo diretta da Ren Leibowitz che Franco Mannino aveva invitato essendo questi stato suo Maestro per il perfezionamento in composizione: Leibowitz era stato nientemeno che discepolo di Schnberg a Berlino, di Webern a Vienna, di Ravel a Parigi; e per la direzione d'orchestra di Pierre Monteux.  un grande compositore; un grande saggista; e anche un grande e analitico direttore. Interessantissima  la sua incisione delle Sinfonie di Beethoven; straordinario il fatto che il suo esser un compositore seriale non gl'inibisse aver inciso le Sinfonie di Sibelius, dalla Cultura aborrite.

Nessuno conosceva la musica francese come Siciliani. Aveva sviscerato persino alcuni compositori di prim'ordine che la valanga della storia aveva messi da banda, come Dutilleux o Barraud o Saguet o Ibert. Infatti aveva scoperto Georges Prtre, uno dei pi grandi direttori d'orchestra di quegli anni e dei nostri ch, vecchissimo, dirige ancora meravigliosi concerti sinfonici con l'Orchestra di Stato di Dresda, la mitica Staatskapelle. Prtre non sarebbe mai emerso se non avesse incontrato il maestro Siciliani: i francesi l'avrebbero tenuto nella serie B a vita. Era di Marsiglia e di umilissime origini: ho conosciuto pochi uomini naturalmente gran signori come lui. Veniva dalla tromba e, mi raccont il Maestro, per mantenersi agli stud che poi svolse a Parigi (i francesi molto pi intelligentemente di noi hanno sempre rispettato il patrimonio culturale dei loro Conservator: quello di Parigi godeva della qualifica di Conservatoire National Superieur e arrivare a insegnarvi coronava la pi prestigiosa delle carriere!) cantava le canzoni della Piaf nei locali notturni, suonava la tromba, suonava il pianoforte.

Qui debbo fare un inciso relativo alla Piaf, uno dei miei grandi amori. Ma non di musica debbo parlare, bens di un caso criminale che non  stato risolto da nessuno e che mi appassiona. Edith venne tolta dalla strada e messa a cantare in un locale, il Gerny's, nel quale divenne a poco a poco una star, da un geniale impresario, Louis Leple; il quale a lei che si chiamava Gassion diede il nome che l'ha resa immortale e vuol dire scricciolo. Costui era omosessuale e gli piacevano gli amori promiscui. La Piaf era, tra le varie sue tendenze, amante degli omosessuali: se ne innamorava. Ella attirava i militari, gli spahis, i marinai e gli apaches per conto di Louis, li portava a casa sua e i ragazzi facevano l'amore con lei e con Louis. Una sera trovarono Louis accoltellato a casa propria. L'assassino era uno dei ragazzi che Edith conosceva. Lei venne tenuta sotto torchio per quarantott'ore ma non parl. Occorrerebbe frugare fra i verbali della polizia parigina di quegli anni per capire, sempre che possibile sia, perch la rilasciarono. Una spiegazione di ordine generale  che, fino a pochissimo tempo fa, le polizie di tutto il mondo non hanno mai indagato su delitti la vittima dei quali fosse un omosessuale, ritenendo che l'essere strangolati o accoltellati fosse per un omosessuale in fondo il destino automatico.

Col suo genio, Siciliani aveva capito che sarebbe stata per Prtre una deminutio capitis essere ridotto alla musica francese. E sebbene la serata Ravel alla Scala fosse qualcosa di magico, sebbene il Plleas et Mlisande di Debussy che diresse all'Opra Comique alcuni anni dopo la morte del Maestro per dare l'addio al teatro musicale fosse una delle cose pi commoventi che avessi mai ascoltate, che cos'era quel Cavaliere della rosa di Strauss che Siciliani gli fece capeggiare con l'Orchestra Sinfonica di Roma della RAI per l'Autunno Musicale Napoletano!

Una sera il discorso cadde sopra un direttore d'orchestra di gran talento ma che non ha fatto stud completi di composizione, Riccardo Chailly. Costui aveva inciso un Turco in Italia di Rossini e io, dopo averlo ascoltato, dissi al Maestro che ero scandalizzato per le libert da Chailly concesse a Montserrat Caball, che evidentemente era arrivata all'incisione senza aver studiato la parte, onde improvvisava. Faccio una parentesi per riferire un episodio raccontatomi da Riccardo Muti. Nel 1979 egli stava incidendo a Londra la Cavalleria rusticana di Mascagni e la pur divina Montserrat era anche quella volta impreparata (mai che fosse successo quando la chiamava il maestro Siciliani!). La somma Astrid Varnay, colpo di genio di Muti, gi sessantunenne, impersonava Mamma Lucia. Ella era stata, fra l'altro, Brunilde, Kundry, Imperatrice nella Donna senz'ombra. Da vecchia la vidi a Monaco impersonare la Nutrice nella stessa opera. Si fa una pausa e la Varnay, in italiano: Bambina, ma te lo ha ordinato il medico di cantare Santuzza?. Tensione terribile durata alcuni interminabili secondi: poi la Diva diede in una irrefrenabile risata argentina. Mi ripeto, pur divina, la Caball, che  anche una cantante coltissima, conoscitrice del tedesco, ed  stata una grande Salom, oltre che una grande Semiramide e Norma, e naturalmente oltre che ai ruoli belcantistici interpretati. Questo riconoscimento non era nella versione originaria del libro: ma nella notte tra il 12 e il 13 aprile 2014 a Foggia, dopo la presentazione da me tenuta insieme con la curatrice, la carissima e bravissima Carmen Battiante, del secondo volume dei Diari di Giordano, Montserrat mi  apparsa in sogno e mi ha detto: Perch mi maltratti?.

Torno a Chailly. Quella volta Siciliani non mi rispose con una battuta ma fece un discorso molto serio. Mi disse che quando un direttore d'orchestra non ha la cultura, la preparazione e il prestigio necessar,  fisiologico che il cantante faccia i suoi comodi, i cazzi suoi.

Anche il Perugino qualche volta aveva avuto la stessa diabolica tentazione del maestro Vitale, quella di far suonare le pietre. Avvenne quando riusc a far dirigere una buona Traviata a Wolfgang Sawallisch che per sua natura era quanto di pi lontano ci possa essere dalla partitura di Verdi, pur se da giovane nella provincia tedesca di Traviate se n'era macinate.

In occasione del Cavaliere della rosa diretto da Prtre capit un brutto episodio. Il maestro Siciliani faceva sempre invitare a sue spese il maestro Alceo Toni. Toni, un gentiluomo che sotto questo rispetto poteva andare davanti a Dio, con una moglie gran dama, era il critico musicale del quotidiano La Notte. Questo posticino era la sua sola fonte di sostentamento e la doveva allo storico grande direttore Nino Nutrizio: il primo, fra le sue infinite benemerenze, a far lavorare un ragazzino che sarebbe diventato a sua volta un grande direttore e uno dei miei pi cari amici di una vita, Vittorio Feltri. Il maestro Toni, di sua origine violinista e compositore, era stato prima della guerra un importante musicologo e direttore d'orchestra (citato con stima nei Diari dall'incontentabile Umberto Giordano) che aveva avuto un ruolo fondamentale nel movimento di rivendicazione della musica del Settecento italiano. Fu amico del Duce e, negli ultimi tempi della Repubblica Sociale, and una volta a fargli visita portando il violino e suonando per lui, cos che gli procur forse l'ultima ora senza affanni della vita. Durante un concerto al San Carlo che faceva sempre parte dell'Autunno musicale napoletano Toni aveva avuto un malore ed era stato portato a braccia fuori della sala. Ma per fortuna si riprese. Torn per il Cavaliere. Esisteva allora un seguace di Croce, Alfredo Parente, buon filosofo e buon critico musicale, il quale perdeva ogni merito per l'essere accecato da una passione antifascista fanatica. Non c' antifascista che non debba portare rispetto ad una persona adamantina come Alceo Toni: uno che dal Regime al quale aderiva usc, come si dice a Napoli, con una mano avanti e una indietro: ossia cos nudo da dover coprire le vergogne con le mani. Parente no: e prov disappunto quando lo vide tornare fra noi: 'A resurrezione 'e Lazzaro! disse acidamente.

Faccio un inciso per ricordare che un ritratto di Parente pieno di rispetto e considerazione si trova nel libro di un longobardo perch di Sant'Agata dei Goti, Giancristiano Desiderio, Croce Sannita (2013). Di questo geniale scrittore altro che ci  uscito nel febbraio 2014, una bellissima biografia del Sommo, Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce.

Non lo stesso che a Toni accadde a Franco Capuana. Aveva diretto una grande prova generale del Mos di Rossini inaugurale della stagione lirica 1969 al San Carlo (e qui il maestro Siciliani dal cielo non me ne voglia se dico che Bonaldo Giaiotti era superiore al pur eccezionale Ghiaurov che aveva cantato a Santa Maria degli Angeli); ma la sera della prima, il 10 dicembre, aveva l'influenza e trentotto di febbre. Gi alla generale doveva stare poco bene perch in un palco si profilava la jettatoria figura del maestro Alfredo Gorzanelli, chiamato per un eventuale pronto soccorso: con l'odioso pizzetto; di lui dopo quella sera non ho saputo pi nulla. Perch Capuana s'era ostinato a salire sul podio? Sento dire che avesse un carattere impossibile, ma obbietto essere storia il fatto che avesse percorso il podio del Teatro dell'Opera la sera del giorno in cui sotto un bombardamento era morto l'unico figlio. Forse aveva solo un'umanissima paura, quella di un ultrasettantenne che teme che non lo chiamino pi se d forfait. Cos, durante il I atto, al Duetto Ah se puoi cos lasciarmi a un certo momento l'orchestra incomincia a sbandare; poi si vede il Maestro cadere in avanti. Lo portarono dal podio attraverso la sala con una bombola di ossigeno retta da un abbonato, un ridicolo medico fascista che sembrava la controfigura di Italo Balbo: quella sera c'era la congiura dei pizzetti contro il povero, grande Capuana! Era come gi morto durante quel terribile attraversamento della platea.

In data 8 maggio, giorno della Supplica alla Madonna di Pompei, riapro il libro per farvi una delle ultime aggiunte. Credevo fosse per bastare aver detto quelle due paroline su Vittorio Feltri che si possono leggere poco sopra ma, omnibus perpensis, ho capito esser doveroso aggiungere qualche rigo su di lui. Siamo amici almeno da trent'anni e ci conosciamo da quaranta.  una personalit difficilmente inquadrabile essendo egli un mercuriale ma che di certo rientra nell'ambito della genialit vicina a farsi genio. Incominciamo col dire che per un napoletano  difficillimo prendersi con un orobico: ma lui, vero bergamasco, possiede in primis la qualit d'esser spiritosissimo, e di parlare varie lingue fra le quali la mia; onde il rapporto con lui per var versi s'avvicina a quello che ho con Riccardo Muti, fatto di motteggi, battute e barzellette. Ma Vittorio non si ferma qua. Che sia sommo direttore e fondista  superfluo ripetere. Non tutti sanno che  una grande anima e ha un culto dell'amicizia profondo come in pochi altri ho potuto constatare. Per comprenderlo basta leggere il profilo di Gianni Brera, un grande che non ho fatto in tempo a conoscere, nel suo ultimo libro intitolato Buoni e cattivi a quattro mani col bravissimo Stefano Lorenzetto ed edito dalla nostra Marsilio:  qualcosa che commuove. Questo libro  una festa dell'intelligenza giacch nei brevi profili biografici di tanti personaggi (e ci sono persino io!) da Feltri conosciuti in una vita, c' sempre la zampata del leone; e leonino  anche il coraggio di Vittorio, come si vede per esempio quando demolisce una figura ch' stata una jattura della nostra storia nazionale, Gianni Agnelli. Coraggioso  nel mettere il voto 10 a Bruno Vespa e a pochi altri; ed esemplare  la sua voce dedicata a Silvio Berlusconi. Diciamo che Buoni e cattivi  uno strumento indispensabile per capire gli ultimi cinque decenn.

Un appunto solo faccio a Vittorio: non ha inserito fra i nomi quello di Claudio Magris, e al suo posto la scheda la compilo io. Costui  un personaggio ridicolo, ma fin qui nessuno  stato capace di dire Il re  nudo; sol che lo si faccia tutti se ne accorgeranno. Passa per germanista; in quanto tale  modestissimo;  oggetto di culto da parte di una conventicola di cretini nostalgici di Francesco Giuseppe e della finis Austriae (qui faccio una parentesi: il bravissimo Paolo Tarallo mi fece per qualche tempo da vice al Corriere e una volta scrisse in un articolo che la Quarta Sinfonia di Brahms, una delle pi grandiose rievocazioni della forma musicale classica mai scritte, esprime la finis Austriae: io gli chiesi come gli fosse venuta in testa una simile puttanata e mi rispose: Me l'ha insegnata Pestelli!. Pestelli, professore universitario,  uno degli esponenti della scuola musicologica torinese ai quali faccio riferimento altrove);  un retore danubiano. Si considera il rappresentante terreno del mediocre e sopravvalutato Italo Svevo e del mondo ebraico tutto: ma gi le zampe dal nano del colosso Elias Canetti! Vive a Trieste e fa anche la retorica della triestinit; recita la sceneggiata di scrivere al caff manco fosse Giuseppe Tomasi di Lampedusa che componeva al Circolo Bellini; si pitta i capelli ed  ospite d'onore del 7 dicembre alla Scala. Una volta un mio elzeviro aveva per incipit che il Cretino si riconosce dal fatto che incomincia ogni articolo con una citazione di Goethe o di Thomas Mann; Ferruccio de Bortoli, il quale vede tutto e capisce tutto, mi telefon dicendo: Paolo, ti ho tagliato il passaggio senn mi fai avere un casino con Claudio Magris!. Il genio triestino, retore antifascista a paragone del quale Leo Valiani era asciutto, si occupa dei Massimi Sistemi e aspira al premio Nobel, tranne il quale ha vinto tutti gli altri prem planetar.  stato insignito del titolo di duca di Segunda mano dal sovrano del regno di Redonda. (Wikipedia) Voto: 3.

Il giorno di Sant'Antonio, che evidentemente ha fatto la quattordicesima grazia, Magris ha vinto anche il Campiello alla carriera. Ben vero,  persona cortesissima, come anch'io posso testimoniare. Sul Campiello alla carriera aggiungo questo: premesso che, periodo ipotetico del terzo tipo, lo rifiuterei, come rifiuterei qualsiasi premio giornalistico (che sia messo a verbale! Autorizzo a sputarmi in faccia se contravvengo a questa dichiarazione!) se dovessero darmelo, per ottenerlo non mi basterebbe che smembrare La virt dell'elefante in quattro libri distinti; sarebbe possibilissimo, e cos sarei anch'io fra i pi illustri rappresentanti della cultura europea. Amici studiosi pi del mio benessere che della mia gloria, mi hanno infatti consigliato di fare, di questo, quattro libri.

Parliamo per un attimo del Nobel: non lo ha avuto Borges e con ci si  data al sommo bonaerense la possibilit di scrivere alcune delle sue cose pi spiritose insieme e tenere. Secondo me i meglio assegnati per la letteratura sono stati quelli a Pirandello e a Samuel Becket: ossia quando la giuria ha avuto il coraggio di premiare l'Assurdo elevato a sistema. E di Becket, pel quale ho un culto, voglio aggiungere che non solo En attendant Godot  un suo grande titolo, pur se aduggiato dal fatto che tutti i cretini, che non l'hanno letto n lo leggeranno, lo usano per i loro giuochi di parole del genere En attendant Renzi; lo  anche Finale di partita, ch' la definitiva Apocalissi a noi concessa.
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CAPITOLO 14.
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Gino Marinuzzi. Giuseppe Di Stefano va al casino e non pu cantare: Marinuzzi lo perdona in palermitano. I comprimar. Victor De Sabata. Il Valzer. Oliviero de Fabritiis. Bonaldo Giaiotti. Gianandrea Gavazzeni. Il suicidio della signora Rognoni. Mario Persico.
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Qualche anno dopo domandai al maestro Siciliani: Di tutto quello che Lei ha fatto nel ciclo Berlioz, che cosa Le  piaciuto di pi? e lui mi rispose: Forse L'enfance du Christ diretta da Ozawa. Per se penso a quella diretta da Marinuzzi nel 1937 a Perugia Ozawa scompare!. Siciliani m'introdusse cos in quello che sarebbe stato uno dei temi fondamentali della mia vita di musicista e storico della musica, Gino Marinuzzi.

Palermitano,  stato uno dei pi grandi direttori d'orchestra di tutti i tempi. Proveniva da una famiglia aristocratica; possedeva la nobile sprezzatura del contegno ed era un uomo bellissimo e affascinante. Era stato, trentenne, il primo italiano a dirigere il Parsifal quando nel 1913 cadde la privativa trentennale voluta da Wagner a favore della sua Bayreuth, in uno dei teatri wagneriani pi importanti del mondo, il Coln di Buenos Aires (il primo a capeggiarlo in Italia fu Tullio Serafin). Le sue incisioni wagneriane erano su di un treno diretto in Germania: la Telefunken doveva stamparle tutte e si era durante la guerra; il treno fu bombardato e noi abbiamo perduto questo documento incomparabile. Sempre durante la guerra scrisse una lettera al soprintendente di Francoforte (la cito a memoria parafrasandola perch non sono pi riuscito a ritrovarla). Recitava: Gentile soprintendente, La ringrazio dell'invito, che accetto, a dirigere nella Sua citt il Tannhuser e a tenere una conferenza in tedesco alla stampa su quest'opera. Con l'occasione desidero farLe sapere che a tutt'oggi ho diretto il Tristano decine di volte, e avrei caro che anche il pubblico della Sua citt potesse ascoltare la mia interpretazione del capolavoro. Il Tannhuser egli l'aveva, tra l'altro, capeggiato a Monaco negli anni Trenta al Nationaltheater; e un'altra volta aveva sostituito nel 1935 Furtwngler alla testa dei Filarmonici di Berlino in un concerto ov'erano in programma l'Ouverture e il Baccanale.

Egli era anche un sommo scrittore. Tra l'altro, ha dettato un saggio sul Fidelio ch' la cosa pi grande concepita sul capolavoro; e uno sull'interpretazione di Donizetti che dovrebb'essere ancora legge, tanto  attuale. Dai Diari di Umberto Giordano (II volume) leggiamo che il compositore ascolta il 25 settembre 1938 il Fidelio diretto molto bene da Marinuzzi all'EIAR. Ma basta percorrere l'Epistolario per rendersene conto. Trascrivo un passo da una lettera alla consorte durante la preparazione della prima della Donna senz'ombra di Strauss.  un fiume di note scintillanti, un oceano, un terremoto di suoni, aspri, violenti, terribili che ad un tratto si dissolvono come liquescendo e da un colore nero o rosso cupo acquistano una tinta rosa con riflessi di cielo azzurro. Sono scrosci di tempesta ed apparizioni improvvise di arcobaleni, paesaggi lunari e raggi di sole folgoranti.  un barocco berniniano ed una costruzione musicale che ricorda la poesia del secolo del Marini o... di Gabriele d'Annunzio, barocco e marinista anche lui. Ho ottenuto altre due prove domani e alla seconda verr anche Strauss. Ci vuole il mio coraggio ad invitare l'autore... e quale autore!.

Marinuzzi non era solo un wagneriano, era una personalit incredibilmente poliedrica. Aveva esordito giovanissimo col Rigoletto, aveva diretto la prima esecuzione assoluta della Fedra di Pizzetti e della Rondine di Puccini, riportato al successo il Trittico dopo il cattivo esito della prima, curato le prime italiane di Richard Strauss, che lo stimava al di sopra di chiunque altro, dei Carmina burana di Orff e, si badi, nella forma scenica. Faccio un inciso per dire che secondo me La rondine e il Trittico sono i capolavori di Puccini; per La rondine giacch mai come quando egli fa un'Operetta tocca la Tragedia con piedi alati; e del Trittico basti dire che le prime battute del Tabarro riescono a dare l'immagine dell'acqua limacciosa della Senna pi che non possa qualsiasi compositore francese. Gino il Panormita diresse una delle prime esecuzioni moderne dell'Orfeo di Monteverdi al Giardino di Boboli: durante una prova avanzata si accorse che il balletto danzava alla moderna di punta; fece fermare tutto e non arriv alla prima esecuzione se non quando ebbe trovato una compagnia di ballo di tacco. Non si contano le opere dimenticate, come L'incoronazione di Poppea di Monteverdi, il Poliuto, la Lucrezia Borgia e la Linda di Chamounix di Donizetti, La straniera e la Beatrice di Tenda di Bellini o Il barbiere di Siviglia di Paisiello (diretto sedendo al clavicembalo), che il suo genio lo portava a proporre al pubblico sfidando anche l'eventuale impopolarit. Era un grande bibliofilo: amo solo la mia famiglia, le patate e i vecchi libri, diceva. Parlava, da gentiluomo, in palermitano sempre che gli fosse possibile, altrimenti anche in latino. Fra le sue incisioni superstiti vi sono la pi bella Manfred Ouverture di Schumann (Furtwngler non regge il confronto e nemmeno Bernstein), la pi bella Sinfonia dei Vespri siciliani, la pi bella del Barbiere, la pi bella della Gazza ladra e del Signor Bruschino, la pi bella Sinfonia della Norma. Di questo capolavoro redasse un'edizione difforme da quella diffusa dalla Ricordi e poi respinta dopo la guerra da alcuni siccome ultronea; ma l'edizione critica, quella vera, dico, da poco pubblicata accoglie tutte le sue intuizioni: lo ripeto perch mi pare cosa troppo importante.

Il soprano Maria Carbone parl moltissimo di lui a Riccardo Muti, il quale, ragazzo, aveva avuto come primo incarico quello di accompagnatore al pianoforte nella di lei classe di canto al Conservatorio di Milano. Disse che dal palcoscenico bisognava guardarlo negli occhi mentre dirigeva: i suoi occhi erano la pi sicura guida.

Fece i cicli completi delle Sinfonie di Beethoven e Brahms a Roma e a Milano. Una delle incisioni perdute  un'Eroica coi Wiener Philharmoniker. Dirigeva moltissima musica contemporanea e tenne numerose prime esecuzioni assolute. Fu soprintendente della Scala sotto la Repubblica Sociale e non tanto perch fosse fascista (il che era) ma per un lucido senso del dovere di fronte alla certezza della sconfitta. Sal l'ultima volta sul podio il 21 aprile 1945 per dirigere il Don Giovanni di Mozart al Teatro Lirico di Milano ove egli aveva proseguito l'attivit della Scala bombardata: il 25 fu malmenato dai partigiani quando venne buttato fuori dalla Scala. Sarebbe morto qualche mese dopo, sessantatreenne. Se si legge l'unica sua biografia oggi reperibile, quella scritta dalla figlia Lia Pierotti Cei, si pu vedere quale carriera incredibile, anche come compositore, Marinuzzi avesse fatto; e soprattutto si pu capire il suo rapporto strettissimo con la Germania ov'era anche molto eseguito come compositore, oltre che con la Francia: era interprete massenettiano e debussiano impareggiabile e aveva diretto anche la prima italiana di Marouf il ciabattino del Cairo di Henri Rabaud e poi un'altra esecuzione avvenuta nel 1938 che l'autore ascolt per radio restandone soggiogato. Ho la speranza che una vera biografia con un profilo del direttore e del compositore possa essere scritta da Francesco Libetta.

Sempre durante la guerra incise all'EIAR di Torino La forza del destino di Verdi. Possediamo documenti dai quali risulta che non volle fare sedute di registrazione e montaggio. Quest'opera ha una trama cos assurda che solo se l'eseguo senza interruzioni da capo a fondo riuscir a convincere i cantanti della realt drammatica. Li convinse e come: nessuna registrazione presa in teatro dal vivo ha la teatralit e la serratezza drammatica di questa. Cantano Maria Caniglia, Galliano Masini, Carlo Tagliabue, Ebe Stignani, Tancredi Pasero, Saturno Meletti: sembra di sognare a leggere tali nomi e insieme! Si tratta non solo della pi bella Forza del destino mai realizzata, anche della pi bella incisione operistica della storia in assoluto: subito dopo metto la Tosca diretta da Victor De Sabata con Maria Callas, Tito Gobbi e Giuseppe Di Stefano, che Leonard Bernstein, non conoscendo la Forza di Marinuzzi, qualific per tale. Al terzo posto colloco la Tetralogia di Bayreuth diretta da Joseph Keilberth, che non  un'incisione di studio ma una registrazione dal vivo. Al quarto il Fidelio diretto da Karajan. Al quinto Il cavaliere della rosa diretto da Erich Kleiber e l'Arianna a Nasso di Strauss diretta da Karajan. Al sesto l'Andrea Chnier di Giordano diretto da Oliviero de Fabritiis con Beniamino Gigli, Maria Caniglia, Gino Bechi, Maria Huder, Giulietta Simionato, Vittoria Palombini, Italo Tajo, Giuseppe Taddei, e uno straordinario Incredibile, Adelio Zagonara, uno dei pi grandi comprimar della storia. Essa  ex aequo con lo Chnier diretto da Gabriele Santini all'Opera di Roma nel 1963 con Franco Corelli, Mario Sereni, Antonietta Stella e, come Incredibile, Piero De Palma. Al settimo posto il Don Carlo di Verdi inciso da Santini con i complessi della Scala.

Di Marinuzzi voglio ancora narrare un episodio che mi viene dal grande tenore Giuseppe Di Stefano. Catanese, questi da giovanotto, durante la guerra (l'Italia non era ancora divisa in due) si rec a Milano perch aveva avuto la promessa di un'audizione alla Scala da parte del Maestro. Prese alloggio in una pensione e attese di essere chiamato. Ma pass tutta la settimana senza che la chiamata arrivasse. Il sabato sera va con gli amici al casino. La domenica mattina presto lo convocano. Arrivai e provai a cantare. Ma la sera prima mi ero sfruttato e avevo fatto tardi: non potetti emettere una nota. Allora, disperato, confessai al Maestro la verit. E lui: Va a casa, figghiu. Riposati. Torna domani!.

La parola comprimario obbliga a ricordare il tenore Piero De Palma. Questi  scomparso nel 2013 senza che nessun giornale riportasse la notizia. De Palma aveva tutte le qualit del protagonista ma volle per l'intera vita fare il comprimario.  stato una delle colonne del teatro d'Opera: il maestro Karajan l'aveva in somma stima: si pu dire che quando doveva fare un'incisione si preoccupasse prima d'avere De Palma che i divi e le dive. Il maestro Siciliani m'insegn che la qualit d'un direttore artistico si vede non dai protagonisti (Tullio Serafin aveva detto a Pietro Diliberto: Gigli, Caniglia, Bechi, siamo capaci tutti!) ma dai comprimar. Pietro Diliberto mi raccont che Jochum, chiamato per un Fidelio, prima di accettare, domand non chi fosse Leonora, chi fossero i due Prigionieri! Alessio Vlad e Massimo Biscardi, oggi i due migliori direttori artistici esistenti, credo, al mondo hanno pienamente seguito quest'insegnamento: e per quanto riguarda Alessio ne ho avuto l'ultima conferma il 27 ottobre quando ho ascoltato al Teatro dell'Opera di Roma una Turandot nella quale perfetti erano il Mandarino, Altoum, le tre Maschere, amorosamente ricercate e istruite. Sul podio era Pinchas Steinberg al quale ho detto che per trovare una Turandot altrettanto ben diretta dovevo andare con la memoria agli anni Settanta, a quella mitica concertata al San Carlo da Franco Mannino.

Torniamo alla Forza del destino. Non per un istante Marinuzzi accompagna: sempre trae a s pur con una flessibilit ritmica che oggi non esiste pi: i rubati e le corone di Me pellegrina ed orfana sono un modello tecnico insuperabile. Gli vengono dietro, i cantanti, i quali erano adusi a mille battaglie e sembrano interpretare l'opera per la prima volta, come dominati da una forza irresistibile e fatale. Nella scena dell'osteria Marinuzzi trova per i violini una posizione che sa solo lui, con pochissimo vibrato, che produce un timbro mai uditosi e nasale. I cori sono pieni di slancio, di un'energia cinetica e quasi sono sfacciati (pensiamo al Rataplan), ma La vergine degli Angeli  un'alta meditazione lirica che trapassa nel metafisico dandoci i brividi. Gemiti mai uditi sornuotano Tu mi condanni a vivere. Ascoltando l'opera nel suo complesso si tocca con evidenza quello che genialmente disse Pietro Diliberto: Quando Marinuzzi comanda Buona notte, mia figlia, sta gi pensando a Non imprecare, umiliati!.

Marinuzzi, del carattere delizioso e spiritoso del quale mi ha parlato Franco Mannino, che giovanissimo era suo ospite a Roma,  stato anche un grande compositore, uno dei pi grandi italiani del Novecento. Ha scritto tre Drammi Musicali, non dir Opere, Barberina, del 1903, Jacquerie, del 1918 (ripreso a Catania negli anni Novanta), che nel finale anticipa un capolavoro tuttora incompreso di Richard Strauss, Friedenstag (Giorno di Pace), rappresentato per la prima volta a Monaco nel 1938 e in Italia alla Fenice nel 1940 sotto la direzione di Vittorio Gui; e Palla de' Mozzi. Palla de' Mozzi venne incisa alla RAI da Gavazzeni che, con grandissima generosit, volle assolvere il debito che riteneva di avere con Marinuzzi per non averlo mai ascoltato dirigere. Altra cosa che a Gavazzeni fa grandissimo onore  il culto pubblico esercitato nei confronti di De Sabata direttore e compositore. E poi molte prime esecuzioni moderne o esecuzioni rarissime, da Piccinni all'Olympie di Spontini alla Parisina di Mascagni, opera difficillima e proposta impopolare di altissimo rilievo culturale.

Marinuzzi ha poi composto un Poema sinfonico, Sicania, un Preludio e Preghiera in filii memoriam che anticipa il pi aspro Novecento, e una Sinfonia, che risale al 1943 e fu finita nei ricoveri durante i bombardamenti nemici. Questa  un capolavoro assoluto:  tra le pi importanti Sinfonie del Novecento, da anteporsi a tante opere conosciute, a cominciare dalle Sinfonie in Mi bemolle e in Do di Stravinskij.  rigorosamente nell'ambito tonale; addirittura i rapporti tra i temi e i movimenti rientrano in un ambito tonale che per essere ultraortodosso chiameresti neoclassico. E l'arditezza armonica, per quanto afferisce a un concetto dell'armonia che fa tutt'uno col timbro,  grande; ma nulla a che vedere rispetto all'arditezza ritmica. Il terzo movimento, quello che nella forma classica sarebbe lo Scherzo, fa tutt'uno col quarto, il Finale: esso  lento e riassuntivo: e vi ritornano i temi dei primi due movimenti: lo Scherzo, chiamato Ditirambo,  la pagina di massima violenza ritmica che io conosca in tutta la letteratura musicale: ti domandi come abbia potuto esser concepita ex novo da un simile genio. I temi del primo e secondo movimento (Egloga: e noi comprendiamo che, nella sua profonda cultura, l'autore di questa Sinfonia della Natura  un virgiliano) sono concepiti in contrappunto triplo, si sovrappongono. Il Ditirambo ha principio con un motto tematico di Wagner fungente da esergo. Si tratta del motivo del Saluto all'Oro dell'Oro del Reno siccome giunto all'estrema metamorfosi nel Crepuscolo degli Dei. Nell'Oro del Reno l'Oro  incorrotto e innocente e salutato dalle Ondine: si configura come una nona di dominante subito risolvente. Ma potr conquistare l'Oro solo chi abdichi all'Amore. A volta a volta ottenuto, l'Oro  giunto alla vera e propria putrefazione armonica, una violenta appoggiatura dissonante che crea sofferenza. Siffattamente concepito, l'Oro  la causa del Male nel mondo e innanzitutto della guerra. Sotto i bombardamenti a scrivere la Sinfonia, Gino Marinuzzi volle a noi ricordare la parabola.  tanto pi significativo ci poich uno dei pi grandi estimatori di Marinuzzi, Richard Strauss, scrisse nel 1945 la monumentale Seconda Sonatina per sedici strumenti a fiato e volle ricorrere all'identico simbolo tematico.

L'infame Abbiati, critico musicale del Corriere e futuro mentore di Courir, bergamasco anch'egli, non volle presenziare alla prima esecuzione assoluta: evidentemente voleva precostituirsi meriti antifascisti. Costui ha scritto una ridicola Storia della musica e, durante il periodo della sua carica a via Solferino, dirigeva una rivista pubblicata dalla Scala e chiamata La Scala: e i grandi Spadolini & co. glielo permettevano impunemente. La mia chiamata a codesto officio  stata un'astuzia dei Patroni di Napoli che i direttori del Corriere hanno subta con buona grazia.

Anche Victor De Sabata  un grande compositore. Gli dedicai, in quanto tale, un piccolo libro. Ha scritto un'Opera, che non conosco, Il macigno; dei Poemi sinfonici molto belli, Juventus, La notte di Platon, Gethsemani: in occasione delle ricorrenze desabatiane, Lorin Maazel diresse alla Scala La notte di Platon. Testimoniano, sebbene superino di gran lunga la fonte, della cultura strana dell'autore, che pu apparire come un autodidatta in cerca di scoperte culturali: traggono infatti ispirazione tutti e tre dal volume I grandi iniziati di Eduard Schur. Certo, Marinuzzi in Schur non si sarebbe nemmeno imbattuto: lo dico perch tra Trieste e Palermo una differenza ci deve pur essere. Ma il capolavoro di De Sabata, questo un capolavoro assoluto,  un Balletto, Mille e una notte.  la storia d'amore di una piccola telefonista di Nuova York che sposa lo Sci di Persia. La partitura, orchestrata con raffinatezza suprema, scorre come una Suite di brani di musica leggera, dal fox trot al tango al Valzer sinfonicamente rielaborati e nel flusso sinfonico inseriti: poche volte in musica il Manierismo ha toccato vette supreme cos. Nessuna partitura del Novecento, nemmeno Ravel, instaura con la musica leggera un dialogo cos compositivamente fecondo.

Il maestro Siciliani mi disse che, dopo aver ascoltato il Tristano e Isolda diretto da De Sabata, non gli era pi possibile ascoltarne alcun altro: e me lo narr partitamente. Fu quando Victor lo diresse a Bayreuth nel 1939 che Hitler trov la sua interpretazione superiore a qualunque altra (il Fhrer era un autentico intenditore) e and a trovarlo ammirato in camerino: le foto dell'incontro, affisse per Milano dagli antifascisti dopo la guerra quando il Maestro torn sul podio della Scala, provocarono l'odio contro De Sabata.

Niente ha da fare la musica popolare con la musica leggera: ma il desiderio di citare un capolavoro assoluto del quale non si parla mai  troppo forte. Si tratta dei Chants d'Auvergne per mezzosoprano e orchestra di Joseph Canteloube de Malaret (1879-1957), di fronte ai quali, per la parte marina, la stessa Mer di Debussy viene disgradata. Si tratta di elaborazioni di canzoni popolari avergnati, alcune nella propria lingua del paese. D'altronde, Canteloube  allievo di un grandissimo compositore, il wagneriano Vincent D'Indy.

Una straordinaria partecipazione della musica popolare nell'ambito di un testo di musica colta  nella Nina di Paisiello: vi penetrano le canzoni degli zampognari! Peraltro la Scuola Napoletana presso quasi tutti i suoi esponenti ci testimonia nell'Opera buffa o nel mezzo carattere della presenza e della vita della musica del popolo. Un caso flagrante  dato dalla Commedia Li Zite 'ngalera di Leonardo Vinci (1722), in napoletano stretto, che contiene bellissime canzoni popolari e ove l'orchestra giuoca anche a imitare gli strumenti popolari come il calascione.

Ma restiamo per un attimo sul tema del rapporto che i Sommi intrattengono con la musica d'uso. Poche cose hanno influito sulla cosiddetta grande musica come il Valzer. Gi le ultime Sinfonie di Haydn hanno Minuetti che in realt sono Valzer. La grandezza degli Strauss  nota: sono fra i pi grandi della storia, soprattutto Johann, quello che Ravel, con una boutade molto francese, chiam Strauss le grand per distinguerlo da Richard. Il quale nel Cavaliere della rosa ha al Valzer innalzato uno dei pi imperituri monumenti che mai uomo abbia eretto a un intero mondo. (Nel penultimo disco inciso da Eugen Jochum coi Bamberger Symphoniker si pu ascoltare un'interpretazione inarrivabile per libert ritmica delle Suites di Valzer dal Cavaliere della rosa). Solo un Thomas Mann poteva ritenere volgare l'anacronismo di mettere dei Valzer al tempo di Maria Teresa e scrivere una lettera al Conte rosso, Harry Kessler, da uno schizzo del quale si vuole sia nato a Hofmannsthal l'argomento del Cavaliere, lettera deplorante come dalla delizia dello schizzo si sia arrivati alla grevit dell'opera di Strauss. Anche delatore e seminatore di zizzania, Thomas Mann!

Con l'occasione voglio per dire che la pi grande Marescialla del Cavaliere della rosa non  Elisabeth Schwarzkopf, sebbene ella canti con Karajan: l'intonazione della quale non  sempre perfetta; e la pronuncia della quale  viziata da un fastidioso sch al posto della s. Le pi grandi sono state Viorica Ursuleac, la moglie di Clemens Krauss, e Lisa Della Casa, quest'ultima insuperabile interprete dei Quattro ultimi Lieder. Anche Gundula Janowitz era meravigliosa. E poi, va da s, per i Lieder c' la divina Jessye Norman. Strauss , insieme con Schnberg, il pi grande compositore del Novecento. Di solito Il cavaliere della rosa viene posto al vertice della sua creazione nel teatro musicale. Io la conosco tutta, tale creazione; e oso mettere alla sommit invece Capriccio, ch' l'ultima sua Opera, a non considerare ultima L'ombra dell'asino, incompiuta, che ascoltai ragazzo al napoletano Teatro di Corte sotto la bacchetta di Franco Mannino. Capriccio (Una conversazione in musica), che il Vecchio si prepar da s sebbene il libretto porti la firma di Clemens Krauss,  d'una finezza estrema: si svolge in una Parigi settecentesca appena prima della Rivoluzione e ha per tema le dispute della societ francese intorno a Gluck e Piccinni, se conti pi la musica o le parole. Una vicenda erotica vi  sottesa la quale finir probabilmente con un mnage a trois. Il finale, il sorger della luna col corno solista,  anche di Strauss il pi bel Poema sinfonico; la sua pagina sinfonica massima  invece Metamorphosen, Studio per ventitr archi solisti, scritto anch'esso durante la guerra. Le ascoltai per la prima volta, ragazzo, al Conservatorio, con l'orchestra Scarlatti diretta da Lorin Maazel; e subito dopo con la stessa orchestra diretta da Franco Mannino quando vennero accoppiate all'Ombra dell'asino.  una gara tra questi due direttori, uno bravissimo, l'altro sommo, a chi avesse pi memoria musicale. Strauss  anche l'autore del pi bel Balletto del Novecento: Schlagobers (Panna montata). Meravigliose sono anche le due Tanzsuiten (Suites di danze), dai clavicembalisti francesi e da Couperin: a fianco delle quali vanno poste le Antiche arie e danze per liuto di Respighi. E poi v' Le Bourgeois gentilhomme. Ma suprema partitura di Balletto  anche Daphnis et Chlo di Ravel (non  il Dafni di Teocrito e Virgilio ma quello del romanzo di Longo Sofista); e se la Suite Le tombeau de Couperin viene fatta a mo' di Balletto, va considerata anche questa.

Quindi io non pongo Stravinskij al vertice ballettistico; e comunque non  Le sacre du printemps il pi bello dei suoi Balletti: lo sono Le baiser de la fe (che contiene, appunto, i pi bei Valzer dell'autore) e Apollon musagte. Il musicologo Bortolotto, che qualche anno fa ha scritto un ottimo libro su Strauss (esso rappresenta una palinodia rispetto alle supermodaiole sue posizioni di quarant'anni fa, per le quali s'appoggiava a Thomas Mann: Il dottor Faustus), nel libro di Schlagobers non fa cenno: anche qui perch a lui non la si fa, che cos' questa composizione godereccia e, passi il bisticcio, culinaria? Dotato di qualit enormi,  anche lui un genio mancato, giacch, piccolo borghese di Pordenone, non si rende conto di quanto il suo stile ampolloso e volutamente oscuro (fa fino) lo renda un personaggio alla fine comico. Il libro pi caratteristico del Bortolotto, il quale ovviamente odia Wagner e si spinge a fingere di credere che il patrigno Geyer, forse suo padre, fosse ebreo ( una insulsa boutade di Nietzsche),  sotto questo profilo il saggio dedicato alla musica d'Avanguardia intitolato Fase seconda. Quando usc venne trattato quasi Adorno avesse di nuovo partorito. Roberto Calasso, il patron della Adelphi, geniale editore e in proprio ottimo scrittore, gli ha ripubblicato tutti i libri: soffre d'una forma di feticismo bortolottiano. Emanuele Arciuli mi ha raccontato un fatto divertentissimo. Tredicenne, lesse Fase seconda, testo oscurissimo per chiunque, non che per un ragazzino; e quando conobbe Bortolotto gli raccont di non aver capito nulla. Il Grande non si scompose: Non preoccuparti, anch'io quando lessi la prima volta la Fenomenologia dello Spirito di Hegel non compresi niente!.

Il Padreterno, mi ripeto,  avaro: quando d ventinove, quell'uno che ti manca a trenta ti rende, appunto, un genio mancato.

Un altro personaggio ridevole (a non voler considerare il male che ha fatto)  Eugenio Scalfari, il quale peraltro d il bacio del lebbroso a chiunque voglia politicamente appoggiare: non ne  sopravvissuto nessuno. La Mondadori gli ha dedicato un Meridiano come a Flaubert e Pirandello; ridicolo, dicevo,  in particolare quando vuol fare il filosofo e il teologo. La societ massmediale italiana gli si prosterna. Non una sua citazione latina  priva di errori; mi si dice aver egli ricordato, ai primi di luglio, i Quartetti di Chopin.

Di Scalfari debbo denunciare un'altra cosa. Sin dal primo numero di Repubblica ha attribuito alla critica musicale un ruolo inesistente a onta delle qualit di Michelangelo Zurletti, cos contribuendo alla di lei morte, adesso verificatasi: quando abbiamo ancora in Italia alcuni elementi straordinar (Mula, Satragni, quando la faceva Colombo) che io conosco e certo altri che non conosco che potrebbero tenerla viva. Il suo successore Mauro fa ancora peggio. Quelli che attualmente di musica sul quotidiano scrivono (a dir cos: fanno francobolli, per lo spazio loro concesso) suscitano tra il riso e la compassione, in particolare un residuato bellico femmenella che si spos con un'agente di cantanti.

Ravel ha scritto un Poema sinfonico intitolato La Valse, un capolavoro assoluto, ch' una sorta di atroce certificato di morte del Valzer e di un'epoca felice. I Valzer alla Johann Strauss vengono rifatti con armonie storpiate; il ritmo ternario con Rubato (solo un grande direttore pu affrontare questa partitura!) diviene qualcosa di angoscioso. Pochi capiscono che il Poema sinfonico di Ravel  uno dei pi terribili diagrammi della tragedia della storia mai scritti. Qualcosa di simile avviene, per con supremo nascondimento dietro un'apparenza ben pi familiare, con un (possiamo dire) Poema sinfonico che modestamente s'intitola solo Valzer, ossia Gold und Silber (Oro e argento), di Franz Lhar. Ci vogliono occhi e orecchie attentissimi per comprendere che Lhar  consapevole quanto Ravel della tragedia. Inutile ricordare che questo compositore  un genio e gli si debbono alcuni dei pi bei Valzer mai scritti; alla lista mi permetto di aggiungere quello dell'Operetta infantile Peter und Paul im Schlaraffenland. Oro e Argento esiste in rete interpretato da un Franz Welser-Mst e un Daniel Nazareth: si tratta di due documenti importanti giacch costituiscono una lezione su come non si dirige, mentre un documento incomparabile su come si concerta e dirige  la prova di Carlos Kleiber di Mille e una notte di Strauss. Herbert von Karajan disse che la cosa che gli faceva pi paura di tutto il repertorio era La vedova allegra. Quest'Opera, detta Operetta, contiene il famoso Valzer: il pi bello in assoluto , secondo me, quello della Bella addormentata di Cajkovskij; e subito dopo viene quello del terzo atto dei Maestri cantori di Wagner. Inutile ricordare il Concerto di Capodanno di Karajan, il suo ultimo, e quello di Carlos Kleiber: questi due Maestri hanno una capacit ineguagliabile di mostrare la melancolia di musica piena di gioia. Anche meravigliosi furono i Concerti di Capodanno di Riccardo Muti. Quello di un Franz Welser-Mst, attuale direttore dell'Opera di Stato di Vienna,  stato qualcosa che definire una schifa  fargli onore. Ma i pi belli di tutti sono quelli di Clemens Krauss, che posseggo in due vinile donatimi da Pietro Diliberto. Ancora sulla Lustige Witwe (La Vedova allegra), voglio ricordare che nel 1940, per i festeggiamenti che il festival di Salisburgo organizz per i suoi settant'anni, Lhar compose un'Ouverture con i temi dell'opera in contrappunto sovrapponibile, alla Strauss (Richard).

Ho citato Oliviero de Fabritiis. Questo Grande oggi  dimenticato e alcuni sciocchi raccolgono il luogo comune che fosse un routinier solo perch aveva enorme successo e dirigeva molto, anche da vecchio, anche all'Arena di Verona, dove riusciva a tenere in riga un Pavarotti. Allievo di Licinio Refice, era un bellissimo uomo, elegantissimo: non ho mai visto frac tagliati cos bene come i suoi; e non parliamo del suo tight: questo, che secondo me  il pi bell'abito maschile esistente (il Parlamento giapponese si riuniva con esso abbigliato), si adoperava in musica per recite e concerti mattutini e pomeridiani. Oggi molti direttori si presentano in inverecondi pigiami come quello di Antonio Pappano. Il peggiore lo vidi alla Scala, indossato da John Eliot Gardiner. Per il Concerto di Capodanno vige ora (giacch Boskovsky certo non la adottava) l'abitudine (non seguita da Karajan, che indossava una stupenda giacca tirolese) di mettere il mezzo tight, ossia una giacca antracite sopra pantaloni rigati: giacca senza code, dico, uniforme da portiere d'albergo. Vienna  cafoncella.

Oliviero aveva una affascinante moglie, ch'era la sua seconda: la prima aveva chiesto l'annullamento rotale del suo matrimonio con lui e l'aveva ottenuto ob enormitatem membrorum. Era stato il segretario artistico del Teatro Reale dell'Opera sotto Marinuzzi; aveva inaugurato il teatro delle Terme di Caracalla nel 1936, quello che il Duce aveva voluto far aprire destinandolo, luogo archeologico unico al mondo, all'edificazione delle masse e chiamato Teatro del popolo. Tra le tante cose che gli ho sentite dirigere (veniva spessissimo al San Carlo) un Otello con Mario Del Monaco e una Norma con Elena Souliotis: in questa difficillima partitura aveva un dominio tale del tutto da presentire gli errori e correggerli anticipatamente, onde essi s'erano effettualmente svolti solo nella sua testa. Nel 1973 vi diresse uno Stiffelio con Mario Del Monaco ch' stata una delle pi grandi lezioni d'interpretazione verdiana da me ricevute. In genere ogni sua incisione  d'immenso interesse e ha qualcosa da insegnare. Pochi mesi prima di morire, nel 1982, ha inciso a Londra un incomparabile Mefistofele di Boito. Peccato per per una sola cosa: il bravissimo Nicolai Ghiaurov  superato quale protagonista da Bonaldo Giaiotti che canta in un'altra edizione: Giaiotti  il pi grande basso che io abbia mai ascoltato; basso italiano, dico, ch per Re Marke c' Karl Ridderbusch, per Hagen Joseph Greindl, per Hermann di Turingia Gottlob Frick, e per Ochs, come ho gi scritto, Hans Sotin. Quanto a timbro, lunghezza dei fiati, qualit del legato, dizione, volume e pienezza delle note gravi non c' nessuno che eguagli Giaiotti. L'incisione del Mefistofele dovuta al sommo Oliviero si avvale di Luciano Pavarotti come Faust il quale fa una delle migliori prestazioni di tutta la sua carriera e se avesse cantato sempre con tanta propriet, lirismo e precisione sarebbe dopo Caruso e Carlo Bergonzi il pi grande tenore del Novecento;  superiore a Placido Domingo che canta con Pippo Patan, il quale stesso  da de Fabritiis disgradato, come lo sono nella fattispecie tutti i pi grandi, Capuana, Votto, Gardelli. Nei Diari di Umberto Giordano c' la nota che egli, pur angosciato per l'arresto del figlio Mario, si reca il 4 agosto 1938 ad ascoltare a Caracalla il Mefistofele diretto da Oliviero.

Debbo ringraziare San Gennaro che mi d la possibilit di fare sempre nuove palinodie. Ho bistrattato il povero Boito per tutta la vita; quando Muti fece alla Scala il Mefistofele ne feci una presentazione impeccabile dal punto di vista dello storico della musica ma senza simpatia. Adesso mi rendo conto trattarsi d'un capolavoro anche per l'originalit e il coraggio di Boito nell'accostarsi nel Sabba classico alla parte classico-ellenica del II Faust di Goethe. E dovr aprire il capitolo sul Nerone, l'opera incompiuta alla quale l'autore lavor per tutta la vita alla stregua di un progetto ambiziosissimo e forse eccessivo. Anche nel caso del Nerone rifulge la generosit di Gianandrea Gavazzeni che l'esegu sempre che potette. L la mia incomprensione fu ancor pi clamorosa: il Nerone non solo  un progetto grandioso basato su di una conoscenza del mondo antico paragonabile a quella del Gibbon ma  anche, a onta del suo esser incompiuto, un capolavoro assoluto.

Il mio carissimo amico Lucio Parisi, una delle persone pi simpatiche e spiritose che abbia conosciute, che, lo ricordo, mi raccont tutto del San Carlo ai tempi di Pasquale Di Costanzo, 'o Cummendatore, mi narr che si faceva un Mefistofele all'Arena Flegrea, lo splendido teatro fascista all'aperto che integra la meraviglia della napoletana Mostra d'Oltremare: nel Prologo sono richiesti al demonio dei robusti fischi (dice infatti nella sua autorappresentazione Son lo Spirito / Che nega: Mordo, invischio, / Struggo, tento, ruggo, sibilo, / Fischio! Fischio! Fischio!) ma Cesare Siepi non sapeva fischiare: ci pensava un macchinista da dietro le quinte. A Napoli gli scugnizzi per fischiare non han bisogno nemmeno delle due dita in bocca: emettono fischi laceranti col solo piegamento delle labbra.

A proposito del rapporto della musica col Faust di Goethe (il quale in forma teatrale di prosa ha avuto quale sommo interprete del demonio Gustav Grndgens) va ricordato che oltre all'Ottava Sinfonia di Mahler un capolavoro sono le Scene dal Faust di Goethe di Schumann col Finale in Cielo di altissima dottrina contrappuntistica. Ne avevo gi da ragazzo una splendida incisione diretta da Benjamin Britten.

Sempre parlando di Oliviero de Fabritiis, ha fatto epoca una sua battuta di genio. Una volta era andato a Bergamo e Gianandrea Gavazzeni, bergamasco, l'aveva portato in giro per la citt. Gavazzeni era un ottimo direttore d'orchestra, seppur non il grande che credeva di essere, ma coltissimo: scriveva libri di valore; e di una vanit sconfinata. I due capitano in un luogo atroce, l'antro ove nella pi nera miseria nacque Donizetti. Gavazzeni mostra a de Fabritiis la lapide: Qui nacque Gaetano Donizetti; poi assume un'espressione ispirata e pensosa: Chiss, Oliviero, quando noi saremo morti che cosa scriveranno sul muro delle nostre case?. E de Fabritiis: Si loca!.

Per la sua vanit capit a Gavazzeni un'altra disavventura. Dirigeva al San Carlo di Napoli: negli anni Cinquanta avevamo in orchestra un vero leone, tra tanti leoni, il primo oboe Vincenzo Sorrentino, del quale tutto il mondo musicale, compresi Guido Cantelli ed Hermann Scherchen, aveva paura. Durante una recita Gavazzeni perde il controllo della situazione e urla: Guardate me! Guardate me!. Sorrentino, serafico: Maestro, si guardamm' 'a Vvuje, 'a recita nun fernesce! (Maestro, se guardiamo Voi, la recita non finisce!).

Gavazzeni era anche un vizioso. Aveva una santa e meravigliosa moglie, la signora Mariuccia, della ricchissima famiglia bergamasca dei Polli, banchieri, ma la trad tutta la vita; dopo la di lei morte in limine si spos con un soprano comprimario, Denia Mazzola, che lo spenn vivo e soprattutto spenn ereditariamente la famiglia e che poi, contrappasso, fin spennata da un certo Gennaro. La signora Mariuccia aveva capito tutto; disse a Pietro Diliberto: Quando sar morta, il povero Gianandrea sposer una puttana! (la Mazzola certo non  una puttana: la cosa vale in senso metaforico). Il grande Luigi Baldacci, peraltro di Gavazzeni amico, citando l'apostrofe di Don Giovanni al Commendatore, diceva: O vecchio infatuato!. Negli anni Settanta Gavazzeni aveva per amante il soprano turco Leyla Gencer, in realt proveniente non da Istanbul ma dal ghetto di Lublino. A Palermo Pietro Diliberto, che gli voleva bene, gli faceva passare ogni capriccio (ma smise di riceverlo a casa quando si accoppi con la comprimaria); quindi anche quello di far cantare la Gencer, ch'era, ben vero, una belcantista. Si forma il mesto e ben ordinato corteo (tristia funera, lo chiama Virgilio) per andare a colazione; in testa Gavazzeni con la Gencer, la quale aveva le gambe notevolmente storte a tarallo. Un genio, il baritono Enrico Campi, il pi grande Duphol che ci sia mai stato, dice a Diliberto (il quale non si faceva dare il Tu quasi da nessuno, non da Gavazzeni, ma da Enrico s): Dottore, studiamo il passo, ch questa piscia tra parentesi!.

Il bovarismo di Gavazzeni si univa alla sua incredibile mancanza di senso dell'umorismo. Solo cos si spiega che una volta, invitato a pranzo da me, dopo aver mangiato un bab squisito e leggerissimo, con aria spirituale disse: Grazie, Paolo, per quest'ottima charlotte!. E tuttavia una volta fece una grandissima battuta. A Palermo insegnava storia della musica all'Universit Luigi Rognoni, un personaggio dall'aspetto jettatorio con una dentiera che ballava il tango: autore d'un miserabile libercolo su Rossini che i servili musicologi universitar citavano come la Bibbia rossiniana e invece profondo conoscitore della cultura tedesca e della Seconda Scuola di Vienna alla quale aveva dedicato l'importante opera Espressionismo e dodecafonia. A Palermo la moglie mor in circostanze misteriose; si trattava d'un assai sospetto suicidio dietro al quale poteva nascondersi un delitto; si sospettava ch'egli potesse esserne l'assassino ma venne immediatamente prosciolto. Gavazzeni: Se invece di studiare la Dodecafonia avesse studiato il Verismo sarebbe sotto processo!.

L'aver usato l'espressione mesto e ben ordinato corteo, che si adoperava nelle cronache delle esequie (se qualche ragazzo mai mi legger far fatica a entrare in un mondo completamente diverso da quello di oggi!), mi riporta alla memoria un caso napoletano. V'era un grande compositore, il maestro Mario Persico, che per non veniva, come di solito i musicisti, dalla piccola borghesia: era un latifondista lucano e nipote di Nitti, grande sportivo, socio del Circolo, intimo amico di pap e celebre chiavettiere e battutista. Una volta durante un'esecuzione del Don Juan di Strauss all'enunciazione da parte del corno del suo famoso tema di carattere vitalistico disse a pap: Chist'  'o cazz' mio quann' s'aiza! (Questo  il mio cazzo quando si erge!). Sfotteva tutti quanti. Mi ha raccontato il maestro Vitale che a un tenore aveva detto: Che bella voce! e agli astanti Nu caprettiell'! (Un capretto!); altra volta a un soprano: Brava!. E agli astanti Stona comm'e cch! (Stona terribilmente!). Aveva scritto un'opera ch' un merletto, La locandiera, che il Commendatore fece fare al San Carlo negli anni Settanta. Ora, c'era una brava pianista, Tina de Maria, la quale viveva con un'altra signorina molto perbene, Lidia Costantino. Questa fa un concerto in Conservatorio e dopo di esso si forma il mesto e ben ordinato corteo per andare a salutare l'interprete. Mario Persico si affacci nel camerino restando sotto l'arco della porta. La pianista era con l'amica. Brava! Brava! dice il Maestro. Poi torce il collo e, fuori dalla portata delle due, che per dovettero udire benissimo, rivolto agli astanti in corridoio, allude delicatamente alla natura del rapporto fra le due signorine di buona famiglia: Fann' 'e scene c' 'o cazz' 'e gomma! (Fanno le scene col cazzo di gomma!). Scene  vocabolo di gergo della strada pi malfamata.
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CAPITOLO 15
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Pietro Diliberto. Lovro von Matacic. Ottavio Ziino. Jan Meyerowitz. Ochs e Ciampa. L'acqua pi bella del mondo. La nostra fraternit col mondo animale.
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Ho nominato ancora una volta Pietro Diliberto ed  ora che parliamo di lui. Questo gran signore palermitano, oggi ottantaduenne in piena freschezza,  stato per tutta la vita il segretario generale del Teatro Massimo. Per me  un secondo padre. Dopo il maestro Siciliani, del quale era seguace e amico,  l'uomo pi intelligente e colto che abbia conosciuto.

Per debbo fare una digressione, perch mi  restata una cosa da raccontare che altrimenti non saprei come introdurre: e riguarda il salto nei miei rapporti col Maestro. Bisogna sapere che Siciliani aveva un collaboratore, un musicologo profondamente disturbato dal punto di vista psichico. Costui aveva sposato un'impiegata postale originaria della Sabina e sui luoghi della moglie aveva conosciuto un pastorello del quale s'era invaghito. La distanza sociale tra la moglie, figlia di agricoltori, e il figlio di pastori, era abissale, incolmabile. Ciononostante il musicologo aveva sfidato l'opposizione della sua famiglia di adozione e di tutto il paese pur di portarsi a Roma in casa sua l'adolescente. Poi s'era innamorato anche di me. Mi aveva fatto una corte spietata, spintasi fino a mandarmi una lettera d'amore in esametri latini; ma io l'avevo respinto con schifo. Oltretutto era ridicolo e sporco; affermava d'essere la reincarnazione di Cherubini; e mitomane: ricordo che, lettore di H. Ph. Lovecraft, gli avevo parlato di una sua sublime invenzione letteraria come fosse stata cosa vera, il Necronomicon dell'arabo pazzo Abdul Alhazred, trattato sull'evocazione dei demon e dei morti: e lui:  conservato nella Biblioteca Vaticana, solo il Papa pu accedervi!.

Una sera della primavera 1974, un sabato, il maestro Siciliani aveva organizzato al Foro Italico un concerto diretto da Lorin Maazel ove si esegu un capolavoro straordinario, la Graner Festmesse, la Messa solenne per la Cattedrale di Gran, di Liszt. All'uscita il musicologo mi aveva fatto ancora una volta la posta e io l'avevo respinto a male parole. Tornai a Napoli la mattina presto e, alle nove, telefonai al maestro Vitale per dargli la soddisfazione, in quanto lisztiano, di parlargli della Messa di Gran. Mezz'ora dopo il Maestro mi chiama carico d'ira: Tu l' a fern, tu s nu pazzo, co ll'intemperanze toje e c'a cattiveria toja tu ce puort' all'inferno! 'O maestro Siciliani sta cchiagnenn' 'a ajeri ssera p ccausa toja! (Tu la devi finire, tu sei un pazzo, colle tue intemperanze e colla tua cattiveria ci porti all'inferno! Il maestro Siciliani per colpa tua sta piangendo da ieri sera!). Vitale era da tutta una vita uno degl'intimi amici di Siciliani e per l'affetto e per la considerazione. San Gennaro mi diede il colpo di genio. Maestro, ho capito tutto! Calmatevi! In cinque minuti sono da Voi!. Induttivamente ricostruii senza sbagliare un dettaglio che nella notte il musicologo si era recato con sommo allarme in casa Siciliani e aveva avvertito il Maestro che io, indignato per lo spreco di pagare Maazel per la Messa di Liszt, avevo giurato che l'avrei distrutto. Siciliani era ipersensibile e poteva averci creduto: specie per l'eccezionalit dell'apparato rappresentativo notturno. Spiegai tutta la cosa al maestro Vitale che cap immediatamente, uomo di esperienza e conoscitore dell'animo umano qual era. Gli rappresentai il mio disgusto per una storia simile: l'idea che avessi potuto fare qualcosa del genere, anche solo al pensiero di quel ch' la mia famiglia, era ripugnante. Pretesi di avere una spiegazione col Maestro e, armatomi per l'indignazione di un'autorit improvvisa, diedi un appuntamento preciso per il giorno dopo alle quattro a Roma al Grand Htel.

L'incontro and de plano: Siciliani era pur egli un conoscitore profondissimo dell'animo umano. Rifiut con sdegno di vedere l'epistola erotica che, a ogni buon conto, avevo portata con me. Da allora mi tratt come un padre e i nostri rapporti andarono approfondendosi di giorno in giorno, fino all'ultimo. Dal punto di vista culturale  l'uomo al quale debbo di pi.

Anche Liszt deve costituire una delle mie palinodie. Il compositore per pianoforte  eteroclito; i Poemi sinfonici modesti: e questo lo dico anche alla stregua di ci che scrive Hans Pfitzner. Ma le due Sinfonie sono opere altissime; e la palinodia mia incominci appunto con una straordinaria esecuzione della Sinfonia Faust alla Scala tenuta da Riccardo Muti. La Sinfonia Dante  secondo me ancora superiore pur se vi sia il problema di pi finali a seguito della nefasta influenza della principessa Carolina di Sayn-Wittgenstein. Poi vi fu l'Oratorio Die Legende von der Heiligen Elisabeth (La leggenda di Santa Elisabetta), che ascoltai al Maggio Musicale Fiorentino sotto la rivelatrice bacchetta del mio amico Elio Boncompagni: un grande capolavoro quasi all'altezza di Wagner. Boncompagni fu il miglior direttore artistico del San Carlo, dopo Franco Mannino, che abbiamo avuto negli ultimi decenn: vi diresse un'ottima Tetralogia di Wagner e persino l'Orfeo all'inferno di Offenbach, dopo il quale guid tenendo in mano una bandierina la passerella sulla buca orchestrale, alla vecchia maniera dell'avanspettacolo.

Per noi napoletani tutte le cose tragiche hanno un risvolto comico. L'ebbe anche quell'incontro. Avevo portato per Siciliani il mio libro su Rossini; ma nella precipitazione avevo preso una copia, che stavo per spedire, dedicata al maestro Ottavio Ziino. Era questi un direttore d'orchestra palermitano, gi direttore del Conservatorio di Palermo e allora di Santa Cecilia; ottimo compositore, buon uomo ma personaggio ridicolo per una vanit grande seppure non paragonabile a quella del collega bergamasco; del quale professionalmente era comunque assai migliore. Era affetto da una zeppola in bocca che lo faceva parlare in maniera blesa e l'aveva reso oggetto di imitazioni, in specie da parte di Roberto Pagano, uno spiritosissimo clavicembalista e musicologo palermitano quasi dedicatosi al culto del maestro Ziino; oltre che ai due Scarlatti sui quali scrisse un bel libro da me pubblicato nella collana Mondadori nel 1985: Scarlatti: Alessandro e Domenico. Due vite in una. Ziino viveva per il figlio Agostino, un musicologo specializzato in musica medioevale che Fedele d'Amico aveva (e se ne vantava: Ho messo in cattedra Agostino perch sono un mafioso!) portato in cattedra senza che avesse pubblicato quasi nulla; n ha recuperato il tempo perduto dopo esser diventato professore; adesso  difficile che lo far, essendo diventato anche ufficialmente il rottame ch' sempre stato. Ziino era celebre per alcune grandi interpretazioni. Una volta disse: Ho diretto una Traviatina pulita pulita!. Un'altra: Ho diretto la Sonnambula. Tutta!. Un'altra ancora: Ho fatto la Turandot. Sembrava Mozzart!.

Diliberto mi narr che aveva capeggiato un concerto sinfonico al Teatro Massimo chiusosi con La sagra della primavera di Stravinskij. Eccitato dalla propria esecuzione, Ziino percorreva in lungo e in largo il palcoscenico vuoto, seguito nell'ordine dal pompiere di servizio, dal soprintendente, barone de Simone, e da Diliberto. Urlava: Questa  una Sagra! Altro che quel dilettante di Markevich!. Il barone de Simone: Pompiere, chiama rinforzi!. Mi raccont Gioacchino Lanza Tomasi che una volta sedevano nella hall di un albergo di Monreale, raccolti attorno a una radiolina a transistors che trasmetteva un suo pezzo, peraltro assai bello, gli Hymni christiani in diem, da Prudenzio. Un cliente prende in mano la radio e dice: Che cos'?. Il maestro Ziino: Zono gdi Hymni griztiani im diebb!. Il cliente: Non compresi il nome della marca della rradio!.

Intorno alla mafiosit di d'Amico racconter questo: nella stagione 1970-1971 convinse 'o Cummendatore a far allestire al San Carlo l'Opera Il mulatto di Jan Meyerowitz, ch'era stato suo compagno di stud prima della guerra con Casella a Roma: e tutta la critica musicale italiana sfil reverente ad ascoltarla; per l'allestimento erano stati adoperati pezzi da novanta: Pippo Patan (per il quale studiare una partitura nuova e moderna era come bere un bicchier d'acqua) sul podio e suo fratello Vittorio, un grande talento, alla regia. In questo caso la mafiosit s'era esercitata nel senso del bene: far luogo a un ottimo compositore che si poteva considerare anche italiano, e d'Amico dell'Opera fece anche la versione ritmica italiana. Meyerowitz era la quintessenza dell'ebreo cosmopolita e dotato di simpatia travolgente e contagiosa: coltissimo, profondo musicista che, pur essendo compositore, adorava la musica altrui, mi port a cena molte volte dopo che gli ero stato presentato, e invitava sovente, ma non per ruffianeria, per amore di amicizia, anche umili orchestrali. Sopportava col sorriso tutte le sciocchezze da me profferite: possedeva un meraviglioso italiano e una volta mi disse: Tu non parli come un libro stampato, parli come un libro stampato e rilegato!. Sprizzava gioia di vivere. 'O Cummendatore lo prese sotto la sua protezione e gli chiese se nelle successive stagioni avrebbe desiderato dirigere qualcosa: Meyerowitz propose La clemenza di Tito e I Lituani di Ponchielli: ma poi non se ne fece nulla. Quest'uomo meraviglioso, tedesco di origine, nacque nel 1913 e mor nel 1998; aveva scritto anche un libro sulle barzellette ebraiche.

D'Amico era uno dei pochi coi quali Pietro Diliberto si desse del Tu; e ne condivideva posizioni estetiche (non tutte) essendo da lui diviso in senso politico. Anche lui gli allest nel 1976 Il mulatto. Diliberto era stato tutta la vita al Teatro Massimo. Lo gestiva lui: i soprintendenti, morto de Simone, che con Siciliani e il grande Mario Labroca era il suo Maestro, erano pro forma: passavano e lui restava. Sotto la sua guida il Massimo tocc un prestigio inaudito. Aveva l'orgoglio del lavoro ben fatto: lo portava a fondo a onta di tutto e tutti, per il lavoro in se stesso. Come dice Napoleone, l'Italia  troppo stretta e troppo lunga, perci quello che facciamo a Palermo non ha eco. Non si conta il numero di preziosi recuperi di opere fuori repertorio, di prime esecuzioni assolute, da Diliberto proposto. L'orgoglio del lavoro ben fatto l'aveva una volta portato ad esaltarsi quando gli raccontai che, dopo una eccezionale serata Ravel alla Scala diretta da Georges Prtre, il maestro Siciliani, alla mia sciocca domanda sul perch avesse scritturato per un ruolo comprimario un cantante importantissimo, mi rispose, con Carmen: Je chante pour moi mme!, (ho gi spiegato il significato nell'opera di Bizet di questo Canto per me stessa, canto per il mio piacere!). Mi diceva che per poter comandare in teatro bisognava sapere anche quando la tale corista aveva le mestruazioni. Negli anni Settanta Gioacchino Lanza Tomasi, che s'era infilato nel Teatro Massimo insidiando la posizione del grande direttore artistico Ernesto Raccuglia, allievo di Respighi, aveva tentato di farlo fuori ma fu Diliberto a fare fuori lui: venne nominato commissario dal ministro una persona specchiatissima e maestro del Diritto amministrativo, il prefetto Cardia, che ricordo bene per il suo garbo da siciliano vecchio stampo e l'eleganza delle citazioni latine.

Gestire il Massimo implicava occuparsi di cose che, di l da Diliberto, nessuno al mondo avrebbe fatte. Vent'anni fa venne per la prima volta in Italia un direttore d'orchestra di Leningrado (quella che i cretini oggi chiamano, non dico Pietroburgo, ma San Pietroburgo, come se il nome non fosse, se proprio si vuole, Sanpietro-burgo) oggi celeberrimo anche per la sua sporcizia (quando attraversa la fossa gli orchestrali di tutto il mondo si turano il naso), il volto duro da mafioso ceceno. Costui, arrivato a Palermo, che non conosceva, and la notte a battere al Porto: e Pietro, che lo sapeva, dovette mandargli dietro due picciotti perch tornasse vivo...

Diliberto ha una memoria impressionante. Qualunque titolo si citi, ricorda dove ci sono problemi sul passaggio per un cantante, dove ci sono i Fa diesis per il baritono, dove ci sono difficolt di tessitura per gli strumentini, e cos. Quando ho bisogno di rievocare episod della mia vita con precisione assoluta ricorro a lui. Ma debbo io ricordare a lui qualcosa che il suo orgoglio eccessivo gl'impedisce di citare. Una volta la sua meravigliosa Ilva interpretava a Vienna Leonora del Trovatore col maestro Karajan. Si prova; alla pausa Ilva dice a Karajan: Maestro, Le dispiace se torniamo sul tal punto, non mi  venuto bene?. Lui, nel suo ottimo italiano: Ligabue, io con Lei non provo, ci vediamo alla recita!. Bernstein, che come Solti l'aveva avuta nel Falstaff, la chiamava Alicissima.

Un'altra grande Leonora del Trovatore, che l'ha interpretata anche sotto la bacchetta di Karajan,  Raina Kabaivanska. Ella  stata probabilmente la migliore Butterfly dal dopoguerra a oggi.  una gran dama e siamo amici; adesso  eletta Maestra della sua arte. Il marito, il simpaticissimo Franco Guandalini, ha costituito (girando in bicicletta) una prestigiosa collezione di sculture di terracotta e ceroplastica di scuola prevalentemente bolognese.

Voglio ricordare un episodio che mostra come la perfidia palermitana sorpassi quella napoletana senza possibilit di recupero. Era la festa di San Carlo e io, che da napoletano festeggio i Santi e non i compleanni ( triste dire che l'abitudine si sta perdendo: in questo Napoli si globalizza!), mandai un biglietto di augur al carissimo amico Carlo Fontana, ch' stato un grande e rimpiantissimo soprintendente. C'era scritto, adoperando i versi che canta Melitone nella Forza del destino: Ti auguro di poter dire fra cento anni: Poffare il mondo, ah che temponi! Corre ben l'avventura: anch'io ci sono!. Fontana non cap che cosa volessi dire e mand a chiamare l'ineffabile direttore artistico, il maestro Paolo Arc, allievo della Ravinale. Ma anche Arc non riconobbe la citazione. Allora Fontana telefona a Diliberto dicendogli: Mi sai spiegare Paolino che ha voluto dire, nemmeno Arc ci riesce!. E lui, impassibile: Ma Carlo, come vuoi che io sappia una cosa che non  riuscito a sapere il maestro Arc?.

Sotto la soprintendenza di Carlo il teatro, come prima e dopo, era pieno di recchie. C'erano il maestro sostituto Bob Kettelson, clavicembalista, che poi sarebbe morto di AIDS; uno che lavorava in Direzione artistica, veneziano, da Diliberto battezzato la donna calva; un ex loggionista che s'era improvvisato esperto di voci e decideva chi chiamare (il grande baritono Alfonso Antoniozzi non veniva pi alla Scala perch costui, per motivi che preferisco non indagare, non lo amava) e che adesso fa l'agente e si fa chiamare Maestro. Costoro corteggiavano e disturbavano i ragazzi che facevano le maschere; Fontana chiese a Diliberto: Come faccio a eliminare tutti questi omosessuali dal teatro? e si sent rispondere: Chiudi il teatro!. A prescindere dalla battuta, Fontana aveva ragione non perch ce l'avesse cogli omosessuali ma perch il comportamento di costoro era ripugnante. Quei poveri ragazzi in istato di subordinazione economica, in parte (solo in parte vista l'origine di soggetti come la loggionista o la donna calva) sociale, e soprattutto lavorativa, venivano, se parliamo secondo la sostanza, ricattati: e questi esseri abbietti lo facevano per non pagare la marchetta. Parlando ancora pi in generale, squallido  l'avere rapporti erotici nell'ambiente di lavoro; ed  incredibile quanti maschi, non dir uomini, da quattro soldi ci caschino, soprattutto quando hanno oltrepassato i cinquant'anni e lasciano la moglie per mettersi colla segretaria, che poi li abboffer di corna.

All'inizio degli anni Novanta ero a Palermo con Alessandro Pedersoli e la sua affascinante compagna Rossana Boatti. Alessandro aveva appena conosciuto Pietro; uscendo dal Teatro Massimo disse di aver acquistato l'ultimo modello di Mercedes e chiese a lui che macchina avesse. Ho il pi grande garage del mondo: il posteggio dei taxi!.

Qualche mese fa mi trovavo a Roma all'htel Plaza e vedo il magistrato (ora per fortuna ex magistrato) Antonio Ingroia ospite dello stesso albergo (chiss a spese di chi). Per tre giorni consecutivi non si cambia la camicia. Lo dico a Pietro e lui: Tre giorni soli? Ma  lindo!.

Diliberto si dimise dal Massimo durante la prima sindacatura di Leoluca Orlando. Orlando ne voleva la testa perch, abituato a fare tutto al fine di propaganda e innamorato del (falso) personaggio antimafia che s'era cucito addosso, considerava Pietro un esponente del vecchio potere e lo mascariava: mascariare  un verbo siciliano intraducibile che significa attribuire a un taluno la falsa qualificazione di, ed  ovvio che usato assolutamente vuol dire attribuire a un taluno l'essere mafioso. Pietro rimase sconvolto dal suicidio del maresciallo dei carabinieri del comune di Terrasini, uccisosi nel cortile della caserma perch incapace di resistere all'onta venutagli dall'essere stato mascariato da Orlando durante la trasmissione televisiva Tempo reale; e temette che un qualche pentito fosse per denunciarlo. Orlando poi nomin soprintendente a Palermo l'ex assessore Francesco Giambrone, inteso alla Favorita Cinzia, nell'ambiente del balletto Coppelia, ex cardiologo, vanitoso al punto da dire all'addetta stampa del Maggio Musicale Fiorentino, che da soprintendente male amministr: Guardi che se Lei non mi porta (ossia: se non mi fa apparire) sulle televisioni di tutto il mondo io La caccio!. Siccome adesso ha i capelli bianchi a Palermo, ov' tornato grazie al suo amico Orlando, lo chiamano Biancaneve.

Per dire che rapporto stretto ci sia tra me e Diliberto, un rapporto fatto di tutto un comune patrimonio di memorie e conoscenze, del quale patrimonio gli sono amplissimamente debitore, basti raccontare questo episodio. Una volta eravamo alla Scala, lui nella barcaccia soprintendenza, io in platea. Si dava la Salome di Strauss. Durante la scena della cisterna c' un famoso assolo del controfagotto. Il timbro di quello della Scala non mi piace. Alzo gli occhi verso Pietro e lo vedo sporgersi dalla barcaccia per individuare chi sia lo strumentista; e subito dopo cercare con lo sguardo il mio.

Dopo la recita eravamo al Savini coi coniugi Fontana. C'era la moglie di Diliberto: Ilva mi voleva un bene dell'anima ed era una delle persone pi dolci e sensibili che siano mai vissute. Il discorso cade su di un comune conoscente del quale si dubitava se mai avesse posseduto la moglie, che Gavazzeni chiamava la Mlisande di via ***. Io guardo Pietro e dico: 'E ffelinie! (Le ragnatele!), un traslato per significare che sull'organo della signora s'erano depositate le ragnatele perch il marito non lo visitava. Fontana  un uomo intelligentissimo e, ripeto, un amico, ma  milanese senza essere milanese come il gruppo dei Camerati, amici coi quali da trent'anni stiamo sempre insieme e che sono intelligenti e spiritosi come se fossero napoletani, Stenio Solinas, Claudio Gattuso, Francesco Bergomi, Roberto Zavaglia, Gabriele Ghezzi, Luciano Pignatelli, Angelo Cassanelli e, aggiuntosi nel 2013, Roberto Burioni. Ci ode dire quella parola e fare lo sguardo di chi ha esaurito l'istruttoria. Gli piglia un'ira subitanea:  proprio vero che voi meridionali siete tutti mafiosi, tra di voi parlate in codice!. Pietro, serafico: S, noi meridionali siamo tutti mafiosi, ma dalle mie parti c' chi dice che voialtri settentrionali siete tutti cretini!.

C' a Milano un nobile, di ricchezza infinita, che nei tratti e nel comportamento di nobile non ha nulla. Costui  alto, allampanato, ha la facies tipica del cornuto e dello jettatore; porta peraltro sempre gli occhiali scuri: potrebbe impersonare il Rosario Chiarchiaro della Patente di Pirandello. La moglie  una fraschetta abbadiana che saltava come una cutrettola e faceva la cretina con Carlo Fontana, sotto lo sguardo indulgente e sicuro di s della moglie Roberta. Sono ambedue avarissimi. Una sera c' un concerto alla Scala: dirige Chailly; esegue il Concerto di Mendelssohn lo straordinario violinista siberiano Vengerov. Dopo Diliberto e io ci troviamo alla squallidissima pizzeria della Galleria Primafila, che per fortuna da poco tempo ha chiuso i battenti. Era settembre. Odiamo ambedue l'aria condizionata, per lo che sediamo sotto il bocchettone, quindi dando le spalle alla sala. Finito di mangiare, ci alziamo e vediamo dietro di noi, solo, il miliardario col doppio cognome, che stava affrontando una pizza (l'orrenda pizza del Primafila! Cartongesso!) tagliando per s il cuore ed escludendo l'esterno. Pietro: Conte, ma Lei il cornicione non lo mangia?. Per noi napoletani e palermitani le corna sono un continuo repertorio di detti, battute e meditazioni. Quanto al miliardario, invece di avere servit onde poter desinare in casa propria, ch' il miglior lusso concepibile oltre quello dello spazio, mangiava in una pizzeria fetente. I soldi se li porter all'altro mondo: insieme con le corna.

Pietro era molto amico di Lovro von Matacic, un grande direttore croato che al Massimo diresse anche una splendida Tetralogia. Mi raccont che durante la Guerra aveva fatto parte degli Ustascia croati, le crudelissime milizie filonaziste: e si capisce giacch egli s'era formato a Vienna, dove lo ascolt Umberto Giordano ammirandolo. Venne condannato a morte e graziato da Tito. Ma dovette andare a Vienna in esilio. Si trovava senza nemmeno gli occhi per piangere: and Ai tre Ussari e ordin un pranzo che non poteva pagare. In quella entr Karajan. Lovro, che fai qui?. Matacic disse le cose come stavano. Innanzitutto ti invito a pranzo. Secondo, domani all'Opera di Stato c' La vedova allegra: dirigi tu al posto mio!.

Lovro era un grande tombeur de femmes: una volta conobbe una bella signora al vagone ristorante dell'Orient Express e ottenne da lei un appuntamento nella sua cabina di vagone letto che si trovava su di un'altra carrozza. Lovro andava a Zagabria; giunse nel vagone della signora in pigiama, le pantofole ai piedi, e una splendida vestaglia di seta. Mentre il Maestro si tratteneva colla signora, la carrozza, che andava altrove, venne sganciata e Matacic si trov in quell'abbigliamento senza soldi e senza documenti. Solo lui se la poteva cavare.

Io l'ho conosciuto: era un uomo geniale di una enorme vitalit e travolgente simpatia. Gli ho sentito egualmente dirigere La vedova allegra e l'Ottava di Bruckner, il Parsifal colla sua regia, Il franco cacciatore e le Messe di Haydn, il Boris, la Butterfly e le Vesperae di Monteverdi nella sua stessa revisione. Altre tempre e altre preparazioni.

Diliberto mi fa l'onore di ritenermi spiritoso e si fa raccontare sempre gli stessi episod. In testa alle sue preferenze c' quello di Maurizio Siniscalco e zia Emilia. Ce ne sono altri che gli piacciono molto: simpatizzava moltissimo con pap, onde ama sentire e risentire le sue battute. Poi vuole ascoltare questa: un giurista napoletano frequenta la casa di certi aristocratici multimiliardar che si compiacciono ricevere gli intellettuali. Di solito gli intellettuali vanno nella meravigliosa villa settecentesca sul mare la domenica, quando la servit  in permesso e si mangia in cucina: quindi tutti possono fingere di stare a loro agio anche se a loro agio sono solo i padroni di casa che, avarissimi, possono cos propinare gli avanzi dell'intera settimana, gelosamente conservati. Una volta la padrona di casa telefon al giurista gi il mercoled: Ti volevo avvisare che domenica non ci vediamo, aspettiamo gente di riguardo!.

C' poi l'episodio, entrato negli annali del giure criminale, della Vedova del rasoio. Avvenne nel 1966. Un geometra della Cassa del Mezzogiorno, tale Luigi Rocco, abitava in camera ammobiliata presso una vedova, Maria Di Stasio. Ne era diventato l'amante. Un bel giorno di piena estate annuncia alla vedova che la lascia e si sposa. La Di Stasio non fa rimostranze, come il povero geometra temeva. Lui rifiata e quando la vedova gli chiede un ultimo incontro d'amore presso la pensione Cotroneo pensa di essersela cavata a buon mercato. Era il primo pomeriggio: mentre viene sottoposto a fellatio da parte della donna questa estrae da sotto il cuscino un rasoio intero, a mano libera, come quelli che usavano ancora i barbieri, e gli recide con un sol colpo pene e scroto, vulgo cazzo e coglioni. La pensione era a Bagnoli in un piano ammezzato: la Di Stasio impugna i coglioni e butta quel suo trofeo dalla finestra aperta. Cadde in testa a un passante: Famme pigli 'a 'mbrella, ca stanno chiouvenn' cuoll' e cazz'! (Fammi prendere l'ombrello, qui stanno piovendo cazzi!).

Un'altra cosa straordinaria avvenne quando io ero ragazzino, negli anni Sessanta: la lessi sul Mattino di un 2 gennaio. Nu femmenell' era solo la sera del veglione, il 31 dicembre e aveva comprato un capitone, che per noi napoletani  devozione mangiare alla vigilia di Natale e al cenone del 31, per farsi tenere compagnia. Infiniti racconti sul fatto che si sottrae alla decapitazione domestica e se ne striscia sotto il forno. Poco prima della mezzanotte o femmenell' se l'era infilato in culo e lo manteneva colla mano sinistra mentre con la destra s'o facev' mmano (si masturbava). Senonch il capitone sguscia, e proprio che sgusciasse accaduto era e gli era penetrato nell'intestino e s'agitava terribilmente procurandogli atrocissimi spasimi e pericolo di vita. Era stato operato d'urgenza al pronto soccorso. Pietro se lo fa sempre raccontare, il caso.

Invece Diliberto mi disse una cosa terribile. Vale a proposito della gratitudine, sulla quale a Napoli abbiamo un proverbio esistente anche a Palermo: Fa' male e piensace, fa bbene e scuordatenne! (Quando fai il male devi ricordartene, quando fai il bene devi scordartene!). Allora, suo padre era un grande medico palermitano. Una volta era da lui il suo cliente conte Tagliavia: Vede, professore, io non mi metto paura di niente perch nella vita non ho mai fatto bene a nessuno!.

Pietro ha smesso di vivere il 17 agosto 1998, giorno della morte di Ilva. Non ho mai visto una coppia cos unita.

In genere, quando nomino un mio amico, dico trattarsi di una delle persone pi intelligenti e colte che si conoscano. Temo non sembri a qualcuno una sorta di epiteto omerico, come le ben costrutte navi. Ma  proprio cos. Adesso che cito un altro dei miei grandi amici, Antonio Bassolino, come faccio a non dire la stessa cosa? Bassolino  stato sindaco di Napoli e presidente della Regione Campania.  un comunista vero e infatti non si trova a suo agio nell'attuale fase politica. La sua grandissima apertura mentale lo fa essere mio amico a onta della distanza politica esistente fra noi.  spiritosissimo e coltissimo:  uno dei migliori latinisti che conosca, e questo si deve a una fortunata circostanza della sua vita; al liceo Garibaldi di Napoli, ove studiava, insegnava il giovane Antonio Garzya, che sarebbe divenuto grande insegnante di letteratura antica, della papirologia e della bizantinistica. Egli portava in classe i papiri ercolanensi e i ragazzi potevano toccarli!

D'altronde, un altro carissimo amico  un comunista puro forse ancor pi di Bassolino, il milanese Gianni Cervetti. Ci accomuna, oltre alla passione musicale, che in Cervetti  grande, la nostalgia per il Batjuska, il Piccolo Padre, Stalin. Invece tra i fascisti uno dei pi cari al mio cuore  Amedeo Laboccetta, ora ex parlamentare (ma lo ridiventer) che definii il deputato pi simpatico dei due rami del Parlamento: non  stato rieletto per aver egli fatto la campagna elettorale a pro del partito, l'allora PDL, e non suo proprio. Nell'aprile 2014 sono stato a cena da Cervetti nella sua splendida casa milanese in via Molino delle Armi. Possiede una biblioteca preziosa come poche altre. Centotrentacinque edizioni della Divina Commedia: manoscritti trecenteschi di essa, incunaboli, fra i quali la prima Commedia aldina, ossia di Aldo Manuzio, cinquecentine, fra le quali un Vellutello e un Landino (i principali commentatori rinascimentali); una splendida Bodoniana del 1795; poi preziosissime stampe machiavelliane e una prima edizione dell'Encyclopdie di Diderot e D'Alembert e altro. Raro solacium per lo spirito trascorrere una serata in quella casa e quella compagnia.

Dal punto di vista politico un libro di vertiginosa altezza si deve a un grande storico dell'antichit e filologo classico, Luciano Canfora: non un post-comunista ma un comunista. Si tratta dell'Intervista sul potere, uscita nel 2013, a cura di Antonio Carioti.

Ancora due amici carissimi debbo ricordare, Quirino Conti e Orlando Gentili. Conti  (absit iniuria) un uomo di cultura; ha scritto anche un Dramma messo in musica, un libro di filosofia dell'abbigliamento ed  un grande regista lirico. Per Natale, su scelta di Orlando, mi hanno mandato il prezioso libro di Marco Bona Castellotti sull'iconografia di San Paolo. E grazie a loro ho conosciuto la dolcissima Carla Fendi, donna di mente e di cuore oltre che grande imprenditrice anch'ella nel settore della moda: di quelli che portano onore e un po' di valsente al nostro Paese. Carla ha una meravigliosa casa di vacanze a Sabaudia e nell'agosto 2013 mi ha spesso invitato (poi ho visto la sua casa romana a Palazzo Ruspoli e la metto tra le pi belle): erano le ultime settimane nelle quali era in vita il suo delizioso Candido.

Un amico di data recentissima ma gi molto caro  l'organista Giorgio Benati, docente al Conservatorio di Brescia. L'ho conosciuto perch mi telefon lo scorso autunno per invitarmi a tenere una lezione nel Conservatorio intitolato al sommo Luca Marenzio; e per l'occasione mi ha consentito di visitare la meravigliosa citt e di raccogliermi davanti al monumento ad Arnaldo e, tanto per cambiare, copiare la lapide latina. Per far s che accettassi il suo invito, Benati mi ha detto: Sono stato l'assistente di Francesco Siciliani quand'era direttore artistico alla Fenice. Io gli ho risposto: Mi chieda quello che vuole!.  simpatico e spiritoso, conoscitore di letteratura e storia dell'arte; e, di l dalle sue competenze relative al re degli strumenti, possiede una vasta conoscenza del repertorio sinfonico e teatrale, onde desta dispiacere il veder che non segga in cattedre di responsabilit artistica come meriterebbe. Gli debbo anche di avermi condotto ad Asolo, uno dei luoghi pi belli del mondo che mi ha lasciato letteralmente estasiato; la dolcezza di quei colli sormontati dal castello di Ezzelino da Romano  incomparabile: solo i colli dell'Urbinate sono altrettanto dolci. Ad Asolo siamo stati in profondo raccoglimento alla tomba di Eleonora Duse; io poi reverente anche alla villa patrizia dei Malipiero per farmi perdonare le tante cattiverie che da ragazzo feci al maestro Gianfrancesco, il quale per tutta risposta ebbe a dire a Leonardo Pinzauti: Questo Isotta mi pare un po' tristanzuolo!.

Ora debbo parlare di altri due amici supremi; uno che mi ha riempito la vita e non c' pi, uno che me la riempie. Il primo  Ochs, il pi bel bassotto che si sia mai visto, a pelo liscio, fulvo: di un affetto lirico, mi ha tenuto compagnia in anni difficili.  morto cinque anni fa. Come fanno tutti, avevo deciso di non avere pi cani. Poi il miglioramento delle mie condizioni di salute, che mi ha portato un del tutto diverso e positivo tono vitale, mi ha fatto desiderare d'avere di nuovo un amico che dormisse sul mio letto. Il Dottore delle Orecchie mi ha subito convinto a non prendere un altro bassotto, essendo Ochs di bellezza, intelligenza e bont tali da essere insostituibile. Mi sono cos orientato su di un fox terrier a pelo liscio che a febbraio del 2013 sono andato a prelevare in un bellissimo allevamento trovatomi da Federico Manzella, il marito della mia cara Toinette ch' un vero cinofilo essendo un grande cacciatore. Aveva cinquanta giorni, il cucciolino: e si chiama Ciampa.  intelligentissimo, pieno di vita, di carattere allegro e indipendente. Mi ama di un affetto appassionato; e crescendo lui la sua gioia di vivere si  manifestata a tal punto da farla aumentare in me; onde passare una serata core a ccore con lui  diventato uno dei miei massimi piaceri. Cambiando razza ho voluto cambiare ambito: dal teatro lirico (Ochs  il protagonista del Cavaliere della rosa di Strauss) sono passato al teatro di prosa: Ciampa  il protagonista del Berretto a sonagli di Pirandello, del quale capolavoro dico ch' ancora superiore nella versione in dialetto agrigentino. Mi ha fatto trascorrere nel 2013 uno dei pi bei Natali della mia vita; inoltre  tale da stornare col suo carattere gioioso dal mio capo il cattivo augurio: e ce n' bisogno, visto che nel palazzo nel quale abito ci sono ben due seccie (parola napoletana che vuol dire seppie, giacch quest'animale spande il nero attorno a s): una, una gentile signora, ha i connotati tipici, tutti; l'altra, del pari una gentile signora, si lamenta sempre dei suoi guai veri o supposti: e a Napoli 'o piccio, la lamentazione,  considerato cattivo augurio. Ho detto capo e non testa, giacch il vocabolo, derivante direttamente dal latino testa, in napoletano vuol dire vaso da fiori: quello che, cadendogli in capo per essere scivolato dal davanzale di una vecchierella, tronc la vita di Pirro in Argo; altri vuole fosse una tegola.

Ochs proveniva da una cucciolata privata milanese: me lo regal una mia fidanzata di vent'anni fa. Erano in sei, cinque femmine nere focate e un sol maschio color Isabella: la gentilissima proprietaria mi prepar un cestino con una coperta e le prime pazzielle per il cucciolino che io presi tra un aereo e l'altro rientrando subito a Napoli; era la signora Coen che qui voglio ricordare per l'affetto mostratomi. Ciampa, che io vezzeggio siccome Ciampini Ciampariellini, proviene invece da Galatina, onde il suo stile  il Barocco leccese che porta la denominazione di Plateresco.

A Ciampa debbo anche delle belle amicizie. Ho preso l'abitudine di portarlo ogni mattina alle sette a fare una corsa di un'ora e mezzo in uno dei luoghi pi incantati ch'esistano, il Parco Virgiliano a Posillipo: da non confondersi col Parco Vergiliano alle porte della grotta scavata da Augusto e ove l'Imperatore colloc la tomba di Virgilio con la lunga epigrafe; e ove un meraviglioso cippo neoclassico contiene le spoglie di Giacomo Leopardi. Il Parco Virgiliano venne creato dal fascismo e inaugurato nel 1930: si chiamava Parco della Vittoria, in ricordo dei caduti della guerra '15-'18 o Parco della Bellezza; noi napoletani lo chiamiamo Parco della Rimembranza; nel dopoguerra cadde assai in abbandono e lo fece restaurare Antonio Bassolino: il restauro ebbe inizio con Bassolino sindaco e venne portato a termine da Bassolino presidente della Regione. La vista sui Campi Flegrei, su Nisida, poi Procida e Ischia, e Monte di Procida, Bacoli, Baia e Pozzuoli,  una tale carica di bellezza da lasciar quasi storditi; e nel parco ricco di conifere e delle pi rare essenze a prima mattina convengono proprietar di cani, bellissimi e anche con molti bastardi uno pi bello e simpatico dell'altro (che la cretinaggine contemporanea porta a chiamare eufemisticamente incroci, quasi che bastardo non sia il nome pi onorevole per un cane). I proprietar hanno creato una famiglia e con la napoletana cortesia mi hanno subito accolto. Sei nuovo?. Com' bello il tuo cane! Come si chiama? Stai con noi, ci vediamo tutte le mattine alle sette!. Siamo diventati amici; ne ho conosciuti una ventina e ognuno di loro ha una sua interessantissima storia; li ho invitati colle loro compagne e coi loro compagni gi due volte a cena, la prima colla lasagna e la seconda colla genovese: si replica.  una cosa meravigliosa che a un sessantaquattrenne quale io sono possano capitare ancora siffatte occasioni d'amicizia.

Ciampa  tutto sincerit, anche brutale sincerit:  violento nell'affetto e coraggiosissimo; una delle cose di lui che mi fanno pi ridere  che, ove i cani di solito si spaventano per il botto dei fuochi artificiali, egli invece si arrabb moltissimo: col pelo ritto sulla schiena abbaia e ringhia. Al Parco vuole fare 'o capuzziell', il piccolo capintesta, anche con cani enormi; ma viene messo in riga da una bastardina che si chiama Fjona.

Ochs era un consumato commediante. Racconto un episodio: mi trovavo nella meravigliosa Ragusa, l'antica Ibla, nella parte storica, per arrivare al punto principale della quale bisogna scendere per una ripidissima scala di cinquecento gradini. Ero col Marchesino: gli dico che non posso sottoporre Ochs a un simile sforzo e quindi lo prendo in braccio. Tutti i cinquecento scalini se li fece teneramente appoggiato tra il mio petto e le mie braccia. Giunti che siamo al vertice rovesciato di questo cono dantesco arriviamo a una trattoria. Detesto essere servito da donne, specie se queste cameriere sono le solite studentesse avventizie, che fanno 'e galli 'ncopp' 'a munnezza (i galli sul mucchio di sterco) che si gloriano a torto e non sanno fare niente. Di queste arriva l'esatto prototipo: vede Ochs e si mette a urlare: Ma questo cane sta malissimo! Io chiamo la Protezione animali!. Ochs s'era finto esausto e in fin di vita quasi la discesa avesse dovuto farla per davvero e rifiutava persino la ciotola dell'acqua, affettando di non avere le forze per rialzare la testina. Quando dissi alla cameriera di farsi i cazzi suoi chiam la Polizia. Qualche giorno dopo eravamo sul corso di Noto a mezzogiorno: dovevano fare quarantacinque gradi. Ma Ochs prima di uscire era stato sottoposto a shampoo da parte mia: onde sfilava a testa alta e dimenando la coda, fiero di far vedere il pelo scintillante a tutti quelli che facevano lo struscio. Un'altra delle interpretazioni favorite di Ochs era quando veniva messo in castigo o gli veniva negato il biscottino: parola magica che anche su Ciampa agisce come una scossa elettrica. Faceva una faccia come se in quell'occasione fosse stato compiuto il delitto pi grande in tutta la storia dell'umanit: e sembrava voler chiamarne a testimon Dio e la Natura. E tuttavia era una persona meravigliosa anche quanto a sympatheia, a compassione. Attraversavo un periodo di depressione e una volta, al suo picco, scoppiai in un pianto dirotto. Egli accorse e incominci a leccarmi la faccia.

Nel Berretto a sonagli uno dei personaggi irresistibili  Span, il delegato di Pubblica sicurezza, cornuto notorio. Costui adopera spesso l'intercalare Privo di Dio! che evidentemente dovrebbe significare: Potessi rimanere privo di Dio se non mi credete!. Ho due tartarughe: il maschio si chiama Span, la femmina Fana, ch' il nome della cameriera della commedia di Pirandello, anch'essa grande personaggio. In napoletano la testuggine (latino testudo) si chiama cestunia; e la parola designa anche l'organo femminile. A Napoli si crede che gli animali in casa attirino su di s il cattivo augurio: e le cestunie si tengono ad hoc.

Me le ha procurate il mio veterinario, Luigi Ferretti; sin da quando presi Ochs  diventato uno dei miei amici del cuore:  un ragazzo di una sensibilit eccezionale e di una grande cultura il quale ha con gli animali un rapporto che nel suo piccolo assomiglia a quello di San Francesco o, forse meglio, di Konrad Lorenz; basta che ne chiami uno perch quello si avvicini fiducioso: e ci avviene, l'ho visto, persino coi pesci. Gli bast guardare la faccina di Ciampa di cinquanta giorni per dirmi: Paolino, tu sei un privilegiato! Questo bimbo ti cambier la vita!. E cos fu.

A Ragusa sono stato la prima volta perch invitato da un altro dei miei amici del cuore, il brillantissimo scrittore e saggista Pietrangelo Buttafuoco. Egli propriamente  di Agira, provincia di Enna, quindi Sicilia centro-orientale: a Ragusa Marina villeggia. L incontrai un'altra coppia di Camerati che il mio cuore riempie, il barone Eduardo Galletti e il barone Titta Rosso, questi uno dei pi bei ragazzi che in vita mia abbia conosciuti. Galletti  vedovo e la defunta consorte, Daniela, era donna di bellezza e fascino senza pari. Allo stabilimento Titanic, che purtroppo non c' pi, conobbi anche la deliziosa coppia formata da Francesco Sgarlata (dunque, omonimo del musices instaurator maximus che da palermitano Scarlata si chiamava), grande clinico ed ecografista di Vittoria, e la moglie; gli altri Camerati Giovanni Scollo, Gianluca Gulino e Michele Dell'Agli, costoro due bravissimi penalisti; il palermitano Gioacchino, che mette il berretto a protezione delle corna; e la fastidiosa coppia costituita dalla signora Di Matteo e dall'effeminato Urz, il quale porta una chvalire grande come una casa e inversamente proporzionale all'autenticit del titolo. Grazie a Pietrangelo ho conosciuto un altro degli amici del cuore. Io lo chiamo Balduccio ma  il professor Baldo Licata, mio coetaneo, grande clinico che ha costretto la sanit padovana (nella citt di Livio vive ed esercita) a parlare la lingua di Castelvetrano, sua patria: quindi  concittadino di Giovanni Gentile. Balduccio  un raccontatore eccezionale e io mi faccio sempre ripetere l'apologo della Commare, la fame, di quando era bimbo.

I siciliani sono ospitali e affettuosi come nessun altro popolo al mondo. Ma la Sicilia in generale  un mio luogo del cuore, anzi, dopo la Campania e insieme con la Puglia, il luogo al mondo al quale sono pi affezionato. Fu in Sicilia che Pietrangelo mi port a visitare uno dei siti che pi mi emozionano, fino alle lagrime: Capo Passero, in provincia di Siracusa, ove non con violento conflitto ma con delicata, vorrei dire familiare, unione, le acque del mar Jonio e quelle del Tirreno s'incontrano.

Localit meravigliose sono le isole di Marettimo e Favignana, nelle Egadi, arcipelago a me carissimo per la vittoria di Gaio Lutazio Catulo sui Cartaginesi che concluse la prima guerra punica. L'acqua  anch'essa incomparabile; vi trascorsi una meravigliosa vacanza col Dottore delle Orecchie e Stenio Solinas; sorgono di fronte a Trapani, l'antico Drepanum, anch'esso legato a memorie belliche contro Cartagine. Luogo che non ho visto vicino Drepanum e che mi riprometto di visitare al pi presto  San Vito Lo Capo, una delle spiagge pi belle del mondo. Come mi riprometto di visitare Lilibeo, il punto pi occidentale della Sicilia e luogo anch'esso d'una terribile battaglia ed Erice, centro dei riti sacri e difeso da Amilcare, col suo tempio dedicato a Venere; Erice toccato da Enea e di che parla Virgilio nel V libro dell'Eneide. Il comportamento della marina romana durante la prima guerra punica da solo basterebbe a mostrare l'incomparabile grandezza di quel popolo.

La pi bella acqua del mondo  a Napoli. La prima delle acque napoletane  a Marechiaro: non certo a Capri ove oltretutto la corrente porta tutta l'immondizia scorrente nel fiume Sarno che dal 1945 avrebbe dovuto esser bonificato e non lo  stato mai. Dopo Marechiaro ho trovato un'acqua meravigliosa in provincia di Taranto, a Marina di Pulsano; vi  in particolare una caletta che io considero la mia piscina privata: l'acqua  ferma come la superficie di uno specchio ma freschissima e cos trasparente che si possono vedere i colori dei pesci sul fondo a tre metri di profondit. Quando sono a Martina Franca e ho la macchina vado ogni mattina l a fare il bagno: mi trattengo il tempo necessario. La lunga esposizione al sole mi disturba: sto al sole giusto per asciugarmi; e l'acqua calda non mi piace, onde, con l'eccezione di Pulsano e di Ibla Marina, in luglio e agosto bagni non ne faccio. I miei preferiti sono i maggiolini, i settembrini e gli ottobrini a Napoli.

Ma poi v' un'acqua che conoscevo da bambino e ho rivista straordinariamente a settembre 2013. Da bambino pap mi portava sempre nella zona di Baia e Bacoli delle ville romane, nella quale si svolge anche una delle pi belle novelle brevi di Anatole France straordinariamente tradotta da Leonardo Sciascia, Il procuratore di Giudea; e sul lago del Fusaro ove Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi, costru la deliziosa Casina (che chiamerei Pagoda) di caccia di Ferdinando IV, gran cacciatore davanti a Dio. Ma a settembre il mio amico del cuore Otto Buccafusca ha festeggiato il compleanno in un modo eccezionale: ci ha invitati tutti in un ristorante posto sopra uno scoglio all'interno del Mare Morto di Bacoli. Ci si accede solo in barca e di notte l'acqua del Mare Morto  cos limpida che ai raggi della luna potevi contare i ciottoli del fondo.

La cosa pi importante di questo capitolo sono Ochs e Ciampa; anche perch l'amore per loro e da loro mi permette di affrontare il tema degli animali. Il sublime Enfant et les sortilges di Colette e Ravel come ultima verit insegna la profonda fraternit nostra col mondo animale e vegetale. L'uomo primitivo conosceva anche nell'aspra lotta per l'esistenza una verit, che noi e gli animali siamo una cosa sola, la stessa; e i rituali della caccia consistevano nell'atto magico di ridiventare animale per potersene impadronire. Ci presuppone la fraternit. Tra i pi bei libri da me letti nella vita vi sono le tre opere di Maurice Maeterlinck, La vie des abeilles, La vie des fourmis, La vie des termites, quest'ultimo spaventoso. Essi sono dedicati a un sistema di meravigliosa intelligenza collettiva.

Altri animali sono dotati di profonda intelligenza individuale che sovente ci trascende; e non sono nemmeno tipici, dal momento che posseggono una personalit soggettiva. Di recente, nel caso di un salvataggio miracoloso avvenuto a opera di un cane che ha portato i soccorritori sul luogo ove da giorni giaceva il padrone infortunato, si  visto che i cani posseggono il nesso di causa ed effetto, che si vorrebbe stigma dell'intelligenza umana. Ma hanno il dominio di facolt da noi smarrite, come la telepatia e la premonizione.

Uno degli episod pi commoventi di tutta l'Odissea , al canto XVII (vv. 290-323) quello del cane Argo. Ulisse, tornato a Itaca, travestito da mendico, s'avanza; Argo, vecchio, giacente sul letame e ricoperto di zecche, alza la testa; lo riconosce; scodinzola e gli vuole andare incontro: muore d'un subito.  la sola volta che il Re nel ritorno pianga: Ulisse, riguardatolo, s'asterse / Con man furtiva dalla guancia il pianto (traduzione Pindemonte). Voglio parlare ancora d'un cane. C' una vecchia, Rita, che ogni giorno si va a sedere sui gradini della cattedrale di Napoli e chiede la carit. Fa pochi euro al giorno; ma io ogni settimana gliene porto un altro po'; ha il figlio carcerato a Parma, 'o Cinese, che vendeva le sigarette a Materdei e adesso  condannato per duplice omicidio. Rita ha sempre con s un delizioso bastardo, Cucciolo; e mi aspetta vorrei dire spasmodicamente. Ebbene, non appena si profila all'orizzonte la faccia del taxi che mi contiene, Cucciolo scende le scale del sagrato e mi viene incontro scodinzolando festoso: ha visto solo il taxi ma sa che io ci sto dentro! Rita lo raccolse morente: dei cinesi lo avevano catturato e lo tenevano in un deposito senza dargli da bere n da mangiare; lo port alla clinica veterinaria di via Foria e incominci a scontare 52 euro al mese dalla sua pensione di 450. Aveva offeso il fegato, offesi i reni, e persino la leptospirosi: i medici non pronosticarono per lui altro che l'imminente morte e tuttavia lo curarono; ma l'amore di Rita ha guarito Cucciolo.

Il gatto  l'animale pi misterioso. Alla mia et ancora non ne ho avuto uno e mi duole moltissimo; far in modo appena possibile di prenderne, anche perch noi napoletani riteniamo che sia di buon augurio per la casa. Ma due cose del gatto mi hanno impressionato. La prima  stata quest'inverno: s' vista un'alluvione negli Stati Uniti e la foto di un micio che nuotava controcorrente a tutta forza quando si sa l'avversione che questi felini hanno per l'acqua. La seconda  avvenuta il 15 maggio 2014: un bimbo in Florida  stato assalito da un cane dei vicini di casa e la gatta dei genitori s' gettata in sua difesa mettendolo in fuga. Altri gatti hanno messo in fuga orsi e alligatori.

Il concetto che gli animali, nostri fratelli, ci sono affidati, e a noi incombe il dovere di provvedere al loro benessere e alla loro felicit (s, felicit, giacch, ripeto, sono dotati di personalit), gi in Lucrezio,  esposto da Virgilio, che nel complesso della sua opera  il pi grande poeta anche sull'animale oltre che sull'uomo: basta pensare a quello ch' quasi un poemetto sulle api nel quarto libro delle Georgiche: magnisque agitant sub legibus aevom, (sotto grandi decreti trascorrono i giorni). Il titolo di questo libro e il richiamo all'elefante malatestiano che culices non timet obbliga a ricordare il Culex, poemetto facente parte dell'Appendix vergiliana. Si tratta di cosa deliziosa: una zanzara dall'Ade prega che le si rendano funebri onoranze; ed  ovvio che io desideri che, opera di contestata autenticit, sia del Mantovano. In realt se cerchiamo di stringere in una visione d'insieme la rappresentazione che Virgilio fa della Natura dobbiamo osare riconoscer relativamente stretto di mente Dante che ne fa un precursore invece che pure un Santo.

Nell'episodio biblico di Balaam l'asino  il primo a riconoscere l'angelo del Signore. Nella meravigliosa simbolica cristiana l'asino pu esser simbolo di Ges crocifisso (Marius Schneider); e il pellicano  un altro simbolo di Cristo. San Francesco predica agli uccelli e Sant'Antonio ai pesci.

Nel primo atto del Parsifal il Puro Idiota, giunto sulle rive del lago presso il Monsalvato, uccide un cigno in volo. Gurnemanz fieramente lo rampogna. Des Haines Tiere nahten dich nicht zahm / Grssten dich freundlich und fromm? (Non ti s'accostarono del bosco mansuete le bestie / salutandoti insieme pie ed amiche?). E fa una descrizione toccante del volo del cigno e del suo occhio spento che pare guardare Parsifal. Il ragazzo spezza sul ginocchio l'arco assassino. Il pi sensibile cantore della fratellanza con gli animali, dopo che lo  stato nell'Ottocento Pascoli a seguito di Schopenhauer e Wagner,  nel Novecento Cline. Il mio amico Hans-Eberhard Dentler, latinista e grecista, conoscitore di Pitagora, Platone e Keplero, amico di Ernst Jnger e Benedetto XVI, scrittore, violoncellista ed editore di musica antica, nella sua casa in Maremma possiede asini: tra gli animali pi intelligenti e sensibili ch'esistano e a me pi cari. Essi percepivano per sympatheia (il soffrire insieme, e quindi il vibrare insieme) la malattia di un bimbo e presentirono col loro dolore l'inguaribilit del morbo d'un ospite. Non dir dell'Asino d'oro di Apuleio o del Compianto per l'asino morto di Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, il pittore di Goethe e grande dipintore di animali. A Polverara, vicino Padova, esiste un centro denominato La citt degli Asini, dedicato all'onoterapia, vale a dire alla terapia di disturbi comportamentali, del carattere e addirittura psichici attraverso il contatto con tali meravigliose bestie.

Arione, narra Erodoto, prima d'esser gettato a mare dagli assassini cant la sua composizione suprema, il nomos orthios (al quale accenna Eschilo nei Persiani) e un delfino, ammaliato dal canto, lo prese in groppa portandolo a riva: ve ne sono meravigliose immagini, dagli antichi mosaici a Giovanni Lanfranco a Matthus Kern a William Bouguerau. I delfini hanno un'intensa vita sentimentale e provano passioni filandre, verso l'uomo, anche splendidamente giocose, non tanto di amore quanto di potente amicizia da pari a pari: e dico giocose perch sono tra gli esseri pi amanti della vita e della gioia che esistano. E si  mai assistito al parto sott'acqua di mamma delfina, col piccolo che a poco a poco le esce dalla costola come Eva da Adamo e fidente, con lei accanto, si fa la prima nuotata?

Degli elefanti la pazienza, la memoria e la profonda organizzazione sociale sono ammirevoli; e commovente come il piccolo delfino  il cucciolo d'elefante, la testa ricoperta di una lanugine marrone, che tende la proboscide per allattarsi sotto il seno della mamma. I profondi loro rapporti affettivi si manifestano col desiderio di toccarsi e incrociare la proboscide l'uno con l'altro; e quando quelli dello stesso clan s'incontrano, danno luogo a lunghe liturgie da saluto. Ma ancor pi commovente  degli elefanti il fatto che abbiano la nozione della morte; piangono i membri defunti del loro clan e addirittura osservano rituali funebri che vanno dal compianto organizzato in veglia al seppellimento con terra e fronde. Sembra che, degli animali che vivono liberi, solo i delfini abbiano intelligenza leggermente superiore a quella degli elefanti. Intanto ho scoperto che a Bologna esiste un circolo di lettura che ogni luned si riunisce per leggere con seriet un testo, e naturalmente  vicino alla cultura classica; ha infatti messo in rete nientemeno che il De mente heroica di Giambattista Vico: e questo circolo si chiama La nuova bottega dell'elefante.

Il 26 marzo sono stato a Polverara a visitare La citt degli Asini. Mi ha accompagnato Balduccio Licata (del quale parlo pi sopra) insieme con un altro medico padovano, il professor Scibetta, questi da Porto Empedocle e quindi compaesano di Pirandello. I due professori, ancorch la medicina ufficiale non riconosca (ancora) l'onoterapia, sono restati con la loro prontissima intelligenza sicula dalla visita avvinti non meno di me. Vi sono l tredici asini, oltre due muli, due capre e due cavalli e pollame bellissimo: alcuni dei quali asini nati in situ, mentre i pi anziani vennero raccolti per la strada perch abbandonati e nei macelli perch salvati dalla macellazione: Merlino e Titano, i primi arrivati. Andrea e Lorena, che il centro reggono, mi hanno raccontato come si svolgono le cose. Giungono a Polverara bimbi o ragazzi autistici: la loro gravissima malattia vi  per eccellenza curata. Il difficile  riuscire a indurli a entrare nel recinto all'interno del quale soggiornano gli asini: quando uno di essi vi giunge dopo un po' un asino si distacca dal gruppo e sceglie un paziente. Quando lo ha scelto incomincia a caricarlo del suo amore e a poco a poco lo scioglie dalle sue difficolt e dalle sue paure: lo aiuta a entrare in relazione col mondo esterno. Loro non lo dicono ma io sono convinto che avvenga qualcosa di pi: l'asino si beve il male ch' dentro il paziente.

Lorena mi ha raccontato che i ciucci hanno tra di loro un'intensa vita affettiva. Non ognuno ama l'intero branco ma anche in questo caso si scelgono: esistono le amicizie del cuore. E mi hanno mostrato uno sconvolgente documento registrato. Un'asina era morta. Accanto al cadavere l'amica del cuore, Rosa, emetteva un pianto dirottissimo che sminuirei se chiamassi umano: e col muso la toccava tentando di scuoterla, infonderle nuova vita. Ci vollero due anni perch Rosa superasse il dolore.

Quando nello stabbio sono entrato io dopo un po' dal gruppo si  staccata una bellissima femmina color nocciola, Cleopatra, e mi ha incominciato a leccare la mano sinistra: anch'io ero stato scelto.

Nella Storia di San Michele Axel Munthe, questo grande amico dei nostri fratelli, narra una sublime leggenda dei Lapponi: quando il Signore ci chiamer a rendere conto delle nostre azioni convocher a testimon su di esse prima gli animali e solo dopo gli uomini.
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FINE Parte 2.
